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–255 giorni alle elezioni statunitensi

–255 giorni alle elezioni statunitensi
–3 giorni al Super-Tuesday

presidential seal

«Tutto è grande in America. Ci piace questa parola. Facciamo i film più grandi, abbiamo le più grandi aziende; in Montana chiamiamo il cielo The Big Sky; il nostro esercito è il più grande; il nostro più grande deserto lo abbiamo chiamato Death Valley; il nostro più grande canyon è Grand, come il colpo migliore che si possa fare a baseball, il grand slam; le nostre pianure sono le Grandi Pianure, i nostri laghi i Grandi Laghi; il nostro eroe dei fumetti è Superman, il nostro più grande evento sportivo è il Super Bowl. E quindi, quando arriva il giorno più importante delle primarie, lo chiamiamo Super-Tuesday»

Quanto sopra l’ha scritto nel 2008 Richard Schiff, cioè l’attore che tra le altre cose interpreta il venerabile Tony Ziegler in The West Wing. Quest’anno il Super-Tuesday si tiene il primo marzo, fra tre giorni: i Democratici votano contemporaneamente in 12 stati, i Repubblicani in 13. Secondo come andrà, il 2 marzo potremmo già avere il vincitore di fatto delle primarie di almeno un partito; oppure dovremmo andare avanti ancora un po’, ma con le idee molto più chiare di adesso.

Prima di cominciare con la guida, due comunicazioni. La prima: ci vediamo il 29 febbraio a Roma e il 2 marzo a Milano per fare il punto sulle primarie alla vigilia e subito dopo il Super-Tuesday. Per il resto sono in preparazione tra marzo e aprile altri incontri live di nuovo a Torino e a Milano, e poi a Firenze, Forlì, Monza, Parma, Verona e forse qualche altra città. Nelle prossime newsletter le date e i dettagli. La seconda: questa settimana i Repubblicani hanno votato in Nevada e ha stravinto Trump (trovate un resoconto qui), mentre stanotte votano i Democratici in South Carolina e salvo sorprese dovrebbe stravincere Clinton (la guida era nella newsletter del 20 febbraio).

Dove votano i Democratici
dem-mapGli elettori Democratici il primo marzo voteranno in Alabama (53 delegati, primarie), American Samoa(6 delegati, caucus), Arkansas (32 delegati, primarie),Colorado (66 delegati, caucus), Georgia (102 delegati, primarie), Massachusetts (91 delegati, primarie),Minnesota (77 delegati, caucus), Oklahoma (38 delegati, primarie), Tennessee (67 delegati, primarie),Texas (222 delegati, primarie), Vermont (16 delegati, primarie), Virginia (95 delegati, primarie). Sono gli stati colorati in blu: non badate ai numerini della mappa, quelli per ora non ci interessano. La mappa non mostra la Samoa americana perché si trova accanto alla vera Samoa, cioè a più o meno 12.000 chilometri da New York. Peraltro la Samoa americana non partecipa nemmeno alle elezioni presidenziali. Americani matti.

I delegati sono assegnati proporzionalmente ai candidati sulla base dei risultati del voto (non sono inclusi i super-delegati, quindi: i dirigenti del partito possono decidere liberamente con chi stare e cambiare idea quando vogliono). In tutto il Super-Tuesday assegnerà ai Democratici 865 delegati. Il fatto che vengano distribuiti proporzionalmente rende complicato accumulare un grandissimo vantaggio, ma allo stesso modo rende complicato anche rimontare uno svantaggio consistente.

Di che posti stiamo parlando? Ci sono innanzitutto sei stati del Sud – Alabama, Arkansas, Georgia, Oklahoma, Tennessee, Texas – che assegnano la maggioranza assoluta dei delegati in palio, ben 514. Sono stati che hanno una storia elettorale simile: dopo essere stati a lungo Democratici, da oltre cinquant’anni sono roccaforti dei Repubblicani. Inoltre sono stati etnicamente variegati: in Alabama c’è il 26 per cento di neri, in Arkansas il 16 per cento, in Georgia oltre il 30 per cento, in Tennessee il 17 per cento; in Texas quasi il 40 per cento degli abitanti ha origini latinoamericane. Fa eccezione l’Oklahoma, che è nettamente più bianco.

In tutto questo, il 4 marzo ricomincia House of Cards. Oh my.

Poi ci sono la Virginia e il Colorado, due stati che pesano molto alle presidenziali e che sono cambiati parecchio negli ultimi anni. La Virginia è uno dei più antichi stati americani ed è stato a lungo simile a tutti gli altri stati del sud, dal punto di vista industriale, demografico e politico: negli ultimi vent’anni però è stato oggetto di una grande urbanizzazione che lo ha reso politicamente più pluralista, moderato e in bilico tra Democratici e Repubblicani. Ospita le sedi del Dipartimento della Difesa e della CIA. Ci sono il 20 per cento di neri, il 9 per cento di abitanti di origini latinoamericane e il 6 per cento di origini asiatiche. E c’è un senatore Democratico, Mark Warner, che è anche governatore uscente ed è uno dei potenziali vicepresidenti di Hillary Clinton. Il Colorado è un altro esempio di come gli stravolgimenti demografici possano portare a stravolgimenti politici: è uno stato che ha votato Repubblicano per la grandissima parte del Novecento, poi ha votato per Barack Obama nel 2008 e nel 2012. Cosa è successo nel frattempo? Che gli abitanti di origini latinoamericane sono diventati quasi il 30 per cento e tra i giovani sono ormai quasi la maggioranza. A Denver, la capitale, ci sono invece moltissimi neri rispetto al resto dello stato.

Infine: Vermont e Massachusetts sono molto bianchi e molto di sinistra. Il Vermont è anche lo stato di casa di Sanders (mentre l’Arkansas è quasi lo stato di casa di Clinton, che è stata first lady per dieci anni quando suo marito Bill era governatore). Anche il Minnesota è molto bianco e di sinistra, ma è politicamente anomalo rispetto al resto degli Stati Uniti d’America: tradizionalmente c’è un’affluenza altissima – la più alta del paese – e una grande sensibilità dell’elettorato ai messaggi populisti (uno dei suoi senatori, Al Franken, è un ex comico del Saturday Night Live).

Dove votano i Repubblicani

rep-mapGli elettori Repubblicani il primo marzo voteranno inAlabama (47 delegati, primarie), Alaska (25 delegati, caucus), Arkansas (37 delegati, primarie), Colorado (37 delegati, caucus), Georgia (76 delegati, primarie),Massachusetts (39 delegati, primarie), Minnesota (38 delegati, caucus), Oklahoma (40 delegati, primarie),Tennessee (58 delegati, primarie), Texas (155 delegati, primarie), Vermont (16 delegati, primarie), Virginia (46 delegati, primarie), Wyoming (26 delegati, caucus). Sono gli stati colorati in rosso nella mappa (anche qui, non badate ai numerini). I delegati vengono assegnati con un criterio tendenzialmente proporzionale.

C’è un motivo per cui tra i Repubblicani il voto del primo marzo è soprannominato anche “SEC Primary”: SEC è l’acronimo che indica la Southeastern Conference dei tornei sportivi universitari, che racchiude molti degli stati che vanno a votare al Super-Tuesday. Si tratta di stati del sud con un profilo simile: Alabama, Arkansas, Georgia, Texas e Tennessee, che fanno effettivamente parte della SEC, assegneranno martedì 373 delegati su 640. E se demograficamente abbiamo spiegato poco fa la loro situazione, per i Repubblicani bisogna dire un paio di cose in più: sono stati in cui i Repubblicani sono tradizionalmente molto forti e radicati. La seconda è che sono stati dove tra i Repubblicani hanno un peso notevolissimo i gruppi religiosi più conservatori. Il Texas, poi, è lo stato di casa di Ted Cruz.

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Com’è fatta la scheda elettorale di chi vota a distanza alle primarie Repubblicane dell’Alabama. Grazie a Dan, iscritto alla newsletter, che me l’ha inviata.

Il resto degli stati in cui si vota è più variegato. Di Colorado, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Vermont e Virginia abbiamo detto sopra. Rimangono l’Alaska, altro posto dove i Repubblicani sono fortissimi ma che politicamente non ha mai contato granché, e il Wyoming, che è allo stesso tempo il decimo stato americano più grande e in assoluto il meno popolato. Per due terzi è fatto di montagne. Alle presidenziali e al Congresso i Repubblicani stravincono quasi sempre, eppure dal 1975 al 2011 solo per quattro anni il governatore non è stato Democratico. Americani matti.

Che aria tira tra i Democratici
Aria di resa dei conti. I sondaggi dicono che Hillary Clinton ha un vantaggio molto largo in Georgia (+36 per cento), in Texas (+26 per cento), in Virginia (+19 per cento), in Colorado (+28 per cento), in Tennessee (+23 per cento), inAlabama (+28 per cento), in Arkansas (+28 per cento) e persino in Minnesota (+28 per cento). In Oklahoma avrebbe un vantaggio più ridotto (+9 per cento). Le cose per Bernie Sanders si mettono meglio in Massachusetts, dove è praticamente appaiato a Clinton, e naturalmente nel suo stato, in Vermont, dove è dato addirittura con un vantaggio di 75 punti percentuali.

Ci sono diverse ragioni per prendere questi sondaggi con cautela, soprattutto quelli che danno Hillary avanti in Colorado e Minnesota che a me sembrano esagerati: non si può escludere che le cose vadano diversamente. Si tratta di stati a cui gli istituti di statistica hanno dedicato molta meno attenzione rispetto a quelli che hanno votato fin qui: su alcuni di questi ci sono solo pochissimi sondaggi su cui basarsi. Inoltre stanotte ci sono le primarie dei Democratici in South Carolina, e ci si aspetta una larghissima vittoria di Clinton: se andrà così, bisognerà aspettarsi un qualche effetto trascinamento a favore di Clinton il primo marzo; se invece Sanders dovesse fare meglio del previsto, per esempio riducendo lo svantaggio a meno di dieci punti, allora potrebbe avvenire il contrario.

Storia del meraviglioso accento di Brooklyn di Bernie Sanders. Grazie a Davide, iscritto alla newsletter, che me l’ha segnalato.

Secondo la gran parte degli analisti, Hillary Clinton il primo marzo ha la possibilità di mettersi in tasca la nomination. Se davvero dovesse vincere negli stati in cui i sondaggi la danno avanti, accumulerebbe un vantaggio consistente nella conta dei delegati e dimostrerebbe che effettivamente la candidatura di Sanders non ha le gambe per competere negli stati americani più variegati e complessi. Quel vantaggio di delegati diventerebbe a quel punto pressoché impossibile da colmare per Sanders, lo dice la matematica: e questo gli farebbe perdere gran parte del vento in poppa che ha avuto fin qui. Cosa deve fare Sanders per evitare il patatrac? Secondo il giornalista e statistico Nate Silver deve vincere o perdere di poco in Vermont e Massachusetts, ovviamente, ma anche in Minnesota, Colorado, Oklahoma e Tennessee.

Che aria tira tra i Repubblicani
Aria di guerra termonucleare. Negli ultimi giorni ne sono successe di tutti i colori. Prima Donald Trump ha stravinto i caucus in Nevada. Poi c’è stato un dibattito televisivo e a sorpresa Marco Rubio ha attaccato Donald Trump con una continuità e un’efficacia che in questa campagna elettorale non si erano mai viste. Poi, mentre ancora parlavamo tutti di quanto era stato ganzo Rubio, Chris Christie ha dato ufficialmente il suo sostegno a Donald Trump. EH?! Lo so. Andiamo con ordine.

Tutti gli osservatori davano per scontato che al dibattito di giovedì notte Rubio avrebbe attaccato Cruz e non Trump: togliere di mezzo il terzo incomodo prima di puntare al bersaglio grosso. Dopo i caucus in Nevada, però, è diventato evidente che Trump si sta portando a casa la nomination e che rimane pochissimo tempo per fermarlo. Quindi Rubio al dibattito l’ha preso di mira, attaccandolo a ogni occasione. Ha funzionato, perché lo ha fatto alla Trump: invece di usare i toni indignati e contriti di chi dice solenne “bisogna fermare Trump”, sulla stampa e in tv, lo ha fatto col sorriso sulle labbra, irridendolo e ridicolizzandolo, dando persino l’impressione di divertirsi. Una sintesi del dibattito la trovate qui. Il giorno dopo Rubio ha proseguito prendendo in giro Trump per i refusi dei suoi tweet, il suo trucco, il suo nervosismo nelle pause pubblicitarie.

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Trump non l’ha presa bene.

Siccome ha un talento politico fuori dal comune, Trump ha capito che senza un colpo di scena i giornali e gli elettori avrebbero parlato del suo brutto dibattito fino al primo marzo, e quindi ha tirato fuori l’asso dalla manica: l’endorsement di Chris Christie, governatore del New Jersey, già candidato a queste primarie, considerato un moderato (al punto da essere mal sopportato dai Repubblicani duri e puri per come nel 2012 in piena campagna elettorale accolse calorosamente Obama dopo l’uragano Sandy).

Christie e Trump si conoscono personalmente da anni e da qualche giorno circolavano voci su un possibile endorsement, ma nessuno pensava davvero che potesse avvenire – Christie ha detto peste e corna di Trump fino a pochi giorni fa – e soprattutto non così presto. La domanda è: perché l’ha fatto? Le risposte possibili col senno di poi sono due, e sono intrecciate fra loro. La prima risposta è che Trump oggi è sicuramente il candidato con le maggiori possibilità di ottenere la nomination, e se questo dovesse accadere l’establishment del partito – che gli piaccia o no – dovrà schierarsi con lui: scommettendo sulla vittoria finale di Trump, Christie ha fatto prima degli altri quello che gli altri faranno comunque. Il vantaggio del farlo prima degli altri è la seconda ragione: se Trump dovesse davvero vincere le primarie, Christie – che nel 2017 concluderà il suo secondo mandato da governatore – sarebbe il candidato numero uno per fargli da vicepresidente o per avere un incarico importante nella sua eventuale amministrazione. Per esempio quello da attorney general, di fatto il ministro della Giustizia degli Stati Uniti.

Quanto sposta l’endorsement di Christie? In termini diretti, poco: Christie si è ritirato dalle primarie proprio perché non aveva un gran sostegno. In termini indiretti, però, sposta molto. Innanzitutto è un fortissimo segnale di solidità della candidatura Trump per gli elettori Repubblicani tradizionali e per l’establishment del partito: una volta che Christie ha rotto il ghiaccio, altri probabilmente seguiranno il suo esempio. Inoltre toglie ossigeno a Marco Rubio e Ted Cruz, che speravano che da qui al primo marzo si continuasse a discutere di quanto l’ultimo dibattito televisivo avesse dimostrato la vulnerabilità della candidatura di Trump. E sia Rubio che Cruz e Kasich sono vicini al momento decisivo delle loro campagne elettorali.

I sondaggi dicono che Trump ha un vantaggio molto largo in Virginia (+15 per cento), in Georgia (+15,7 per cento), in Massachusetts (+27 per cento), in Alabama (+18 per cento). Gli stati più in bilico sono il Minnesota (Trump +6 per cento), l’Oklahoma (Trump +7 per cento), il Texas (Cruz +7 per cento), l’Arkansas (Cruz +4 per cento), il Tennessee(Cruz +4 per cento). Su Colorado, AlaskaVermont e Wyoming ci sono solo sondaggi molto vecchi.

Per Cruz siamo al momento make or break. La sua campagna elettorale ha puntato tantissimo sui consensi degli elettori più religiosi e questi sono concentrati in gran parte negli stati del sud: se dovesse perdere in posti come la Georgia, l’Alabama, l’Arkansas e il Tennessee, la sua candidatura sarebbe politicamente morta: potrebbe tirare avanti ancora un po’, ma non avrebbe più una strada credibile per raggiungere la nomination. Se poi dovesse perdere in Texas, nel suo stato, sarebbe l’umiliazione finale. Se invece Cruz dovesse andare molto bene – in Arkansas per esempio possono votare solo gli elettori iscritti come Repubblicani, e questo dovrebbe sfavorire Trump – arriverebbe al 15 marzo con buone possibilità di imporsi come il vero anti-Trump. Adesso ci arriviamo, a cosa succede il 15 marzo.

Anche John Kasich, il più moderato tra i Repubblicani, ogni tanto si dimentica che siamo nel 2016. Il suo obiettivo il primo marzo è soltanto restare vivo, per giocarsi tutto il 15.

Per Rubio c’è qualche speranza in più. Il fatto che stia andando forte nelle città gli permette di sperare in buoni risultati nelle popolate aree metropolitane di Denver, Atlanta, Nashville, Little Rock, Birmingham e Boston: non sarebbe abbastanza per vincere in quegli stati, ma sarebbe abbastanza per ottenere un bel po’ di delegati nonostante la sconfitta. In Minnesota, poi, ha il sostegno dell’ex governatore Tim Pawlenty e di gran parte della classe dirigente Repubblicana locale. L’obiettivo fondamentale per lui è arrivare sopra il 20 per cento nel maggior numero di stati possibile, per avere accesso alla distribuzione dei delegati, e magari superare Cruz in qualche stato, meglio ancora se al sud. Christian Rocca sul sito di IL ha spiegato bene cosa deve fare Rubio per restare in partita.

L’unico che potrebbe ancora fermare Trump continua a essere Rubio, nonostante non abbia ancora vinto da nessuna parte. Le condizioni, spiega Cohn sul New York Times, sono tre: 1) Rubio deve superare il 20 per cento negli Stati del Super Tuesday (probabile); 2) Cruz si deve ritirare dopo il Super Tuesday (possibile); 3) Rubio deve vincere in Florida e in Ohio il 15 marzo (non impossibile).

Eccoci qui, quindi: perché è così importante il 15 marzo? Perché si voterà in un giorno solo in Florida, Illinois, Missouri, North Carolina e Ohio, ma soprattutto perché ovunque tranne che in North Carolina i delegati in palio saranno assegnati col sistema maggioritario. Chi prende un voto in più se li porta a casa tutti. Ci sono in palio 286 delegati: abbastanza da rimontare tutto il vantaggio accumulato da Trump. Solo vincendo in Florida e Ohio si prendono 165 delegati; oggi Trump ha un vantaggio di circa 60 delegati. La Florida è lo stato di casa di Marco Rubio, l’Ohio è lo stato di casa di John Kasich. Se decidessero di non azzopparsi a vicenda…

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