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–248 giorni alle elezioni statunitensi

–248 giorni alle elezioni statunitensi
–10 giorni alle primarie in Florida e Ohio

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È il momento in cui il calendario delle primarie statunitensi si fa più intenso: il Super-Tuesday è appena passato, da qui a sabato prossimo – e a cominciare da oggi – i Repubblicani voteranno in undici stati e i Democratici in sei stati. Quindi non perdiamo tempo e veniamo subito a noi. In coda alla newsletter trovate i dati finali della nostra raccolta fondi e i prossimi appuntamenti in cui possiamo incontrarci dal vivo.

Dove votano i Repubblicani
rep-mapIl 5 marzo, cioè oggi, si tengono le primarie Repubblicane in Kansas (caucus, 40 delegati),Kentucky (caucus, 43 delegati), Louisiana (primarie, 43 delegati) e Maine (caucus, 23 delegati). Il 6 marzo i Repubblicani votano a Porto Rico (primarie, 20 delegati), l’8 marzo alle Hawaii (caucus, 19 delegati), inIdaho (primarie, 32 delegati), in Michigan (primarie, 59 delegati) e in Mississippi (primarie, 40 delegati). Il 12 marzo votano a Washington DC (caucus, 19 delegati) e nell’isola di Guam, che però assegna solo 9 delegati tra i funzionari del partito, quindi liberi di votare chi vogliono alla convention (e io qui sopra sto contando solo quelli eletti, che sono quelli che contano davvero). Eccetto Guam e Porto Rico, che non sono due veri stati e non partecipano alle elezioni di novembre, gli stati in cui si vota sono quelli colorati in rosso qui sopra (non badate ai numerini).

Ci sono in ballo 338 delegati, quasi tutti assegnati con sistema proporzionale: questo vuol dire che di per sé non sarà un turno decisivo dal punto di vista numerico. C’è una particolarità interessante, però: salvo che in Michigan, Mississippi e Porto Rico, le primarie e caucus dei Repubblicani di questa settimana sono aperte soltanto a chi è registrato alle liste elettorali come Repubblicano. Quindi generalmente a persone che sono solite andare a votare (non è così scontato, in un paese in cui l’affluenza è assestata da decenni tra il 50 e il 60 per cento) e che si identificano pubblicamente con un certo partito. Secondo la gran parte degli analisti, questo dovrebbe dare una piccola mano agli sfidanti di Donald Trump, che fin qui ha trovato un grande sostegno da parte di elettori outsider, sfiduciati dalla politica e solitamente poco coinvolti dai suoi processi. Questa circostanza però non riguarda il Michigan, dove si terranno primarie aperte: e il Michigan è il più popolato e politicamente rilevante tra gli stati in cui si vota a questo giro, ha una corposissima classe media e operaia (è lo stato delle industrie automobilistiche) ed è piuttosto variegato politicamente (fun fact: è anche l’unico stato americano composto da due diverse penisole).

Che aria tira tra i Repubblicani
I risultati del Super-Tuesday hanno messo i Repubblicani davanti alla prospettiva che – salvo sorprese, che possono esserci ma sarebbero appunto sorprese – Donald Trump sarà il loro candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Questa è la situazione dei delegati al momento:

delegati-repGli esperti di conti e proiezioni dicono che a questo punto il turno elettorale decisivo sarà quello del 15 marzo, quando si voterà in Florida e Ohio: sono due stati molto popolosi e politicamente fondamentali; assegnano i loro delegati col sistema maggioritario, quindi chi prende un voto in più vince tutto; sono gli stati di casa rispettivamente di Marco Rubio e John Kasich, che quindi se non dovessero vincere lì sarebbero di fatto fuori dai giochi. Se Trump uscirà vincitore dal 15 marzo, sarà impossibile fermarlo: ma di questo parleremo meglio nella newsletter di sabato prossimo. Cosa bisogna guardare allora questa settimana?

Le 11 primarie Repubblicane di questa settimana serviranno soprattutto a capire lo stato di salute dei candidati, che nella politica americana diventa spesso una specie di profezia auto-avverante: vincere aiuta a vincere, perdere aiuta a perdere. Se Trump dovesse perdere nella maggior parte di questi undici stati, l’apparente inesorabilità della sua vittoria finale ne sarebbe almeno scalfita; se poi uno solo dei suoi sfidanti dovesse fare il pienone, si troverebbe tra le mani un convincente argomento per chiedere agli elettori degli altri di convergere su di lui se non vogliono rischiare di trovarsi il nome di un tizio con la faccia arancione sulle schede elettorali a novembre.

Il problema è che né Ted Cruz né Marco Rubio né John Kasich sembrano messi bene. In Michigan secondo i sondaggi Donald Trump ha 17 punti di vantaggio, in Louisiana ne ha 16, in Mississippi più di 20, in Kentucky e in Kansas più o meno 10. Possono esserci sorprese ma a oggi gli unici stati in cui Trump potrebbe perdere, stando a quel che sappiamo, sono il Kansas (a vantaggio di Cruz) e le Hawaii (a vantaggio di Rubio). I sondaggi degli altri stati sono troppo pochi o troppo vecchi per trarne qualcosa.

Ora, io lo so cosa vi state chiedendo: che succede se si arriva alla convention senza un candidato con la maggioranza assoluta dei delegati? Lo so perché nelle ultime settimane è la cosa che più mi avete chiesto via email e agli incontri dal vivo a Torino, Roma e Milano (ai quali avete partecipato in tantissimi: grazie!). Quella circostanza si chiama “brokered convention”: dopo il primo scrutinio, in cui i delegati sono tenuti a votare il candidato con cui sono stati eletti o quello a cui il loro candidato ha eventualmente dato il suo sostegno ufficiale, sono tutti liberi di votare chi vogliono. E scattano trattative caotiche, negoziati frenetici, mercati-delle-vacche, finché non si trova un compromesso su un nome. Da quando le primarie americane funzionano in questo modo, cioè dal 1972, questa cosa non è mai successa. Non vuol dire che non possa accadere, ma che è davvero improbabile. Se dopo il 15 marzo questo scenario sarà ancora in campo – cioè se Trump non vincerà in Ohio e/o in Florida – prometto di spiegarlo per bene.

La brokered convention di The West Wing. Occhio che se non l’avete vista vale spoiler.

Per il resto: questa settimana i Repubblicani si confronteranno in altri due dibattiti televisivi, uno il 6 e l’altro il 10 marzo. Quello che si è tenuto questa settimana è stato un delirio: vi basti sapere che Donald Trump ha esordito difendendo le dimensioni del suo pene. Trovate un resoconto completo qui. È stato un dibattito che, se questa fosse una campagna elettorale guidata dalla razionalità, avrebbe fatto moltissimi danni al Partito Repubblicano in generale e ai suoi candidati.

Ma al di là delle assurdità di queste settimane, c’è stato un momento particolarmente significativo: quando Cruz, Rubio e Kasich, dopo aver passato l’intera serata a definire Trump un truffatore, un imbroglione e cose del genere, hanno detto che se dovesse vincere le primarie gli darebbero il loro sostegno. Lo hanno detto perché non vogliono passare come quelli che non rispettano le regole del gioco, ma c’è un limite oltre il quale questo comportamento rischia di sembrare ipocrita: non puoi dire che voteresti un candidato che hai appena descritto come un pericolo pubblico. È una “cosa da politici”. Poi uno dice perché Trump va così forte.

Al dibattito non ha partecipato Ben Carson, che ha sospeso la sua campagna elettorale. Era nell’aria: come sapete, soprattutto se siete iscritti alla newsletter da un po’, Carson non ha mai avuto speranze e forse nemmeno il vero desiderio di fare il presidente degli Stati Uniti, ma solo di accumulare denaro e popolarità. Da settimane teneva in piedi la sua campagna elettorale solo per raccogliere fondi: pensate che fin qui aveva raccolto ben 58 milioni di dollari e ne aveva spesi la maggioranza in consulenze e risorse logistiche allo scopo di… raccogliere fondi.

Altre cose notevoli:

– Mitt Romney ha demolito Donald Trump in un durissimo discorso: ma Romney, per quanto sia una persona rispettabile, ha perso le due ultime elezioni presidenziali e ha praticamente scritto “loser” in fronte. Trump non ha dovuto nemmeno sforzarsi.

– sembra che durante una conversazione a porte chiuse con i giornalisti del New York Times, Trump abbia detto che la sua idea di deportare gli 11 milioni di immigrati irregolari presenti negli Stati Uniti non sia una vera promessa elettorale ma il punto di partenza di un futuro negoziato. Sia Cruz che Rubio hanno detto che questo prova l’inaffidabilità di Trump e gli hanno chiesto di diffondere la trascrizione di quella conversazione (il New York Times non può farlo senza il consenso di Trump).

– Il povero Chris Christie non twitta dal 24 febbraio e non ha mai citato sui suoi account social il suo endorsement a Donald Trump.

Dove votano i Democratici 
dem-mapIl 5 marzo, cioè oggi, si tengono le primarie dei Democratici in Kansas (caucus, 33 delegati), Louisiana(primarie, 51 delegati) e Nebraska (caucus, 25 delegati). Il 6 marzo i Democratici votano in Maine (caucus, 25 delegati), mentre l’8 marzo in Michigan (primarie, 130 delegati) e in Mississippi (primarie, 36 delegati). In tutto sono in ballo 300 delegati, assegnati con metodo proporzionale. Gli stati in cui si vota sono quelli colorati in blu nella mappa sopra (di nuovo, non badate ai numerini nella mappa).

Le elezioni in Kansas, Louisiana, Nebraska e Maine sono aperte solo agli elettori registrati alle liste elettorali come Democratici (cosa che in teoria dovrebbe avvantaggiare Hillary Clinton) ma a loro volta in Kansas, Louisiana e Nebraska si tengono dei caucus, formato che in teoria dovrebbe avvantaggiare Bernie Sanders perché premia gli elettori più entusiasti e motivati. Anche in questo caso non ci si aspettano risultati che chiudano la faccenda: un po’ perché i delegati in ballo sono troppo pochi e un po’ perché, facendo un po’ di conti, sembra che la faccenda sia già chiusa.

Che aria tira tra i Democratici
Questa è la situazione attuale sul fronte dei delegati. Questo conteggio esclude i superdelegati, che sono le 712 persone che partecipano alla convention di diritto – perché ricoprono cariche elettive o sono dirigenti del partito – e possono votare chi vogliono, a prescindere dal risultato delle primarie. I superdelegati al momento sono schierati in larghissima maggioranza con Clinton, ma li escludo dalla conta perché il loro peso viene spesso esagerato dai media: alla fine della fiera alla grandissima parte dei superdelegati importa stare con chi vince, e di sicuro non vogliono che il loro voto ribalti la volontà espressa alle primarie dagli elettori del partito (sarebbe suicida). Nelle prime fasi della campagna elettorale del 2008 Hillary Clinton aveva un mostruoso vantaggio su Barack Obama tra i superdelegati: quando è diventato chiaro che Obama avrebbe vinto le primarie, i superdelegati sono passati con lui. Se Sanders dovesse rimontare e vincere la partita dei delegati eletti, i superdelegati passerebbero con lui. Veniamo quindi alla conta attuale:

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Gli esperti di conti e proiezioni dicono che, a meno di sorprendenti capovolgimenti della campagna elettorale, una rimonta di Sanders si può considerare praticamente impossibile. Innanzitutto per una questione numerica: i Democratici assegnano tutti i delegati con un criterio proporzionale, quindi Sanders avrebbe bisogno non solo di vincere in molti stati ma anche di farlo con un ampio margine. E per esempio martedì in Massachusetts – uno stato piccolo, confinante col suo Vermont, con una tradizione di sinistra e popolato in gran parte da bianchi – Sanders ha perso. Se un candidato del New England non vince in New England, beh.

Poi c’è la questione politica: Sanders è andato e continua ad andare malissimo tra gli elettori neri. Ci sono posti in cui Hillary Clinton ha avuto dagli elettori neri un sostegno persino superiore a quello che ebbe Barack Obama alle primarie del 2008. Sanders dice di voler fare una “rivoluzione politica”, ma come ha scritto il New York Times “non si può fare nessuna rivoluzione politica nel Partito Democratico senza il sostegno degli elettori neri”. La coalizione sociale di Clinton è ampia e variegata: e in Texas, per esempio, ha avuto un grande sostegno anche dagli elettori di origini latinoamericane.

Clinton e Sanders si confronteranno di nuovo in tv il 9 marzo.

Un po’ di cose nostre
Come molti di voi sanno – ma tantissimi iscritti sono arrivati dopo – il 13 febbraio ho aperto una raccolta fondi per trovare i circa 800 euro necessari a pagare il servizio per l’invio delle newsletter da qui a novembre (farò il trasloco questa settimana, se trovo il tempo). La vostra risposta è stata così eccezionale che cinque giorni dopo ho fatto sapere di aver già raccolto ben più del necessario e con la newsletter successiva ho chiuso la raccolta fondi. I dati finali sono questi: ho raccolto 6390,58 euro da 512 persone meravigliose. Donazione media: circa 12 euro. Con quei soldi, oltre a pagare il servizio delle newsletter, mi rimborserò le spese necessarie per andare a luglio alle convention dei Democratici e dei Repubblicani (soltanto i voli sono già costati più di 2.000 euro: il volo tra una convention e l’altra, il Cleveland-Philadelphia che prenderanno nello stesso giorno o quasi tutti i giornalisti americani, è costato più del Milano-New York). Io vi ho già ringraziato molto e non voglio fare il panda rotolante: però grazie, ecco, per l’ultima volta.

Se volete, ci vediamo per parlare di elezioni americane il 15 marzo a Forlì, alle 20, nel campus dell’università di Bologna, con Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend; il 22 marzo a Firenze alle 21 alla Fondazione Stensen; il 23 marzo a Monza alle 21 alla sede del PD di via Arosio; il 24 marzo a Parma (seguiranno news su luogo e ora). Gli incontri sono gratuiti e aperti a tutti, nei prossimi giorni salteranno fuori anche gli eventi su Facebook.

Cose da leggere
Questo articolo di Politico contiene un po’ di risposte interessanti e non banali a una domanda capitale: perché votano Trump? Gli elettori di Trump non sono tutti bianchi poco istruiti di estrema destra; e alcuni lo votano perché su certe faccende – colpo di scena – Trump ha posizioni più moderate dei suoi avversari. Qualche altro indizio sul tema lo trovate qui.

Ci sentiamo sabato prossimo. Ciao!

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Scrivimi a [email protected] oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

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