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–251 giorni alle elezioni statunitensi

–251 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni alle primarie in Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine

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Nelle primarie statunitensi del Super Tuesday, i Democratici votavano in 12 stati: Hillary Clinton ha vinto le primarie in 8 di questi stati – ma uno è l’American Samoa, che non conta praticamente niente – e Bernie Sanders nei restanti 4. I Repubblicani, invece, votavano in 13 stati: Donald Trump ha vinto le primarie in 7 di questi stati, Ted Cruz in 2, Marco Rubio in 1, mentre stiamo ancora aspettando i risultati definitivi da Colorado, Wyoming e Alaska. L’immagine qui sotto è una buona sintesi, un’altra sintesi la trovate sul Post. Per Clinton è stata un’ottima serata: dopo stanotte per lei la nomination è molto più vicina. Per Trump, invece, è stata la tempesta perfetta.

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Donald Trump ha vinto le primarie in Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Vermont e Virginia: sono posti diversissimi tra loro, con elettorati diversissimi tra loro, e l’affluenza è stata quasi dappertutto molto alta. È stata una gran dimostrazione di forza. La percentuale con cui ha vinto in questi stati va dal 33 per cento del Vermont al 49 per cento del Massachusetts. Questo risultato gli permette di allargare il suo vantaggio nella conta dei delegati e quindi consolidare la sua posizione di favorito, anche per quello che è successo ai suoi sfidanti: sono tutti feriti, ma nessuno a morte. Ted Cruz ha vinto nel suo stato, il Texas, e in Oklahoma: abbastanza da restare in piedi e chiedere agli altri candidati di ritirarsi, ma non da rilanciare davvero la sua campagna (ha perso in diversi altri stati del sud in cui aveva investito molto).

Marco Rubio ha deludentemente vinto solo in Minnesota e ha superato lo sbarramento del 20 per cento – necessario per partecipare alla distribuzione dei delegati – in sei stati su undici. Persino John Kasich, che ha perso dappertutto, può aggrapparsi al secondo posto che ha ottenuto in Vermont e in Massachusetts; ma i voti che ha preso in Virginia sono stati decisivi probabilmente nell’impedire a Marco Rubio di ottenere una vittoria che avrebbe scosso la campagna elettorale. Ben Carson ha ottenuto meno delegati di tutti: vincere le primarie non è mai stato un suo vero obiettivo, ma comunque ha preso per esempio il 10 per cento dei voti in Alabama. Hanno tutti qualche argomento per restare in corsa – e continuare così a togliersi ossigeno a vicenda.

Il discorso di Trump di stanotte è stato introdotto da Chris Christie, il governatore moderato del New Jersey che gli ha dato a sorpresa il suo sostegno la settimana scorsa. Il tono delle parole di Christie, e la sua faccia mentre parlava Trump, sono davvero un romanzo. E il discorso di Trump merita di essere visto, perché è stato diverso da tutti i suoi precedenti: è stato costruito perché somigliasse a una conferenza stampa presidenziale più che a un comizio. Alle spalle le bandiere americane e un illustre sostenitore politico; davanti a sé più giornalisti che sostenitori. Trump ha fatto un discorso sobrio per i suoi standard – a un certo punto ha persino elogiato Planned Parenthood, l’organizzazione di cliniche private che pratica tra le altre cose le interruzioni di gravidanza e che per i Repubblicani è il diavolo – e poi per una mezz’ora buona ha risposto alle domande dei giornalisti in sala, dandogli la parola personalmente, descrivendosi come una persona determinata ma ragionevole e sostenendo che andrà d’accordissimo con i Repubblicani del Congresso una volta eletto.

«I am a unifier»

Tra i Democratici, Hillary Clinton ha vinto in Alabama, Arkansas, Georgia, Massachusetts, Tennessee, Texas e Virginia, con percentuali che vanno dal 50 per cento del Massachusetts al 78 per cento dell’Alabama. Sanders ha stravinto in Vermont, il suo stato, e ha vinto in Minnesota, Oklahoma e Colorado. Clinton ha mostrato di nuovo di avere un grandissimo sostegno tra i neri, che hanno trainato le sue vittorie nel sud degli Stati Uniti, mentre Sanders ha ottenuto qualche buon risultato riuscendo a tenere in vita la sua campagna ma non abbastanza da restare davvero in corsa: e intanto il vantaggio di Clinton sul fronte dei delegati si è allargato, e oggi è superiore ai 200 voti. Sanders non ha subìto una di quelle scoppole che ti fanno interrompere la campagna elettorale, ma non si vede oggi quale possa essere la strada da percorrere per ribaltare la situazione.

Cosa succede adesso
Tra i Repubblicani c’è un clima isterico. Dopo le vittorie di Trump e l’endorsement di Christie ci si aspetta una nuova ondata di dichiarazioni di sostegno da parte di alcuni governatori e senatori del partito, mentre il resto dell’establishment non sa dove andare a sbattere la testa: alcuni stanno progettando un tardivissimo sforzo economico per sostenere gli avversari di Trump, altri se la stanno prendendo con John Kasich per il suo mancato ritiro che ha danneggiato Marco Rubio. Di sicuro c’è che né Kasich né Cruz né Rubio sembrano avere intenzione di ritirarsi, e che allo stesso tempo così facendo probabilmente stanno consegnando a Trump la candidatura alla Casa Bianca. Dopo stanotte, però, Cruz ha dalla sua ottimi argomenti che Rubio e Kasich non hanno: è stato l’unico a battere Trump in più di uno stato, è nettamente secondo per numero di delegati.

Tra i Democratici, invece, i dirigenti del partito stanno tirando un respiro di sollievo: la forza sorprendente della candidatura di Sanders rimane, ma presto si comincerà a parlarne non più come un rischio per Clinton bensì come “una risorsa”. Le primarie proseguono il 5 marzo in Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine. I candidati Repubblicani dibatteranno in tv il 3 marzo, i Democratici invece il 6 marzo. Noi ci vediamo stasera da Otto, se vivete a Milano, e ci risentiamo con la prossima newsletter proprio sabato 5. Ciao!

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