Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

–241 giorni alle elezioni statunitensi

–241 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni alle primarie in Florida e Ohio

presidential seal

Il 15 marzo alle primarie americane i Repubblicani assegnano in un giorno solo ben 358 delegati, i Democratici addirittura 691. In più si voterà in alcuni degli stati politicamente più importanti del paese, come l’Ohio e la Florida. Per i candidati che fin qui hanno ottenuto più delegati, è l’opportunità per allargare il loro distacco fino a farlo diventare incolmabile o quasi; per i candidati che sono indietro, invece, è potenzialmente uno di quei momenti da dentro o fuori. Ah, alla fine è ufficiale che Michael Bloomberg non si candida, come qui avete letto fin dal primo giorno.

Dove si vota tra i Repubblicani
rep-mapIl 15 marzo i Repubblicani votano in Florida (99 delegati, primarie), in Illinois (69 delegati, primarie), in Missouri (49 delegati, primarie), in North Carolina (69 delegati, primarie) e in Ohio (63 delegati, primarie). Sono gli stati colorati in rosso nella mappa (non badate ai numerini, per ora non ci interessano). L’unico posto che non vedete nella mappa sono le Northern Marian Islands, quindici isole del Pacifico in cui abitano circa 50.000 persone e il cui status politico è lo stesso di Porto Rico, quindi non sono effettivamente uno stato: ma fanno dei caucus e il 15 marzo assegnano così 9 delegati. Se volete capire un po’ meglio la matta geografia statunitense, questo video – segnalatomi da Omar – è un ottimo punto di partenza.

Le primarie del 15 marzo sono anche il momento in cui i Repubblicani cambiano sistema di distribuzione dei delegati: fin qui sono stati assegnati con un criterio proporzionale, dal 15 – fatta eccezione in North Carolina – si passa quasi ovunque a un criterio maggioritario. Cosa vuol dire: in ogni stato chi prende anche soltanto un voto in più degli altri si porta a casa tutti i delegati; gli altri non ne prendono nemmeno uno. Per avanzare nella conta dei delegati, quindi, da qui in poi bisogna vincere: arrivare secondi di un voto avrà comunque un certo peso politico ma dal punto di vista dei delegati sarà come arrivare ultimi. Questa è la situazione attuale, per capirci.

rep-delegates

Il North Carolina è praticamente sul confine tra nord e sud, oltre il 20 per cento dei suoi abitanti sono afroamericani, ed è uno dei pochi stati in bilico nel sud degli Stati Uniti: nel 2008 vinse Obama dello 0,8 per cento, nel 2012 però vinse Romney. Anche la Florida è storicamente uno stato che pesa moltissimo alle presidenziali, e la sua popolazione è particolarmente frastagliata: una delle cose meno note, fuori dagli Stati Uniti, è che per molti la Florida è lo stato in cui trasferirsi quando si va in pensione. Il tempo è bello e gli affitti sono più bassi che nelle grandi città americane. Risultato: la Florida è lo stato americano con la più alta percentuale di persone con più di 65 anni, e i due terzi dei suoi abitanti sono nati da un’altra parte. Altro fatto interessante: la Florida ha tantissimi abitanti di origini latinoamericane (siamo vicini al 30 per cento) e tanti di questi hanno origini cubane (e i latinos di origini cubane sono generalmente piuttosto conservatori). Ultima cosa, anche se sicuramente ve lo ricordate: è lo stato di casa di Marco Rubio.

«My parents live in Florida now. They moved there last year. They didn’t want to move to Florida, but they’re in their sixties, and that’s the law»

Illinois, Missouri e Ohio sono invece tre stati del Midwest, the heartland: una delle regioni più ricche e popolose degli Stati Uniti d’America e allo stesso tempo una delle più colpite dalla crisi economica degli scorsi anni, casa di una folta classe media bianca, del settore manifatturiero e dell’industria pesante. Dal punto di vista politico, se dagli anni Novanta alle presidenziali l’Illinois vota nettamente a favore del candidato Democratico, la situazione in Missouri e Ohio è ben più incerta. Con la sola eccezione del 1956, il Missouri ha votato per il candidato che poi ha vinto le presidenziali dal 1904 al 2004. Lo stato in bilico per eccellenza, insomma. Nel 2008 e nel 2012, però, il Missouri è andato ai Repubblicani: oggi è considerato uno stato tendenzialmente Repubblicano. L’Ohio è un altro stato in bilico da manuale: nel 2000 e nel 2004 scelse George W. Bush, nel 2008 e nel 2012 scelse Barack Obama, e mai con una distanza tra i candidati superiore ai 4 punti percentuali. E il suo governatore è John Kasich.

Aneddoto inutile ma divertente: la più grande città del Missouri è Kansas City. Ma come, direte voi, Kansas City non è in Kansas? Anche. Missouri e Kansas sono confinanti, separati da un fiume che si chiama Missouri, per rendere tutto più semplice. Il fiume attraversa Kansas City, dividendola in due città – e stati – formalmente diversi: da una parte c’è la Kansas City del Missouri, dall’altra la Kansas City del Kansas.

Che aria tira tra i Repubblicani
I toni tra i candidati si sono raffreddati un po’: l’ultimo dibattito televisivo è statosorprendentemente civile, Marco Rubio si è persino scusato per aver esagerato con i suoi attacchi contro Donald Trump nelle ultime settimane. Da questo punto di vista la cosa interessante è che Trump ha tratto vantaggi da entrambe le situazioni: se da una parte gli attacchi di Rubio hanno avuto il solo risultato di affossare Rubio, dall’altra parte secondo i sondaggi Trump è stato il netto vincitore del dibattito dell’altra sera. Insomma: in questo momento se attacchi Trump vince Trump, se ignori Trump vince Trump. Sospetto che, al di là delle indubbie doti comunicative di Trump, pesi parecchio anche il valore non eccezionale dei suoi sfidanti.

Non fatevi illudere però da questo clima più tranquillo tra i candidati. Questa, infatti, è stata anche la settimana in cui un problema che va avanti sottotraccia da mesi è venuto fuori con particolare forza: la violenza ai comizi di Donald Trump. Solo per restare agli ultimi giorni: una giornalista (peraltro di una testata molto pro-Trump) è stata malamente strattonata mentre stava cercando di fare una domanda a Trump; un giovane contestatore nero si è preso un pugno in faccia (e i poliziotti hanno arrestato lui e non il picchiatore); un comizio previsto per ieri sera a Chicago è stato annullato a causa di scontri e tensioni tra gruppi di contestatori e agenti di polizia, e ci sono stati anche dei feriti non gravi. I commenti di Trump sono di questo tenore: «Il problema è che ogni volta ci mettiamo un sacco di tempo a cacciare questi contestatori, perché nessuno vuole più fargli del male. Una volta c’erano delle conseguenze per questi gesti. Ora non ce ne sono più. Questa gente fa male al nostro paese. Non avete idea di quanto fa male al nostro paese».Oppure: «Se vedete qualcuno che vuole tirarmi un pomodoro, pestatelo a sangue. Alle spese legali poi ci penso io».

Cosa è successo ieri sera a Chicago. Guardate anche questo video.

L’Atlantic ha un articolo interessante su questa situazione, che ricostruisce come i nuovi movimenti per i diritti dei neri utilizzino da mesi la tecnica di interrompere e contestare i candidati alle primarie. I Democratici nel corso dei mesi hanno incontrato questi attivisti e si sono fatti portavoce di una grandissima parte delle loro richieste e proposte; i Repubblicani li hanno quasi sempre ignorati; Donald Trump ha scelto un’altra strada. Trump ha visto in queste proteste l’opportunità per mostrarsi un duro. Questa storia può andare a finire malissimo.

Torniamo ai numeri. Secondo le medie dei sondaggi, Trump in Florida ha 15 punti di vantaggio su Rubio, in Ohio è appiccicato a John Kasich, in Illinois è avanti di 12 punti, in North Carolina pure. Sul Missouri invece ci sono pochissimi dati. L’algoritmo di Nate Silver dice che Trump vincerà probabilmente in Florida, in Illinois e in North Carolina, mentre in Missouri se la giocherà con Cruz e in Ohio con Kasich. Ci sono tre lotte diverse, nella campagna elettorale in vista del 15 marzo. Una è molto grande: l’establishment del Partito Repubblicano sa che Trump vincendo almeno in Florida e in Ohio otterrebbe un vantaggio tra i delegati praticamente incolmabile, e sta cercando di impedirlo investendo in spot contro di lui e consigliando agli elettori di concentrare i voti in ogni stato nel candidato che ha più speranze di batterlo. Un’altra lotta è quella personale di Rubio e Kasich, che si giocano veramente tutto: ed è in qualche modo romantico che dopo aver girato il paese per mesi il momento della verità sia arrivato nel loro stato di casa, dove le loro carriere politiche sono cominciate. Chi di loro perderà nel proprio stato – Rubio in Florida, Kasich in Ohio – sarà fuori dalla corsa. Chi dovesse vincere, resterà in piedi. La terza lotta, più subdola, è quella che sta facendo Ted Cruz perché Rubio e Kasich non ce la facciano, così da permettergli di restare l’unico candidato anti-Trump in campo.

Momento cinematografico: siccome Rubio sa che non vincerà mai in Ohio, ha chiesto ai suoi sostenitori dell’Ohio di votare Kasich, sperando che Kasich ricambiasse il favore in Florida. Non è successo. Per Rubio è stata un po’ una mossa disperata: nei sondaggi non è messo benissimo, alle primarie della settimana scorsa è andato molto male e Ted Cruz, pur di dargli fastidio, ha appena aperto dieci comitati elettorali proprio in Florida. Endorsements, per chiudere: Arnold Schwarzenegger ha dato il suo sostegno a John Kasich, Ben Carson a Donald Trump e Carly Fiorina a Ted Cruz.

Dove si vota tra i Democratici
Il 15 marzo i Democratici votano in Florida (primarie, 214 delegati), Idem-mapllinois (primarie, 156 delegati), Missouri (primarie, 71 delegati), North Carolina (primarie, 107 delegati), Ohio (primarie, 143 delegati). Sono gli stati colorati in blu nella mappa accanto (anche qui, non badate ai numerini).

Le informazioni geografiche a questo punto ce le avete già, ma parlando dei Democratici vale la pena soffermarsi un po’ di più sull’economia. Durante gli anni più pesanti della crisi economica, nel Midwest molte grandi aziende hanno licenziato dipendenti o hanno chiuso del tutto, decidendo di spostare stabilimenti in paesi dove produrre merci e assumere personale costa di meno. Queste pratiche di outsourcing sono state in qualche modo favorite dai molti trattati commerciali che gli Stati Uniti hanno stretto nel corso degli anni con gli altri paesi americani e con l’Asia (trattati che naturalmente in momenti economici più favorevoli invece avevano fatto del bene agli Stati Uniti). Bernie Sanders sta parlando moltissimo della sua opposizione a quei trattati e della posizione favorevole di Clinton: una strategia che lo ha aiutato moltissimo in Michigan, dove questa settimana ha vinto le primarie a sorpresa.

L’altra cosa importante da sapere nel contesto del voto di martedì 15 è la situazione nella più popolosa città del Midwest: Chicago, Illinois. È la città di Barack Obama, per dirne una, il cui tasso di gradimento nazionale è arrivato questa settimana al livello più alto dal 2013. Ma il suo attuale sindaco è Rahm Emanuel, per dirne un’altra: ex pezzo grosso dei Democratici al Congresso diventato ricco con la finanza, primo capo dello staff di Obama alla Casa Bianca, una specie di simbolo del politico-tipo di Chicago, cioè uno che quando serve sa giocare sporco. Chicago, infatti, è una città che ha nella sua storia lunghissime dinastie politiche – il sindaco che ha preceduto Emanuel era rimasto in carica dal 1989 al 2011, suo padre era stato sindaco dal 1955 al 1976 – e una certa diffusione della corruzione.

Il sindaco Rahm Emanuel è stato a lungo piuttosto popolare, ma dallo scorso novembre è in enormi difficoltà per via di una serie di scandali. Il più importante riguarda un diciassettenne nero, Laquan McDonald, ucciso dalla polizia: McDonald era armato con un coltello, un poliziotto gli ha sparato 16 volte in 13 secondi. Il dipartimento di polizia di Chicago ha fatto di tutto per evitare la diffusione di un video che mostra quello che è successo e fa vedere quanto la sparatoria fosse evitabile, visto che McDonald non stava facendo nessun movimento minaccioso, e soprattutto lo mostra morire in mezzo alla strada senza che nessuno lo soccorra. In città sempre più persone considerano Rahm Emanuel indirettamente responsabile di quello che è successo, e lo criticano per essersi inizialmente opposto a un’inchiesta del dipartimento di giustizia su quanto accaduto. Oggi secondo i sondaggi la maggioranza degli abitanti di Chicago vorrebbe le dimissioni di Emanuel da sindaco. Emanuel non ha dato il suo sostegno formale a Clinton ma fa parte dello stesso establishment, evidentemente.

Sanders, quindi, sta cercando di azionare queste due leve: puntare sull’economia per fare appello agli elettori bianchi, puntare sul caso Emanuel per fare appello agli elettori neri (facendo arrabbiare Clinton, probabilmente: Emanuel è molto più vicino a Obama che a lei).

Che aria tira tra i Democratici
La vittoria di Sanders in Michigan ha restituito un po’ di incertezza a una competizione che sembrava – e sembra ancora, onestamente – praticamente decisa a favore di Clinton. Come sapete se avete letto l’edizione speciale della newsletter o questo articolo, la strada verso la nomination per Sanders si è fatta parecchio impervia. Il turno del 15 marzo dovrebbe favorire Clinton: per Sanders sarebbe già un buon risultato limitare i danni e non far allargare troppo la distanza sul fronte dei delegati. Le cose oggi sono messe così:

dem-delegates

Abbiamo detto di come Sanders sta tentando di fare appello agli elettori bianchi e ai neri. Sarà importante vedere come andrà la distribuzione demografica del voto, perché Clinton ha bisogno di dimostrare di poter recuperare i voti dei cosiddetti “bianchi arrabbiati” (anche per dare un segnale a Donald Trump) mentre Sanders ha bisogno di far vedere di poter convincere anche un po’ di elettori neri, che fin qui lo hanno snobbato. Poi ci sono i latinoamericani. In Florida, come dicevamo, sono moltissimi, più conservatori che nel resto del paese e soprattutto MOLTO anti-castristi. Circola un video del 1985 che mostra Bernie Sanders dire cose piuttosto lusinghiere di Fidel Castro e dei sandinisti, la campagna Clinton lo sta usando per avvantaggiarsene.

Chiudiamo con i sondaggi, quindi, avvertendo una volta di più di prenderli con cautela. Clinton è data avanti di oltre 30 punti in Florida e in Illinois, di 20 in Ohio e in North Carolina. Non ci sono dati affidabili sul Missouri. L’algoritmo di Nate Silver dice che Sanders ha qualche speranza solo in Missouri. Promemoria: tra i Democratici i delegati si assegnano sempre con criterio proporzionale, quindi rimontare uno svantaggio di delegati è molto difficile e, soprattutto, le percentuali contano. Persino nella grande serata dell’altra volta, quando Sanders ha vinto in Michigan, Clinton ha guadagnato delegati e ha aumentato il suo distacco: questo perché Sanders in Michigan ha vinto di un pelo e nel frattempo Clinton ha stravinto in Mississippi.

Quando ci vediamo, quando ci sentiamo
Ci vediamo il 15 marzo a Forlì con Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend, il 22 marzo a Firenze, il 23 marzo a Monza e il 24 marzo a Parma (su Monza e Parma, dettagli la settimana prossima). Noi ci sentiamo il 16 marzo con un’edizione speciale della newsletter sui risultati di queste primarie. Ciao!

Cose da leggere
Inside Rubio’s collapse, di Philip Rucker, Ed O’Keefe e Matea Gold sul Washington Post
1988: The Year Donald Lost His Mind, di Michael Kruse su Politico
The Matter of Black Lives, di Jelani Cobb sul New Yorker

Hai una domanda?
Scrivimi a [email protected] oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

Spread the word
Se quello che hai letto ti è piaciuto, consiglia a un amico di iscriversi alla newsletter oppure inoltragliela.