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Il casco è importante

Se volessi correre il minor rischio possibile di farmi male su una moto, la prima cosa in assoluto che dovrei fare è ovviamente non comprare una moto. Questa scelta non eliminerebbe del tutto il rischio – ogni tanto potrei dovermi trovare a salire sulla moto di un amico – ma sicuramente lo ridurrebbe moltissimo e più di ogni altra cosa.

Se però non potessi fare questa scelta, e a un certo punto dovessi trovarmi a dover comprare e usare una moto, la prima cosa che dovrei fare per evitare di farmi male sarebbe ovviamente imparare a guidarla. Guidare una moto senza sapere come si fa – come si accelera, come si frena, come si cambiano le marce – avrebbe la conseguenza di far aumentare moltissimo le mie probabilità di avere un incidente: sarebbe praticamente certo.

Anche saper guidare la moto, comunque, non basterebbe a evitare incidenti: dovrei anche studiare bene il codice della strada. Sapere cosa posso fare e dove lo posso fare, imparare a prevedere i comportamenti di chi mi circonda, conoscere i principali imprevisti possibili e regolarmi di conseguenza. Mettersi in sella a una moto senza sapere che agli stop ci si ferma e che a destra non si sorpassa farebbe aumentare moltissimo le mie possibilità di farmi male.

Quindi ora so guidare una moto e conosco il codice della strada, eppure questo non mi garantisce che non mi farò male, altrimenti nessuno si farebbe male in moto nelle nostre città: oltre a sapere come si guida una moto e conoscere il codice della strada, dovrò farlo con responsabilità e rispettando tutte le regole che ho imparato. Non dovrò andare troppo veloce né frenare troppo bruscamente; non dovrò distrarmi, e dovrò rallentare prima di imboccare una curva; dovrò dare la precedenza anche quando non c’è nessuno dall’altra parte dell’incrocio, dovrò fare attenzione alle buche e ai tombini, eccetera.

Penso possiamo essere tutti d’accordo, quindi, sul fatto che queste siano le prime regole fondamentali che dovrebbe rispettare chi non voglia farsi male in moto:

– evitare di guidare una moto, se possibile
– se non è possibile, imparare a guidarla
– imparare il codice della strada
– rispettare le regole ed essere prudente

E poi c’è il casco. È chiaro che – fatto salvo chi riesce a non salire proprio sulla moto, i più sicuri di tutti – a chi non rispetta le regole qui sopra il casco serve a poco: se indossi il casco ma non sai come si guida una moto, non conosci il codice della strada, o decidi deliberatamente di non rispettare le regole e guidare in modo imprudente, il casco non ti impedirà di avere un incidente e farti male.

Eppure.

Eppure nessuno si sognerebbe di dire che se sai guidare una moto, se conosci il codice della strada, sei prudente e rispetti le regole, allora il casco tutto sommato non serve, no? Anzi. Il casco serve eccome.

È la cosa più importante di tutte per evitare di farsi male? No. Fornisce la certezza che non ci si farà male? No. Può dare una falsa sensazione di sicurezza, il casco, spingendo chi guida a essere più imprudente di come farebbe se fosse senza casco ed esposto costantemente al rischio di fracassarsi la testa? Sì. Se fossi costretto a guidare senza casco credo che andrei a passo d’uomo e starei il triplo più attento di oggi. Ma cosa penseremmo di qualcuno che dovesse proporre di abolire il casco, così che i motociclisti vadano più piano e siano più attenti?

I caschi proteggono tutti allo stesso modo? Certo che no. Ce ne sono di tipi, modelli e costi molto diversi. Il casco di Valentino Rossi protegge molto più del mio che è costato 100 euro, e lui indossa molti altri dispositivi di protezione. Indossare male il casco riduce la sua capacità di protezione o rischia di renderlo addirittura dannoso? Certo che sì. Penso per esempio a quelli che lo portano slacciato, oppure indietro sulla testa per non rovinarsi l’acconciatura. È possibile farsi male in moto anche sapendo guidare, rispettando le regole e indossando il casco? Sì. Può venirti addosso una macchina, puoi scivolare sull’olio, puoi romperti una gamba, puoi essere molto sfortunato.

Consideriamo per questi motivi il casco irrilevante, superfluo, facoltativo? Ci diciamo che “metterlo o non metterlo non fa una grande differenza, perché le cose veramente importanti per non farsi male sono altre, perché ce ne sono di tanti tipi diversi, perché comunque devi anche saperlo indossare altrimenti fai danni, perché ti dà una falsa sensazione di sicurezza, perché potresti farti male in ogni caso”? No.

Ricapitolando: basta indossare il casco per essere sicuri di non farsi male in moto? Assolutamente no, neanche per idea. Quindi il casco non è importante? Assolutamente no, neanche per idea.

E questo è quello che penso delle mascherine.

L’assessore Gallera ha sentito sui social

Mentre la pazienza delle persone comincia a venir meno – e un comprensibile nervosismo collettivo si salda alle nostre note pulsioni poliziesche, grazie anche all’immancabile collaborazione dei media – l’assessore regionale lombardo Giulio Gallera lunedì ha commentato gli ultimi dati facendo questa valutazione sul fatto che fossero, parole sue, “non soddisfacenti”.

“Ho sentito anche sui social la giusta rabbia di qualcuno che dice: a Milano c’è ancora troppa gente che si muove. Avete perfettamente ragione. […] Noi siamo consapevoli di quello che sta succedendo, richiamiamo tutti a stare in casa e rispettare le regole, ma come dicono tanti cittadini c’è ancora troppa gente, e questo crea molta esasperazione in chi invece la quarantena la rispetta in maniera corretta, anche a fatica, e quindi vede che rischia di vanificarsi il grande sforzo che si sta facendo”

Ora, delle due l’una.

O l’assessore Gallera è in possesso di informazioni su chi siano le persone che continuano a essere contagiate dopo 37 giorni di quarantena, e sulla base di questi dati è in grado di dirci che non sono persone che vanno a lavorare e in quali settori, o persone costrette a convivere con malati e convalescenti, ma sono invece persone che sono uscite di casa e hanno incontrato altri senza un valido motivo.

Sarebbe molto interessante saperlo, anzi: sarebbe fondamentale, alla luce della necessaria pianificazione di interventi futuri e graduali riaperture. Al momento purtroppo non sappiamo nemmeno se questi dati esistono, mentre sappiamo che la gestione dell’epidemia in Lombardia è stata a esser buoni discutibile, che le persone che infrangono le restrizioni sono pochissime e che in Lombardia al momento non ci sono programmi regionali per proteggere i conviventi dei malati non gravi, tanto che il professor Massimo Galli dice che i focolai oggi sono le case. Non è di gran conforto il fatto che Gallera, dal suo importante pulpito, appoggi le sue considerazioni sulle premesse “ho sentito anche sui social” e “come dicono tanti cittadini”.

Ma appunto, o la spiegazione è questa, e allora Gallera farebbe bene a diffondere questi dati per informare e responsabilizzare tutti, oppure è meglio che sia un po’ più avveduto, che abbia un po’ più di rispetto per i sacrifici e la pazienza dei suoi esasperati elettori chiusi in casa da 37 giorni, e non parli di cose che non conosce.

Aggiornamento: per la cronaca, Milano è la città lombarda in cui ci si sposta di meno. Lo dicono gli stessi dati della regione di cui Gallera è assessore.

I dati ufficiali non avevano senso prima e non hanno senso adesso

I dati ufficiali sull’epidemia diffusi ieri dalla Protezione Civile hanno generato qualche preoccupazione. Dopo oltre 40 giorni di quarantena – quarantena decisa per combattere una malattia che avrebbe un tempo di incubazione di 14 giorni al massimo – ci sono molti segnali positivi ma non c’è il crollo del numero quotidiano dei nuovi contagiati che sarebbe stato logico aspettarsi. Ieri in Lombardia è cresciuto il numero dei nuovi contagiati (a Milano è raddoppiato) ed è cresciuto il numero dei morti. «Non c’è una netta e decisa riduzione dei contagi», ha detto l’assessore regionale Gallera. Ma non è solo questione di ieri: il modo in cui il governo ha sbagliato le sue previsioni – previsioni sicuramente costruite da scienziati ed esperti – è abbastanza esemplare. Le cose non stanno andando secondo i piani.

Davanti a una situazione come questa, con gli italiani da 40 giorni chiusi in casa, lontani dai loro affetti più cari e preoccupati per la devastazione economica personale e collettiva, le autorità e i media indicano quotidianamente dei chiari colpevoli, gli unici sottomano: quegli scellerati che continuano a uscire di casa. Nessuno ha idea del motivo per cui sono fuori le persone che vediamo fuori, ma siamo tutti sicuri che non dovrebbero starci, pure se sono da sole.

Le nostre innate pulsioni repressive e poliziesche si sono saldate con le informazioni fuorvianti trasmesse dalle autorità e dai media, che ci hanno convinti che la quarantena serva a sconfiggere il virus. Una cosa evidentemente falsa: la quarantena serve a prendere tempo e salvare vite intanto che ci inventiamo un modo per ricominciare una vita con il virus. Abbiamo avuto in molti un dubbio, nelle scorse settimane: ma qualcuno al governo si sta occupando sotto traccia della fase due, e sapremo tutto a tempo debito, o non se ne sta occupando nessuno? Il presidente del Consiglio ha sciolto in modo scoraggiante questo dubbio quando venerdì 10 aprile ha nominato un comitato di esperti per lavorare alla fase due. Buongiorno.

Quindi restiamo aggrappati ai dati ufficiali, convinti che dall’evoluzione di quei dati dipenda il nostro futuro personale e collettivo. Ma di che dati parliamo? Facciamo un piccolo riassunto.

I “contagiati” non sono i contagiati. È ormai acclarato che il numero dei contagiati in Italia sia almeno dieci volte più alto di quello che ci viene comunicato ufficialmente. Lo dice persino il capo della Protezione Civile. Calcolando a ritroso a partire dal nostro assurdo tasso di letalità si arriva a una stima di qualche milione di contagiati. E siccome i criteri con cui è composto il nostro dato dei contagiati cambiano casualmente ogni giorno – ogni regione decide per conto suo a chi fare i tamponi, spesso cambiando linea col passare delle settimane – anche l’evoluzione del nostro dato non ha alcun valore.

I “morti” non sono i morti. È ormai acclarato che sono morte migliaia di persone avendo contratto il coronavirus che non sono mai state testate e quindi non rientrano nei casi ufficiali.

I “guariti” non sono guariti. È ormai acclarato che il numero dei “guariti” – che in modo un po’ paternalista ci viene ripetuto ogni giorno all’inizio della conferenza stampa – comprende anche tantissime persone che non sono guarite ma sono solo state dimesse dall’ospedale, benché ancora sintomatiche e positive al coronavirus, semplicemente per far posto a pazienti in condizioni peggiori. Dagli ospedali raccontano che in molti casi vengono dimesse persone che in condizioni normali sarebbero rimaste ricoverate: persone malate e contagiose. I dimessi che non sono guariti non sono pochi: sono la metà del totale dei “guariti”. E poi ci sono le decine di migliaia di guariti a cui non era mai stato fatto il test, che non erano rientrati nei casi registrati.

I “tamponi” non sono le persone che sono state sottoposte a tampone. È ormai acclarato che il dato comprende anche i due tamponi di controllo che vengono fatti per confermare la guarigione dei pazienti. Nessuno sa quante siano le persone sottoposte a tampone, almeno ufficialmente. Il dato quotidiano dei “tamponi” non ci dice nemmeno quanti tamponi sono stati fatti nelle 24 ore precedenti. In Lombardia il ritardo medio tra il risultato del tampone e la sua inclusione tra i dati ufficiali è di 3,6 giorni, e può arrivare fino a 10 giorni.

Questi sono i dati a cui è appeso il nostro destino, apparentemente. Dati che non avevano senso prima e non hanno senso adesso. E oggi ne patiamo la conseguenze, purtroppo, nonostante fosse ovvio che saremmo arrivati a questo punto. Io l’ho scritto il 19 marzo, ma lo dicevamo in tanti.

Lo scopo dei dati è darci una misura, bella o brutta che sia: è misurare quello che abbiamo intorno. Sulla base di quella misura stiamo prendendo decisioni politiche, economiche, sanitarie eccezionali. Quando saremo in grado di dire che queste restrizioni non servono più, se non abbiamo idea di dove sia il virus? Dovessimo scegliere in futuro di adottare delle soluzioni diverse, come potremo misurare la loro efficacia in confronto alle attuali? In teoria oggi basterebbe aumentare la capacità di fare test per far esplodere istantaneamente il numero ufficiale dei contagiati, anche se magari le persone in gravi condizioni sono diminuite.

Sono passate settimane, e ancora non abbiamo uno straccio di dato più affidabile di questi che eppure ci beviamo ogni giorno, e ogni giorno ci fanno dire che “sta andando meglio” o “sta andando peggio”. Il risultato è che da giorni tanti medici e infermieri dagli ospedali ci dicono che le cose vanno sensibilmente meglio, che diminuisce il numero dei ricoverati in terapia intensiva (l’unico dato che ha qualche senso, per quanto parziale: per settimane molte persone che avrebbero avuto bisogno di un ricovero in terapia intensiva non hanno trovato posto, e il numero di letti in terapia intensiva è cresciuto moltissimo), che ci sono sempre meno pazienti che si presentano al pronto soccorso, che non hanno più i pazienti stipati nei corridoi, ma tutto questo dai dati non si vede perché i dati non hanno senso.

Con l’aumento dei tamponi – che sono raddoppiati rispetto al 31 marzo – il numero dei nuovi contagiati potrebbe non venire giù davvero ancora per settimane, come mostrano i dati di questi giorni. E non aver contato tantissimi morti nelle prime settimane dell’epidemia oggi non ci permette di vedere un calo dei morti che invece con ogni probabilità c’è stato.

Visto che la raccolta e la presentazione dei dati ufficiali non sono cambiate nemmeno una volta superate le prime frenetiche settimane, restando sgangherate e inaffidabili come il primo giorno, è legittimo chiedersi se questi dati non abbiano senso deliberatamente. Se si volesse evitare di dire al mondo che l’Italia ha cinque milioni di contagiati, supponiamo, oggi che il paese con più contagi registrati al mondo ne ha circa 500.000 su 320 milioni di abitanti. Il tutto sulla base della convinzione che – dati o non dati – per salvare il maggior numero possibile di persone sarebbe bastato rafforzare gli ospedali, che è l’unica vera grande cosa che abbiamo fatto e che stiamo facendo. Capisco eventualmente le buone intenzioni. Il risultato però è che ora dobbiamo decidere dove e come riaprire senza sapere quanti sono e dove sono i contagiati. Siamo ciechi. E sono passati quaranta giorni.

Non è il momento di dire bugie

Durante la conferenza stampa di mercoledì, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli ha detto:

I tamponi – così come prevede l’OMS, poi mi correggerà se sbaglio il professor Villani – sono effettuati solo quando ci sono sintomi. Sintomi evidenti, difficoltà respiratorie. Quindi sotto questo profilo possono esserci anche delle persone lievemente sintomatiche che non fanno i tamponi. Questo è quello che penso, giusto professore?

Il professore Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria, ha quindi risposto:

Confermo. A coloro che hanno realmente bisogno del tampone, il tampone viene eseguito. Quindi se non viene eseguito evidentemente non c’è l’indicazione a farlo.

Questa cosa non è vera. Ma proprio clamorosamente. Decine di migliaia di persone in Italia – e probabilmente di più – lo sanno bene perché è capitato a loro, o a una persona a loro vicina. Ed è doloroso ascoltare una bugia di queste proporzioni da persone di questa responsabilità in un contesto così delicato.

Una volta per tutte: le raccomandazioni del ministero, diffuse con una circolare del 27 febbraio e poi con una del 9 marzo, dicono che devono essere sottoposte a tampone le persone con infezione respiratoria acuta, cioè «insorgenza improvvisa di almeno uno tra i seguenti segni e sintomi: febbre, tosse e difficoltà respiratoria». È chiaramente specificato che il tampone è raccomandato in presenza di questi sintomi indipendentemente dal ricovero ospedaliero («che richieda il ricovero o meno», dice la circolare). Le raccomandazioni dell’OMS, poi, sono «fate i test, fate i test, fate i test». Siamo stati sgridati per questo: ampliare il numero di test è considerato cruciale per contenere l’epidemia e prendere le migliori decisioni sul percorso di uscita da questa crisi.

Eppure in Italia ci sono sicuramente moltissime persone che pur ricadendo nelle categorie indicate dal ministero e dall’OMS – pur trovandosi in situazioni in cui esisteva eccome «l’indicazione a farlo», per usare le parole del professor Villani – non sono state sottoposte al tampone.

Lo dimostrano le testimonianze drammatiche che tutti i mezzi di informazione, tra cui il Post, raccolgono da giorni da decine di medici di base, medici ospedalieri, infermieri e anestesisti in Lombardia; lo dimostrano le migliaia di persone morte in casa o nelle case di riposo con sintomi gravi compatibili con la COVID-19 e mai sottoposte al tampone, nonostante le ripetute richieste rivolte alle autorità sanitarie; lo dimostrano le esperienze di tantissime persone – disponibili ovunque, dai giornali ai social network fino probabilmente al vostro condominio, se vivete in Lombardia – che pur manifestando sintomi importanti e a volte anche convivendo con una persona risultata positiva al coronavirus, non sono mai riuscite a farsi testare. Qui non si parla della questione del tampone alle persone asintomatiche o lievemente sintomatiche: si parla di persone con sintomi acuti – migliaia di queste sono addirittura morte – che non sono mai state testate.

Non è la prima volta che gli italiani sono costretti ad ascoltare questa bugia. La regione Lombardia continua a sostenere di aver «rigorosamente seguito i protocolli che sono stati dettati dall’Istituto Superiore di Sanità», quando in realtà è più facile ottenere una radiografia ai polmoni – che permette ai medici di riconoscere i sintomi della COVID-19 e arrangiarsi di conseguenza – che un tampone. Addirittura in molti casi non si riescono a fare nemmeno i tamponi di controllo, quelli necessari per accertare la guarigione dei pazienti, che intanto aspettano per giorni di tornare alle loro vite. Il molto annunciato aumento del numero di tamponi effettuati in Lombardia ancora non si è visto. Non è solo una questione di correttezza, sia chiaro: le carenze della Lombardia sui test compromettono il contenimento dell’epidemia, e le modalità e i percorsi con cui potremo uscire da questa situazione e tornare alle nostre vite.

Anche il direttore della Protezione Civile, Agostino Miozzo, durante la conferenza stampa di mercoledì della settimana scorsa ha detto che «si fanno i tamponi che il Sistema Sanitario Nazionale ritiene necessario fare sulla base delle indicazioni che ci sono suggerite dalle organizzazioni internazionali». Non è vero.

In Lombardia non si fanno i tamponi che il sistema sanitario ritiene necessario fare, ma quelli che il sistema sanitario riesce a fare, a prescindere dai protocolli: e quindi molti meno di quelli che sarebbe necessario fare se si volessero seguire le indicazioni nazionali e internazionali. In altre regioni si sono visti approcci diversi e grandi miglioramenti su questo fronte: in Lombardia no. Poco dopo Miozzo ha aggiunto, parlando dei tamponi, che «c’è una policy di ricerca dei pazienti soprattutto sintomatici o dei loro contatti stretti». Non è vero neanche questo. Al contrario, la stampa in questi giorni ha ottenuto decine di testimonianze di familiari e conviventi di persone affette da COVID-19 che pur manifestando i sintomi della malattia non sono mai state testate, e a cui le autorità sanitarie hanno dato la sola istruzione di restare a casa come tutti.

Sempre durante la conferenza stampa di ieri, Borrelli ha detto anche un’altra cosa purtroppo non vera:

A me non è arrivata alcuna segnalazione di persone che non sono riuscite a entrare in terapia intensiva. Almeno per quello che è dato constatare a me, e non credo che sia arrivata all’opinione pubblica questo tipo di informazione. […] Con il lavoro dei medici, dei rianimatori, si soccorre – credo, a mio giudizio – tutti coloro i quali ne hanno bisogno.

Sono stati purtroppo proprio i medici e i rianimatori i primi a raccontare dolorosamente che in Lombardia per settimane non ci sono stati posti per tutti in terapia intensiva, e forse solo negli ultimi giorni le cose stanno cominciando a migliorare. Di nuovo, in Lombardia ci sono addirittura migliaia di persone – migliaia di persone – che sono morte in casa: che avrebbero avuto bisogno eccome di soccorsi, eppure non è stato possibile soccorrere. Residenze per anziani che si sono svuotate in pochi giorni e in cui le ambulanze non sono mai arrivate. Pazienti che non è stato possibile curare finché le loro condizioni non si sono deteriorate in modo irreparabile. Non uno o due: tanti. Il comprensibile desiderio di rassicurare la popolazione non può trasformarsi in una licenza a dire cose che non sono vere, peraltro da pulpiti così importanti e ufficiali.

Verrà il momento di discutere di cosa sia andato storto in Lombardia, che è stata travolta dall’epidemia con una forza maggiore che in qualsiasi altro posto d’Italia e forse del mondo. Così come verrà il momento di capire come mai a oltre un mese dall’inizio dell’epidemia non siamo ancora in grado di avere dei dati che permettano di misurare con una qualche affidabilità il numero di persone contagiate e il numero di persone morte. Può darsi che non si potesse fare più di così. Possiamo accettare che, pur avendo tutti le migliori intenzioni, in una situazione così straordinaria questo sia il massimo che fosse possibile fare. Ma allora sarebbe rispettoso e onesto dire questo, e non una bugia.

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Il famoso modello italiano

Dovrebbe essere scontato, eppure bisogna dirlo: la storia dell’Italia che sta dando lezioni al mondo, e che all’estero viene vista come un modello, è appunto una storia che ci stiamo raccontando. Capisco che possa essere confortante pensare altrimenti, e convincersi che per una volta abbiamo reagito prima e meglio degli altri, ma no: è andata come al solito. D’altra parte sarebbe bizzarro che il paese oggi messo peggio al mondo sia quello che ha azzeccato più cose degli altri. Nei contesti internazionali più seri e affidabili l’Italia non viene citata come il paese da cui imparare cosa fare, ma come il paese da cui imparare cosa non fare.

Siamo il paese che non si è proprio accorto dell’arrivo del virus, tanto che il primo propulsore dell’epidemia sono stati addirittura gli ospedali. Quello che non ha dichiarato la zona rossa in Val Seriana, con le conseguenze che conosciamo. Quello che ha abbandonato i medici di base. Quello nel quale le successive incrementali restrizioni decise dal governo sono trapelate puntualmente sulla stampa, innescando fughe verso le altre regioni e compromettendone l’efficacia. Siamo stati i primi a metterci in quarantena, ma non perché abbiamo agito con lungimiranza: solo perché siamo stati i primi a essere investiti dal disastro, anche a causa degli errori di cui sopra.

A più di un mese dai primi casi registrati, poi, abbiamo ancora lo stoico personale sanitario drammaticamente esposto al contagio, dati inaffidabili e incompleti, regioni che vanno in ordine sparso e altre che mentono sui test che riescono a effettuare. E soprattutto, non sembra vedersi all’orizzonte alcuna idea. La quarantena è giusta e necessaria, naturalmente, ma poi? Siamo in grado di arrivare a qualcosa di meglio delle soluzioni medievali, e a uno qualsiasi degli approcci integrati che vediamo in giro per il mondo? Un lockdown vero, alla cinese, della Lombardia? Oppure il tracciamento dei contatti? Oppure l’isolamento dei malati fuori dalle loro residenze? Oppure i tamponi a tappeto? Oppure i tamponi su un campione di popolazione? Oppure i test per gli anticorpi? Oppure le quarantene per gruppi? Qualcosa arriverà ma è passato un mese e nel dubbio non stiamo facendo niente, se non per l’iniziativa spontanea ed evidentemente limitata di qualche regione.

Conosco le obiezioni più frequenti. La prima è che l’Italia sia stata investita all’improvviso. Ma è difficile parlare di “improvviso” per un virus che aveva già bloccato 50 milioni di persone in Cina e del quale era stata già ampiamente descritta la pericolosità. Lo abbiamo sottovalutato, noi come gli altri. “Gli altri paesi non hanno fatto meglio di noi”. Non ci sono paesi che abbiano fatto tutto bene, e ci sono leader politici che sono stati straordinariamente irresponsabili: chi sono io per rovinare la festa a chi si ritiene soddisfatto di essersela cavata meglio di Trump o Bolsonaro o Johnson, e mette lì la propria asticella. Ma paragonarsi ai peggiori non ci rende più bravi, come ci ripetevano i nostri genitori. Rimane che al momento siamo noi quelli con più morti al mondo, ed è innanzitutto sulla base di quel dato che alla fine misureremo chi ha fatto meglio e chi no. “Se hai delle idee fatti avanti”: grazie, ma è il mestiere del governo. Di idee ne circolano moltissime tra gli esperti e gli addetti ai lavori, anche italiani. A me basterebbe vedere un piano che non sia semplicemente chiudiamoci in casa e speriamo che passi. Perché se no non passa prima di parecchio tempo e parecchie sofferenze. Andrà tutto bene solo se ce ne occupiamo. Forza.

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I dati ufficiali sono un’illusione ottica

Queste nuove giornate stanno cominciando ad assumere una loro forma. Per esempio, per un po’ di persone ogni giornata è scandita dalla conferenza stampa con cui intorno alle 18 la Protezione Civile diffonde i dati quotidiani sul numero di persone contagiate, morte, ricoverate e guarite. Tante altre cose che compongono le nostre strane giornate sono una conseguenza di quei dati: a cominciare dai titoli, i grafici, i flussi e gli scenari che vediamo fiorire in televisione, sui social network e sui giornali, e che permettono a tutti di fare delle ipotesi, di sostenere delle tesi, di ipotizzare evoluzioni e interventi. I dati sono la nostra bussola: chiusi in casa, sono l’unico modo che abbiamo per provare a capire quello che sta succedendo.

Il problema è che quei dati ci dicono sempre meno.

Innanzitutto capita che quei dati siano incompleti. Una volta manca la Campania, una volta la Puglia, una volta Trento, una volta la Lombardia; altre volte i dati non sono ufficialmente incompleti ma presentano incongruenze che vengono corrette il giorno successivo. Nonostante queste occasionali ma frequenti incompletezze, quei dati vengono comunque commentati e analizzati, e ispirano discussioni sul picco che arriva o non arriva e quando arriva, sulle regioni messe meglio o messe peggio, su quello che ci aspetta. Poi il giorno dopo arrivano dei nuovi dati e si ricomincia, anche se a volte quei nuovi dati raccontano una storia molto diversa per una provincia o una regione intera.

Soprattutto, però, ci sono ragioni fondate per pensare che questi dati – al di là dell’incompletezza a volte dichiarata – non abbiano più una vera aderenza con la realtà: che siano così parziali da non poter più essere una bussola.

Abbiamo accettato da tempo – per quanto dubito che sia noto alla grande maggioranza degli italiani – che in Italia si fanno i tamponi soltanto a chi presenta sintomi importanti. Dato che la COVID-19 si manifesta in forma grave soltanto in una minoranza delle persone contagiate, questo vuol dire che il dato della Protezione Civile rappresenta solo una fetta piuttosto ristretta delle persone contagiate in Italia, che sono almeno quattro o cinque volte quel numero. Di per sé questo potrebbe non essere un grosso problema: basta saperlo. Se il criterio con cui facciamo o non facciamo i tamponi rimane uniforme e costante, l’evoluzione dei dati può dirci comunque molto. Se testiamo tutti i pazienti con sintomi gravi, anche il dato dei morti può dirci molto.

Quel criterio però non è più uniforme né costante.

La linea sui tamponi cambia da regione a regione. Ci sono regioni che li fanno solo a chi ha sintomi gravi o è entrato in contatto con una persona contagiata. Ci sono regioni che negli ultimi giorni hanno deciso di estendere questi criteri e farli “a tappeto” o quasi, per esempio il Veneto. Ci sono regioni che non testano i familiari delle persone positive, nemmeno quando presentano sintomi importanti, altre che invece lo fanno. In Lombardia, la regione con la situazione più drammatica, si fanno i tamponi solo alle persone che arrivano in condizioni gravissime in ospedale; e ci sono tante persone, soprattutto nella provincia di Bergamo, che muoiono in casa prima di essere testate. Muoiono, probabilmente muoiono a causa del coronavirus, e non rientrano nei dati quotidiani sui morti.

«Da quello che sappiamo», ha detto un biologo oggi a Repubblica, «gli ospedali lombardi, ormai al limite del collasso, rimandano indietro moltissime persone con sintomi senza far loro il tampone. E quindi il numero di contagiati è ampiamente sottostimato. Ma come denunciano i sindaci del bergamasco, c’è una stima errata anche dei decessi. Molti ormai muoiono a casa senza tampone e non nelle terapie intensive, quindi non risultano conteggiati come decessi per Covid-19 nei resoconti ufficiali. L’unica cosa certa è che i dati in arrivo dalla Lombardia sono ormai inutilizzabili».

Insomma: la metà dei contagiati rilevati in tutta Italia è in Lombardia, e non si riescono a testare nemmeno tutte le persone con sintomi gravi. Capite bene che in un contesto come questo basta cannare i dati sulla Lombardia perché l’intero quadro nazionale perda senso. Li stiamo cannando, e quelli che arrivano dalle altre regioni d’Italia non sono uniformi né raccolti con gli stessi criteri. In Emilia-Romagna ci sono 4.525 contagi rilevati e un tasso di letalità del 10,1 per cento; in Veneto ci sono 3.214 contagi rilevati e un tasso di letalità del 2,9 per cento. Nelle Marche ci sono 1.568 contagi rilevati e un tasso di letalità del 5,9 per cento; in Toscana ci sono 1.330 contagi rilevati e un tasso di letalità dell’1,7 per cento. Questo perché ogni regione va in ordine sparso, e ogni regione somma ai suoi buchi di rilevamento i diversi buchi delle altre regioni. Stiamo effettivamente sommando le mele e le pere.

Ora, io ovviamente non credo che la Protezione Civile stia imbrogliando tutti, per carità. La situazione è eccezionale e mai vista prima, non abbiamo le risorse per fare test a tappeto, il sistema sanitario in certe regioni è già ora al collasso e dove non è al collasso era deficitario da prima. Non penso che stia accadendo una cosa da “censura cinese”. È una cosa importante. Al di là delle intenzioni, però, è importante anche notare che il risultato purtroppo è lo stesso. C’è un motivo per cui la comunità scientifica considera pericoloso e grave che un paese non fornisca dati affidabili sul contagio alla sua popolazione, e quel motivo non è la difesa dei sani principi democratici: il motivo è che altrimenti siamo ciechi. Altrimenti non abbiamo idea di come stia procedendo il contagio. Temo che ci troviamo in questa situazione, in Italia come in tanti altri posti del mondo: abbiamo un’idea a spanne, basata sulla situazione negli ospedali, ma solo quella. Quanti sono i contagiati: non lo sappiamo. Quanti sono i morti: non lo sappiamo.

È un problema innanzitutto perché parliamo di dati. Non di valutazioni, scenari o prospettive, bensì dati, numeri, cose a cui siamo abituati ad affidare una descrizione esatta della realtà. Uno è diverso da due che è diverso da dieci che è diverso da mille. Eppure i dati quotidiani della Protezione Civile hanno un legame con la realtà molto più approssimativo e vago di quello che siamo abituati a pretendere dai numeri (numeri che, non dimentichiamolo, sono persone). Nonostante questo diffondiamo comunque questi numeri, che saranno utilizzati per fare previsioni, modelli, studi scientifici, in Italia e all’estero.

Infine, a questi dati è evidentemente legato un pezzo importante della legittimazione politica delle più gravi restrizioni alle nostre libertà dai tempi di Benito Mussolini. Prevengo l’obiezione: i dati veri sono sicuramente molto peggiori dei dati che abbiamo. Vero. Ma lo scopo dei dati è darci una misura, bella o brutta che sia: è misurare quello che abbiamo intorno. Sulla base di quella misura stiamo prendendo decisioni politiche, economiche, sanitarie eccezionali. Quando saremo in grado di dire che queste restrizioni non servono più, se non abbiamo idea di dove sia il virus? Dovessimo scegliere in futuro di adottare delle soluzioni diverse, come potremo misurare la loro efficacia in confronto alle attuali? In teoria oggi basterebbe aumentare la capacità di fare test per far esplodere istantaneamente il numero ufficiale dei contagiati, anche se magari le persone in gravi condizioni sono diminuite.

Credo che la Protezione Civile, che sta facendo un lavoro straordinario in circostanze straordinarie, dovrebbe sforzarsi di sottolineare come i dati che presenta ogni giorno vadano presi con un paio di pinze grandi come una casa. Credo che i giornali stiano facendo bene – anche al Post ci stiamo provando – a indagare e raccontare la diffusione della malattia al di là del contenuto dei dati ufficiali. Quanto a noi, per qualche giorno ho osservato con fastidio il fatto che alle 18, all’ora del solenne bollettino di guerra della Protezione Civile, una bella fetta di persone – almeno qui a Milano – avesse fissato il momento delle canzoni, dell’inno nazionale e delle urla dal balcone. Oggi sono più indulgente.

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