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I dati ufficiali non avevano senso prima e non hanno senso adesso

I dati ufficiali sull’epidemia diffusi ieri dalla Protezione Civile hanno generato qualche preoccupazione. Dopo oltre 40 giorni di quarantena – quarantena decisa per combattere una malattia che avrebbe un tempo di incubazione di 14 giorni al massimo – ci sono molti segnali positivi ma non c’è il crollo del numero quotidiano dei nuovi contagiati che sarebbe stato logico aspettarsi. Ieri in Lombardia è cresciuto il numero dei nuovi contagiati (a Milano è raddoppiato) ed è cresciuto il numero dei morti. «Non c’è una netta e decisa riduzione dei contagi», ha detto l’assessore regionale Gallera. Ma non è solo questione di ieri: il modo in cui il governo ha sbagliato le sue previsioni – previsioni sicuramente costruite da scienziati ed esperti – è abbastanza esemplare. Le cose non stanno andando secondo i piani.

Davanti a una situazione come questa, con gli italiani da 40 giorni chiusi in casa, lontani dai loro affetti più cari e preoccupati per la devastazione economica personale e collettiva, le autorità e i media indicano quotidianamente dei chiari colpevoli, gli unici sottomano: quegli scellerati che continuano a uscire di casa. Nessuno ha idea del motivo per cui sono fuori le persone che vediamo fuori, ma siamo tutti sicuri che non dovrebbero starci, pure se sono da sole.

Le nostre innate pulsioni repressive e poliziesche si sono saldate con le informazioni fuorvianti trasmesse dalle autorità e dai media, che ci hanno convinti che la quarantena serva a sconfiggere il virus. Una cosa evidentemente falsa: la quarantena serve a prendere tempo e salvare vite intanto che ci inventiamo un modo per ricominciare una vita con il virus. Abbiamo avuto in molti un dubbio, nelle scorse settimane: ma qualcuno al governo si sta occupando sotto traccia della fase due, e sapremo tutto a tempo debito, o non se ne sta occupando nessuno? Il presidente del Consiglio ha sciolto in modo scoraggiante questo dubbio quando venerdì 10 aprile ha nominato un comitato di esperti per lavorare alla fase due. Buongiorno.

Quindi restiamo aggrappati ai dati ufficiali, convinti che dall’evoluzione di quei dati dipenda il nostro futuro personale e collettivo. Ma di che dati parliamo? Facciamo un piccolo riassunto.

I “contagiati” non sono i contagiati. È ormai acclarato che il numero dei contagiati in Italia sia almeno dieci volte più alto di quello che ci viene comunicato ufficialmente. Lo dice persino il capo della Protezione Civile. Calcolando a ritroso a partire dal nostro assurdo tasso di letalità si arriva a una stima di qualche milione di contagiati. E siccome i criteri con cui è composto il nostro dato dei contagiati cambiano casualmente ogni giorno – ogni regione decide per conto suo a chi fare i tamponi, spesso cambiando linea col passare delle settimane – anche l’evoluzione del nostro dato non ha alcun valore.

I “morti” non sono i morti. È ormai acclarato che sono morte migliaia di persone avendo contratto il coronavirus che non sono mai state testate e quindi non rientrano nei casi ufficiali.

I “guariti” non sono guariti. È ormai acclarato che il numero dei “guariti” – che in modo un po’ paternalista ci viene ripetuto ogni giorno all’inizio della conferenza stampa – comprende anche tantissime persone che non sono guarite ma sono solo state dimesse dall’ospedale, benché ancora sintomatiche e positive al coronavirus, semplicemente per far posto a pazienti in condizioni peggiori. Dagli ospedali raccontano che in molti casi vengono dimesse persone che in condizioni normali sarebbero rimaste ricoverate: persone malate e contagiose. I dimessi che non sono guariti non sono pochi: sono la metà del totale dei “guariti”. E poi ci sono le decine di migliaia di guariti a cui non era mai stato fatto il test, che non erano rientrati nei casi registrati.

I “tamponi” non sono le persone che sono state sottoposte a tampone. È ormai acclarato che il dato comprende anche i due tamponi di controllo che vengono fatti per confermare la guarigione dei pazienti. Nessuno sa quante siano le persone sottoposte a tampone, almeno ufficialmente. Il dato quotidiano dei “tamponi” non ci dice nemmeno quanti tamponi sono stati fatti nelle 24 ore precedenti. In Lombardia il ritardo medio tra il risultato del tampone e la sua inclusione tra i dati ufficiali è di 3,6 giorni, e può arrivare fino a 10 giorni.

Questi sono i dati a cui è appeso il nostro destino, apparentemente. Dati che non avevano senso prima e non hanno senso adesso. E oggi ne patiamo la conseguenze, purtroppo, nonostante fosse ovvio che saremmo arrivati a questo punto. Io l’ho scritto il 19 marzo, ma lo dicevamo in tanti.

Lo scopo dei dati è darci una misura, bella o brutta che sia: è misurare quello che abbiamo intorno. Sulla base di quella misura stiamo prendendo decisioni politiche, economiche, sanitarie eccezionali. Quando saremo in grado di dire che queste restrizioni non servono più, se non abbiamo idea di dove sia il virus? Dovessimo scegliere in futuro di adottare delle soluzioni diverse, come potremo misurare la loro efficacia in confronto alle attuali? In teoria oggi basterebbe aumentare la capacità di fare test per far esplodere istantaneamente il numero ufficiale dei contagiati, anche se magari le persone in gravi condizioni sono diminuite.

Sono passate settimane, e ancora non abbiamo uno straccio di dato più affidabile di questi che eppure ci beviamo ogni giorno, e ogni giorno ci fanno dire che “sta andando meglio” o “sta andando peggio”. Il risultato è che da giorni tanti medici e infermieri dagli ospedali ci dicono che le cose vanno sensibilmente meglio, che diminuisce il numero dei ricoverati in terapia intensiva (l’unico dato che ha qualche senso, per quanto parziale: per settimane molte persone che avrebbero avuto bisogno di un ricovero in terapia intensiva non hanno trovato posto, e il numero di letti in terapia intensiva è cresciuto moltissimo), che ci sono sempre meno pazienti che si presentano al pronto soccorso, che non hanno più i pazienti stipati nei corridoi, ma tutto questo dai dati non si vede perché i dati non hanno senso.

Con l’aumento dei tamponi – che sono raddoppiati rispetto al 31 marzo – il numero dei nuovi contagiati potrebbe non venire giù davvero ancora per settimane, come mostrano i dati di questi giorni. E non aver contato tantissimi morti nelle prime settimane dell’epidemia oggi non ci permette di vedere un calo dei morti che invece con ogni probabilità c’è stato.

Visto che la raccolta e la presentazione dei dati ufficiali non sono cambiate nemmeno una volta superate le prime frenetiche settimane, restando sgangherate e inaffidabili come il primo giorno, è legittimo chiedersi se questi dati non abbiano senso deliberatamente. Se si volesse evitare di dire al mondo che l’Italia ha cinque milioni di contagiati, supponiamo, oggi che il paese con più contagi registrati al mondo ne ha circa 500.000 su 320 milioni di abitanti. Il tutto sulla base della convinzione che – dati o non dati – per salvare il maggior numero possibile di persone sarebbe bastato rafforzare gli ospedali, che è l’unica vera grande cosa che abbiamo fatto e che stiamo facendo. Capisco eventualmente le buone intenzioni. Il risultato però è che ora dobbiamo decidere dove e come riaprire senza sapere quanti sono e dove sono i contagiati. Siamo ciechi. E sono passati quaranta giorni.

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