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Il famoso modello italiano

Dovrebbe essere scontato, eppure bisogna dirlo: la storia dell’Italia che sta dando lezioni al mondo, e che all’estero viene vista come un modello, è appunto una storia che ci stiamo raccontando. Capisco che possa essere confortante pensare altrimenti, e convincersi che per una volta abbiamo reagito prima e meglio degli altri, ma no: è andata come al solito. D’altra parte sarebbe bizzarro che il paese oggi messo peggio al mondo sia quello che ha azzeccato più cose degli altri. Nei contesti internazionali più seri e affidabili l’Italia non viene citata come il paese da cui imparare cosa fare, ma come il paese da cui imparare cosa non fare.

Siamo il paese che non si è proprio accorto dell’arrivo del virus, tanto che il primo propulsore dell’epidemia sono stati addirittura gli ospedali. Quello che non ha dichiarato la zona rossa in Val Seriana, con le conseguenze che conosciamo. Quello che ha abbandonato i medici di base. Quello nel quale le successive incrementali restrizioni decise dal governo sono trapelate puntualmente sulla stampa, innescando fughe verso le altre regioni e compromettendone l’efficacia. Siamo stati i primi a metterci in quarantena, ma non perché abbiamo agito con lungimiranza: solo perché siamo stati i primi a essere investiti dal disastro, anche a causa degli errori di cui sopra.

A più di un mese dai primi casi registrati, poi, abbiamo ancora lo stoico personale sanitario drammaticamente esposto al contagio, dati inaffidabili e incompleti, regioni che vanno in ordine sparso e altre che mentono sui test che riescono a effettuare. E soprattutto, non sembra vedersi all’orizzonte alcuna idea. La quarantena è giusta e necessaria, naturalmente, ma poi? Siamo in grado di arrivare a qualcosa di meglio delle soluzioni medievali, e a uno qualsiasi degli approcci integrati che vediamo in giro per il mondo? Un lockdown vero, alla cinese, della Lombardia? Oppure il tracciamento dei contatti? Oppure l’isolamento dei malati fuori dalle loro residenze? Oppure i tamponi a tappeto? Oppure i tamponi su un campione di popolazione? Oppure i test per gli anticorpi? Oppure le quarantene per gruppi? Qualcosa arriverà ma è passato un mese e nel dubbio non stiamo facendo niente, se non per l’iniziativa spontanea ed evidentemente limitata di qualche regione.

Conosco le obiezioni più frequenti. La prima è che l’Italia sia stata investita all’improvviso. Ma è difficile parlare di “improvviso” per un virus che aveva già bloccato 50 milioni di persone in Cina e del quale era stata già ampiamente descritta la pericolosità. Lo abbiamo sottovalutato, noi come gli altri. “Gli altri paesi non hanno fatto meglio di noi”. Non ci sono paesi che abbiano fatto tutto bene, e ci sono leader politici che sono stati straordinariamente irresponsabili: chi sono io per rovinare la festa a chi si ritiene soddisfatto di essersela cavata meglio di Trump o Bolsonaro o Johnson, e mette lì la propria asticella. Ma paragonarsi ai peggiori non ci rende più bravi, come ci ripetevano i nostri genitori. Rimane che al momento siamo noi quelli con più morti al mondo, ed è innanzitutto sulla base di quel dato che alla fine misureremo chi ha fatto meglio e chi no. “Se hai delle idee fatti avanti”: grazie, ma è il mestiere del governo. Di idee ne circolano moltissime tra gli esperti e gli addetti ai lavori, anche italiani. A me basterebbe vedere un piano che non sia semplicemente chiudiamoci in casa e speriamo che passi. Perché se no non passa prima di parecchio tempo e parecchie sofferenze. Andrà tutto bene solo se ce ne occupiamo. Forza.

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