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Re Mida al contrario

Torno a discutere della crisi di governo per aggiungere una cosa al post di ieri sull’irrilevanza dello spettacolo a cui stiamo assistendo.

Credo che sia legittimo aprire una crisi di governo “in questo momento”, e ho trovato stucchevoli le preoccupazioni su come “durante una pandemia” sarebbe stato meglio evitare. Come a dire: siccome stavolta gli errori possono costarci davvero cari, evitiamo di correggerli. Lo scandalo è ancora più bizzarro dal momento che nell’ultimo anno il governo è stato criticato da tutti su tutto, dai DPCM alla gestione della cassa integrazione, dalla delega all’onnipotente commissario Arcuri all’imbarazzante vicenda delle scuole, dai rapporti con le regioni fino alla furba decisione di stanziare una montagna di soldi per pagare le persone perché vadano fisicamente nei negozi “durante una pandemia”. Insomma: ci mancherebbe altro che non si possa discutere dell’operato di un governo ed eventualmente anche sostituirlo, oggi come sempre.

Solo che poi lo devi fare: e l’operazione si giudica sulla base di come lo fai e quali risultati ottieni.

Osservato quello che è oggi l’esito più probabile di questa crisi – cioè la nascita di un nuovo governo Conte senza Conte, oppure di un nuovo governo Conte con Conte, entrambi col sostegno della medesima maggioranza parlamentare – è legittimo chiedersi se i punti di conflitto in questo caso giustificassero una crisi di governo e se non potessero essere risolti in un altro modo. Se, per l’appunto, non ci state facendo perdere tempo e basta. Dovessimo uscirne con un governo simile al precedente, la domanda avrebbe una risposta semplice.

Questo non vuol dire che quei punti di conflitto non esistessero o non fosse legittimo sollevarli. Mi pare che tra le persone ragionevoli ci sia una certa unanimità sul fatto che il ruolo abnorme del commissario Arcuri, il modo a dir poco sommario con cui sono stati preparati la campagna vaccinale e il piano per l’accesso ai fondi europei, così come l’accentramento della delega ai servizi segreti sulla figura del presidente del Consiglio, fossero e siano questioni politiche vere. Nonostante la sua leadership molle ed ectoplasmatica, persino il Partito Democratico aveva sollevato molte di queste critiche. E questo ci porta a parlare di Matteo Renzi.

Un politico sinceramente interessato ad avanzare una causa dovrebbe riflettere sul modo più efficace per ottenere i suoi obiettivi, e su cosa potrebbe invece nuocergli. Temo che Renzi non abbia fatto questa valutazione: altrimenti come avrebbe potuto concludere, a fronte della propria gigantesca e durevole impopolarità, che uno strappo così unilaterale potesse essere una buona idea? Che potesse rendere popolari quegli argomenti politici? Che un pezzo consistente del paese avrebbe dato sostegno a questa scelta, invece che bocciarla proprio in quanto operata da Renzi? Non si è accorto dell’involuzione della propria parabola politica, di come sia diventato una specie di Re Mida al contrario? Questa è una cosa che scrivevo già più di due anni fa.

Tutto questo è un problema per Renzi e la sua credibilità personale, naturalmente, ma sarebbero affari suoi se non fosse un grosso problema anche per tutti noi. Le idee di Renzi sul Partito Democratico hanno una storia importante che non nasce con lui – il discorso del Lingotto, per fare un esempio – e mai come nei prossimi anni l’Italia avrà bisogno di una voce forte e credibile che rappresenti l’europeismo, il liberalismo, il garantismo, la difesa dei diritti civili. La pretesa di Renzi di continuare a occupare la scena come difensore di questi valori, in ultima istanza nuoce proprio a questi valori. Se non vuole farlo per lui, lo faccia per noi.

E all’epoca Renzi era ancora un dirigente del Partito Democratico! Oggi è il capo di uno dei partitini personali che aveva passato anni a denigrare.

Non è una cosa che dico con leggerezza. Credo che sia doloroso, per chi ha scelto la politica come vocazione e professione, constatare che il proprio consenso personale sia precipitato al punto da danneggiare quello in cui si crede. Certo, i molti gravissimi errori politici di Renzi non sono l’unica causa di questa involuzione: la campagna mediatica e giudiziaria di cui è stato vittima è straordinaria persino per gli standard italiani. E certo: dentro Italia Viva, così come dentro il Partito Democratico, militano molte brave persone con buone intenzioni. Ma è stato lo stesso Renzi a dare l’impressione di non prendere sul serio il suo ruolo in questa fase così delicata.

Un leader che decida di usare il proprio capitale politico per disfare un governo in un momento cruciale non va a incensare a pagamento il capo di uno dei più feroci regimi del mondo, né poi cerca di giustificarsi raccontando stupidaggini sul ruolo dell’Arabia Saudita nel fermare l’estremismo islamico – l’Arabia Saudita è letteralmente l’estremismo islamico: è un ISIS che ce l’ha fatta – o crea intenzionalmente confusione tra la politica estera di uno Stato, che certamente comporta anche parlare con personaggi spregevoli, e il gesto individuale di un senatore che accetta di essere profumatamente pagato per un incarico del genere.

Un leader che pensi di dover conservare la propria credibilità durante una crisi di governo che ha innescato non può pensare che sia saggio fare una cosa del genere. Nessuno che pensi di poter fare ancora un giorno il presidente del Consiglio o il ministro della Difesa o il capo della Commissione Europea nel mondo del 2021 decide che sia opportuno farsi mettere a libro paga da Mohammed bin Salman. Qualcuno ha detto che soltanto un politico a fine carriera, lasciato ogni incarico ufficiale, dovrebbe sentirsi libero di accettare ruoli del genere. Credo che Renzi lo sappia benissimo, e che questo ci dica qualcosa anche sulla colpevole leggerezza con cui questa crisi sia stata innescata.

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