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–262 giorni alle elezioni statunitensi

–262 giorni alle elezioni statunitensi
oggi le primarie in South Carolina (R) e in Nevada (D)

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Le cose da dirci oggi sono un milione, perché è giornata di primarie e per giunta in due stati. Prima di cominciare devo però necessariamente ringraziarvi per la risposta straordinaria alla richiesta di sostegno della precedente newsletter.

Avevo scritto che da marzo tenere in piedi questa newsletter sarebbe costato a spanne 90 euro al mese, quindi 810 euro fino a novembre, e vi avevo chiesto una mano per raccogliere questa cifra da qui ad allora. Gli 810 euro sono arrivati in due ore, e poi ne sono arrivati degli altri e degli altri ancora. Persino dopo aver raccontato sul mio blog quanto fossi felice per l’esito di questa raccolta fondi, e quanto non fosse più necessario donare per coprire le spese della newsletter, avete continuato a farlo: accompagnando a ogni donazione messaggi di supporto e incoraggiamento. Il risultato è che riuscirò a coprire anche l’intero costo del viaggio per seguire le convention di quest’estate: i cinque voli, le quindici notti, i taxi, eccetera. Non posso disattivare il mio conto Paypal, ma la raccolta fondi evidentemente finisce oggi. Nei prossimi giorni farò un po’ di conti e la settimana prossima avrete un resoconto di quanto abbiamo raccolto. Non ho altre parole se non grazie, di cuore. Mi avete reso felice.

Altra comunicazione di servizio: il 29 febbraio alle 20 ci vediamo al Caffè Letterario a Roma per discutere della campagna elettorale americana insieme a Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti di YouTrend; il 2 marzo facciamo la stessa cosa da oTTo, a Milano. Saranno rispettivamente il giorno prima e il giorno dopo il Super-Tuesday, quindi avremo un sacco di cose di cui parlare. Ma ora occupiamoci di oggi.

Cos’è il Nevada
nevadaIl Nevada è uno stato dell’ovest, il settimo più grande degli Stati Uniti: è poco più piccolo dell’Italia ma ha solo 2,8 milioni di abitanti. Sono pochissimi – è uno stato quasi completamente desertico – ma sono in grande aumento: tra il 1990 e il 2000 la popolazione del Nevada è cresciuta del 66 per cento (quella americana in generale del 13). Confina con l’Oregon a nord-ovest, con l’Idaho a nord-est, con la California a ovest, con l’Arizona a sud-est e con lo Utah a est.

Oltre due terzi della popolazione vivono nella contea di Clark, che comprende le due città più grandi: Las Vegas (613.000 abitanti) ed Henderson (277.440). La capitale dello stato però è Carson City (55.000).

I suoi abitanti sono bianchi per il 54,1 per cento, di origini latinoamericane per il 26,5 per cento, neri per l’8,1 per cento, di origini asiatiche per il 7,2 per cento. Las Vegas è una cosiddetta “minority majority city”: un posto in cui le minoranze etniche costituiscono la maggioranza della popolazione (e, tra l’altro, un posto anche molto più complesso e frastagliato della semplice strip con i casinò che vediamo nei film: ci sono stato due anni fa e ho raccontato l’affascinante storia della sua downtown). Nel 2011 il 63,6 per cento dei bambini con meno di un anno in Nevada erano non-bianchi. Questo rende bene l’idea su come stia cambiando il Nevada in questi anni. Dal punto di vista religioso, ci sono un 35 per cento di protestanti, un 25 per cento di cattolici e il 28 per cento di non credenti.

Politicamente, il Nevada è diviso in due. Al nord storicamente ci sono i bianchi e i più ricchi: in grandissima parte Repubblicani, che per anni hanno governato lo stato. Alcune contee del nord del Nevada sono tra le più conservatrici di tutti gli Stati Uniti. Il sud però è molto più popolato e variegato, e negli ultimi anni è diventato sempre più influente. La popolosa contea di Clark – quella che comprende Las Vegas – è la più meridionale dello stato ed è molto Democratica. Alle presidenziali dal 1912 il Nevada vota il candidato che poi vince le elezioni, con l’eccezione del 1976 quando preferì Ford a Carter.

Come funzionano le primarie in Nevada
Sia i Democratici che i Repubblicani in Nevada non fanno primarie ma caucus, come in Iowa. Sono aperti solo a chi è registrato nelle liste elettorali come Democratico o Repubblicano, ma l’iscrizione si può fare anche direttamente al seggio. I Democratici assegnano 35 delegati, i Repubblicani 20, entrambi su base proporzionale.

Che aria tira tra i Democratici
Dal punto di vista generale, Bernie Sanders è in grande ascesa dopo la larga vittoria ottenuta in New Hampshire: negli ultimi giorni sono usciti dei sondaggi che lo danno in rimonta su Hillary Clinton sul piano nazionale e la sensazione è che in Nevada abbia recuperato lo svantaggio che aveva nelle scorse settimane. Il mese scorso il campaign manager di Hillary Clinton aveva detto che Sanders in Nevada era sotto di 25 punti; oggi Clinton e Sanders sono dati praticamente alla pari. Il problema è che il Nevada è considerato un “buco nero” dei sondaggi: ne sono stati realizzati soltanto due questa settimana, e i caucus – per via del loro processo articolato e laborioso – sono particolarmente difficili da prevedere. L’algoritmo del giornalista Nate Silver prevede che Hillary Clinton abbia il 72 per cento di probabilità di vittoria. Questa è la media dei pochi sondaggi realizzati.

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Il Nevada è un test molto importante per i Democratici. Il fatto che la popolazione sia molto più variegata dal punto di vista etnico rispetto a quella di Iowa e New Hampshire dovrebbe favorire Hillary Clinton, che è più apprezzata dai neri e dai latini che dai bianchi: se Clinton dovesse perdere, allora davvero Sanders dimostrerebbe di poter allargare la sua base elettorale e poter vincere la nomination.

Il problema per lei è che i partecipanti ai caucus storicamente sono comunque in maggioranza bianchi – furono il 70 per cento a quelli del 2008 – e che la vittoria di Sanders in New Hampshire ha ulteriormente galvanizzato i suoi sostenitori. Sanders nelle ultime settimane ha investito moltissimo in spot televisivi e risorse logistiche sul campo. Durante la campagna elettorale si è discusso molto di economia, naturalmente, su cui il messaggio radicale di Sanders in questo momento è molto più efficace di quello di Clinton, ma anche di integrazione e razzismo, su cui Clinton invece è più apprezzata e convincente: la riforma dell’immigrazione è un tema che sta molto a cuore agli elettori Democratici del Nevada. È circolato moltissimo questo video, che mostra Hillary Clinton confortare una ragazzina nata in America – quindi americana – da genitori immigrati irregolarmente, che rischiano la deportazione.

«Let me do the worrying»

Che aria tira tra i Repubblicani
Due cose, innanzitutto: la prima è che sul valore dei sondaggi vale la stessa cosa detta per i Democratici; la seconda è che i caucus dei Repubblicani in Nevada si terranno il 23 febbraio, mentre oggi loro votano in South Carolina. Il risultato in South Carolina influenzerà evidentemente quello del Nevada: qualcuno potrebbe addirittura ritirarsi tra una primaria e l’altra. Detto questo: Nate Silver dice che Donald Trump ha il 66 per cento di probabilità di vittoria, contro il 23 per cento di Marco Rubio e l’11 per cento di Ted Cruz. A febbraio sono stati realizzati solo due sondaggi in Nevada tra i Repubblicani, quindi niente grafico: entrambi vedono Trump in testa, seguito da Rubio e Cruz. Tra i pochi dati e il fatto che si voti prima in South Carolina, fare pronostici è impossibile: può succedere più o meno qualsiasi cosa.

Trump in Nevada è molto famoso e apprezzato – possiede diversi casinò a Las Vegas e questa abbacinante torre doratache fotografai sbalordito due anni fa – ma la crescita demografica dei latinoamericani potrebbe avere qualche impatto anche tra i Repubblicani e in teoria dovrebbe favorire più Marco Rubio di Ted Cruz, che sull’immigrazione ha una posizione ultra-radicale. Più in generale, tra i Repubblicani sta crescendo la consapevolezza – basata non solo sulla teoria ma ormai anche su dati e voti – che Trump sia davvero il candidato da battere e che nessuno potrà impensierirlo finché i suoi sfidanti disperderanno le forze. I caucus in Nevada e in South Carolina serviranno quindi soprattutto per fare qualche passo avanti nel trovare l’anti-Trump: escludendo Jeb Bush e Ben Carson, che a meno di miracoli sono fuori dai giochi, la scelta si restringe a Ted Cruz (che però è una specie di super-Trump), Marco Rubio e John Kasich.

https://www.youtube.com/watch?v=W_kmua5lw7s

Spot di Donald Trump rivolto al Nevada. E di cosa parla? Della torre tamarra.

Cos’è il South Carolina
south-carolinaIl South Carolina è uno stato americano del sud-est: confina a nord con il North Carolina, a sud e a ovest con la Georgia, a est ha l’Oceano Atlantico. È piccolino – ha più o meno la superficie dell’Austria – e ha quasi cinque milioni di abitanti. È uno stato che ha la questione razziale nel suo DNA: all’inizio del Settecento la maggioranza della sua popolazione era composta da schiavi nati in Africa, alla fine del Settecento fu il primo stato a secedere dall’Unione per difendere la schiavitù.

La sua capitale è Columbia, che è anche la città più popolosa (133.000 abitanti) seguita da Charleston (130.000). Oggi la sua economia è basata principalmente sui servizi ma in passato ha avuto un fortissimo settore agricolo, soprattutto nella coltivazione di riso e tabacco.

La sua popolazione è composta per il 63 per cento da bianchi, per il 28 per cento da neri e per il 5 per cento da persone di origini latinoamericane. Dal punto di vista religioso i cristiani evangelici sono la stragrande maggioranza: dieci volte più dei cattolici.

Politicamente, dagli anni Sessanta il South Carolina è uno stato molto Repubblicano: nel 1964 fu uno dei soli sei stati a votare il candidato Repubblicano radicale Barry Goldwater, nel 2012 Romney vinse su Obama con 11 punti percentuali di distacco. Ha due importanti senatori, entrambi Repubblicani: il moderato Lindsey Graham, che è stato candidato a queste primarie ma si è ritirato prestissimo e oggi sostiene Jeb Bush, e il radicale Tim Scott, il primo politico nero eletto dal sud al Senato dal 1881, che oggi sostiene Marco Rubio. Ha una governatrice Repubblicana molto popolare, Nikki Haley, figlia di immigrati indiani: ne abbiamo parlato qualche tempo fa nella newsletter perché fece un apprezzato discorso di risposta allo stato dell’unione di Barack Obama. Anche lei sostiene Rubio: un gran colpo.

Tra i suoi deputati, ce ne sono due degni di nota. Il primo è Trey Gowdy, bianco, molto estremista, capo della commissione d’inchiesta della Camera sugli attentati di Bengasi: anche lui sta con Rubio. Il secondo è Mark Sanford, ex governatore dalla storia notevole: nel 2009, quando era governatore, a un certo punto sparì dalla circolazione. Appuntamenti ufficiali disdetti, cellulari spenti, nessuna risposta agli SMS: sua moglie non sapeva dove fosse e nemmeno gli agenti di polizia che si occupavano della sua sicurezza. Il suo staff cercò di coprirlo per un po’, mentre circolavano le ipotesi più bizzarre e anche una certa preoccupazione, finché uno dei suoi collaboratori disperato dichiarò ufficialmente che Sanford era andato a fare trekking sugli Appalachi, la catena montuosa che attraversa gran parte degli Stati Uniti orientali. Sei giorni dopo venne fuori che Sanford si trovava a Buenos Aires, in Argentina, dalla sua amante. Da quel momento “fare trekking sugli Appalachi” o “andare sugli Appalachi” è diventata una frase ricorrente nella cultura americana, sinonimo di “accampare scuse surreali per coprire infedeltà coniugali”. Oggi Sanford sostiene Ted Cruz.

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Gli influentissimi sostenitori di Rubio in South Carolina. Da sinistra: Trey Gowdy, Tim Scott e Nikki Haley. «Sembriamo una pubblicità di Benetton», ha detto Haley.

Come funzionano le primarie in South Carolina
Sono primarie tradizionali e sono aperte: ognuno può votare alle primarie che vuole, senza registrarsi nelle liste di quel partito (ma non può votare a entrambe). I Democratici assegnano 53 delegati con metodo proporzionale, i Repubblicani ne assegnano 50 col maggioritario: chi ottiene un voto in più degli altri se li porta a casa tutti.

Che aria tira tra i Repubblicani
La vittoria di Donald Trump sembra probabile – Nate Silver dice che ha il 77 per cento di possibilità di vincere – ma la situazione dietro di lui è incerta e interessantissima. Questa è la media dei sondaggi negli ultimi 30 giorni.

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Trump è ancora in largo vantaggio, ma è un vantaggio che si è logorato negli ultimi giorni: e durante un dibattito televisivo della settimana scorsa è stato attaccato dai suoi avversari come mai era successo negli scorsi mesi. Dietro di lui, Marco Rubio sembra aver quasi raggiunto Ted Cruz e se dovesse arrivare secondo otterrebbe un grandissimo risultato: anche perché la strategia di Cruz è basata soprattutto sul vincere negli stati del Sud, dove il gran numero di elettori evangelici dovrebbe dargli lo stesso compatto sostegno che gli ha permesso di vincere in Iowa. Ma il South Carolina sarà uno spartiacque soprattutto per Jeb Bush.

Sia George H. W. Bush che George W. Bush vinsero le primarie in South Carolina quando si candidarono alla Casa Bianca: i Bush da queste parti sono popolarissimi da decenni e non è un caso se in questi giorni George W. Bush si sia impegnato personalmente a fare campagna elettorale per suo fratello. Se nonostante questo, nonostante i solidi rapporti con l’elettorato e con la classe dirigente dello stato, Bush dovesse andare male – diciamo arrivare fuori dal podio – la sua campagna elettorale sarebbe di fatto finita. Probabilmente si ritirerebbe. Anche perché nel dibattito tv di cui sopra Trump ha attaccato frontalmente proprio la famiglia Bush: ha accusato George W. Bush di non aver saputo tenere il paese al sicuro e ha detto che ha mentito sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Un tempo dichiarazioni del genere in South Carolina avrebbero significato una sicura sconfitta tra i Repubblicani; oggi le cose sembrano essere cambiate.

Un altro commovente abbraccio di questa campagna elettorale: stavolta di John Kasich, che al contrario di certi suoi avversari sembra proprio un buon esemplare di essere umano. Il suo obiettivo in South Carolina è arrivare sopra Jeb Bush. 

Che aria tira tra i Democratici
Occhio, qui: i Repubblicani in South Carolina votano oggi ma i Democratici votano il 27, tra una settimana, quindi molte cose possono ancora cambiare e l’esito dei caucus in Nevada avrà un qualche impatto. La forte presenza di neri tra gli elettori del South Carolina – e soprattutto tra i Democratici – ha dato fin qui un grande vantaggio a Hillary Clinton. Nate Silver dice che Hillary Clinton ha oltre il 99 per cento di probabilità di vincere in South Carolina. La media dei sondaggi degli ultimi trenta giorni sembra confermarlo.

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Durante la campagna elettorale dei Democratici in South Carolina si è discusso moltissimo della condizione dei neri: delle discriminazioni, dell’atteggiamento della polizia nei loro confronti, del loro accesso a un’istruzione di qualità e a costi contenuti. Anche qui c’è uno scontro tra filosofie politiche: Bernie Sanders ha una proposta radicale ma difficilmente realizzabile (università gratuite per tutti) mentre Hillary Clinton ne ha di più moderate ma raggiungibili: università pubbliche molto economiche o gratuite, sussidi e prestiti a tassi agevolati per chi frequenta università private. Ma c’è un tema più generale di capacità di rappresentanza delle istanze dei neri: Clinton ha alle spalle decenni di lavoro per i diritti delle minoranze ed è stata per due mandati la first lady dell’Arkansas, un altro stato del sud; The Nation, una rivista molto di sinistra che sostiene ufficialmente Sanders, ha raccontato in fila una serie di episodi che mostrano quanto Sanders faccia ancora fatica a rivolgersi con efficacia a quel segmento di elettorato.

Uno spot per Hillary Clinton con voce narrante di Morgan Freeman. Quando dice «…and there are far too many of you» io sobbalzo.

Hillary Clinton in South Carolina deve vincere e con un largo vantaggio. Se darà a Sanders venti punti di distacco, potrà usare con più forza il suo argomento per cui una volta che le primarie si sarebbero spostate negli stati più rappresentativi dell’America, lei sarebbe emersa come la candidata più forte e preparata. Se dovesse vincere con un vantaggio più ridotto, diciamo intorno ai dieci punti, Sanders dimostrerebbe di essere competitivo e poter rimettere in discussione quasi tutto. Tenete conto che al Super-Tuesday si vota in molti stati del sud, tutti in una volta: il South Carolina è praticamente una prova generale.

Quest’elezione è diventata improvvisamente ancora più complicata e importante
Sabato scorso è morto Antonin Scalia, influentissimo giudice conservatore della Corte Suprema. La sua morte mette in moto la procedura di sostituzione affidata al presidente Barack Obama, che può cambiare gli equilibri politici all’interno della Corte: con la morte di Scalia sono rimasti quattro giudici progressisti e quattro conservatori. Il problema è che il giudice scelto da Obama deve essere confermato dal Senato, dove i Repubblicani hanno la maggioranza e hanno già fatto sapere di non voler nemmeno sentire il nome: vogliono che se ne occupi il prossimo presidente. Obama dovrebbe fare il suo nome tra un mese. Se i Repubblicani faranno davvero ostruzionismo, la battaglia campale che ne nascerebbe avrebbe conseguenze sulla campagna elettorale: soprattutto se Obama dovesse scegliere una donna, o un figlio di immigrati, o comunque un candidato in grado di galvanizzare la base dei Democratici. Se poi l’ostruzionismo dei Repubblicani dovesse funzionare, il prossimo presidente avrà il potere immediato di decidere da che parte andrà la Corte Suprema.

Quando ci risentiamo
Ci sentiamo domattina con un’edizione speciale della newsletter con i risultati in Nevada e South Carolina. Sempre domattina, se siete di quelli che si alzano presto, parlerò per qualche minuto dei risultati elettorali a Radio2 durante il programma Ovunque6, intorno alle 7. Le notizie sulle primarie Repubblicane del 23 febbraio in Nevada le troverete di mattina sul Post. Sabato prossimo, 27 febbraio, la guida al Super-Tuesday.

Hai una domanda?
Scrivimi a [email protected] oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

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