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Chiamateci quando avete finito

«Questa non è politica, non si può annoiare la gente all’estero con questa roba», ha scritto qualche giorno fa Constanze Reuscher, nota giornalista tedesca corrispondente in Italia. Stava parlando della nostra crisi di governo, e non bisogna essere tedeschi per condividerne lo stato d’animo. Davanti ai toni drammatici con cui viene raccontata questa fase, infatti, credo di non essere l’unico a trovarsi spesso a sbadigliare, a cambiare canale, a non aver voglia di leggere niente. Non per repulsione o per disgusto, né per disinteresse per la grave situazione nella quale ci troviamo, bensì per manifesta irrilevanza di quello che stiamo vedendo. C’è una crisi di governo, e non è niente che meriti il nostro tempo e il nostro interesse.

Le conseguenze di ogni crisi di governo possono essere importanti, ma è abbastanza chiaro che le conseguenze di questa non lo saranno. La gestione italiana della pandemia è affidata prevalentemente a soggetti diversi dal governo nazionale – le regioni, il Comitato tecnico scientifico, il commissario; i contratti con le case farmaceutiche per i vaccini sono europei, eccetera – e le sue decisioni hanno ricalcato, a volte con anticipo e altre con ritardo, quelle prese dagli altri grandi paesi europei. La qualità e l’efficacia dell’intervento pubblico riflettono, nel bene ma più spesso nel male, le condizioni strutturali del paese, del suo sistema sanitario, della sua pubblica amministrazione, molto di più delle scelte politiche di questo o quel ministro. Lo stesso varrà per il Recovery Plan. Siamo l’Italia, abbiamo il paese e il Parlamento che ci meritiamo, a prescindere da chi si trova al governo: le cose possono cambiare, certo, ma non si diventa la Germania in qualche mese. È una questione collettiva, nazionale, di popolo: la politica è una conseguenza. D’altra parte il contesto di partenza era noto, anche prima della pandemia.

C’è un presidente del Consiglio che il giorno delle ultime elezioni era un completo sconosciuto, scelto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega proprio in quanto completo sconosciuto per fare il capo del governo più euroscettico della storia della Repubblica. Il suddetto presidente chiese e ottenne la fiducia sostenendo in Parlamento che sovranismo e populismo siano buoni e giusti al punto da essere scritti nella Costituzione italiana: una bestemmia. Quando quell’alleanza finì, il suddetto presidente restò capo del governo: ma di un governo diverso e sostenuto da partiti diversi, stavolta Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, che fino al giorno prima si consideravano reciprocamente mafiosi, pedofili, analfabeti, complottisti, e giuravano che mai e poi mai si sarebbero alleati (uno di questi diceva proprio di non volersi alleare con nessuno: poi in due anni si è alleato con Salvini, Zingaretti, Renzi, Tabacci e D’Alema, e ora sta facendo la corte a Mastella).

Oggi che anche quell’alleanza è arrivata al capolinea, tra l’altro senza aver messo mano alle principali eredità politiche dell’alleanza precedente, il suddetto presidente del Consiglio – che intanto è passato a definire «imprescindibile» la propria «vocazione europeista» e presentarsi come l’ultimo baluardo contro «le derive nazionaliste e le logiche sovraniste», perché il mestiere richiede una certa faccia tosta – sta cercando di guidare un terzo governo sostenuto da una terza diversa alleanza, stavolta messa insieme raccogliendo un eterogeneo e improvvisato gruppo di senatori con un’operazione che sia il Partito Democratico che il Movimento 5 Stelle in passato avrebbero chiamato «mercato delle vacche» o «compravendita». Ma attenzione, perché l’ennesimo gruppo parlamentare composto da personaggi imbarazzanti e scappati-di-casa alla fine potrebbe anche non essere necessario: ci sono ottime possibilità che il nuovo governo alla fine sarà sostenuto dalla stessa maggioranza parlamentare del vecchio governo. I veti reciproci espressi perentoriamente qualche giorno fa, infatti, sono già stati superati: quando vale tutto, tutto vale niente. Il paese ha bisogno di risposte, è vero: ma chi dovrebbe dargliele? Facciamo che ci chiamate quando avete finito, dai.

Aggiornamento: la riflessione sulla crisi di governo prosegue qui, e parliamo della persona che l’ha innescata.

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