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–290 giorni alle elezioni statunitensi

–290 giorni alle elezioni statunitensi
–9 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Siamo all’ultima curva del giro di riscaldamento, quindi due piccole comunicazioni e poi passiamo subito alle notizie. Il 28 gennaio faccio un AMA (Ask Me Anything) su Reddit: per i profani, vuol dire che dalle 15 sarò su r/italy a rispondere a più o meno qualsiasi domanda, dalla politica americana al Post a tutto il resto (anche la Roma, volendo, ma siate buoni). Il 2 febbraio, invece, alle 21 sarò al Circolo dei Lettori di Torino per parlare di elezioni americane: l’ingresso è gratuito. Sarà il giorno successivo ai caucus dell’Iowa, quindi: 1) io sarò morto di sonno 2) avremo un sacco di cose di cui parlare.

I due improbabili front-runner in Iowa
Democratici e Repubblicani hanno due cose in comune, relativamente ai caucus dell’Iowa. La prima è che sembra saranno affare tra due candidati, e non più di due: Clinton e Sanders tra i Democratici, Trump e Cruz tra i Repubblicani. La seconda è che negli ultimi dieci giorni i candidati in ascesa tra questi sono stati i più improbabili: Sanders tra i Democratici, Cruz tra i Repubblicani. Le medie dei sondaggi non aiutano a farsi un’idea finale sullo stato della corsa: in entrambi i partiti i candidati sono vicinissimi e i loro distacchi dentro il margine di errore. Ma per Cruz e Sanders trovarsi lì in alto ed essere considerati “favoriti” è una condizione nuova, e sta avendo delle conseguenze.

Tra le conseguenze positive c’è, banalmente, essere l’uomo del momento. Sanders è andato molto bene nella prima ora del dibattito tv di questa settimana (qui un resoconto completo), Clinton non ha ancora trovato una risposta davvero convincente alle critiche sui suoi legami con le banche di Wall Street e soprattutto un modo per smontare la dinamica candidata-pragmatica-razionale-sfida-candidato-idealista-radicale, che rischia di metterla in un angolo. Il gap di entusiasmo tra i sostenitori di Sanders e quelli di Clinton non è mai stato così alto, i suoi collaboratori fanno capire che la raccolta fondi sta andando meravigliosamente. Infine la campagna di Sanders ieri ha diffuso questo spot, il più bello dell’intera campagna elettorale fin qui, che cattura perfettamente l’atmosfera di questi giorni.

Se siete come me, vi è venuto un brividino.

Quando un candidato può fare uno spot così efficace senza dire una parola, usando solo l’atmosfera, vuol dire che in questi mesi ha fatto davvero un buon lavoro. Ragionandoci da un più arido punto di vista tecnico, poi, questo spot è fatto su misura per questa campagna elettorale – è un richiamo ai cuori degli elettori, più che alle loro teste – e soprattutto per quelli di Iowa e New Hampshire: è pieno di neve, paesaggi agricoli e soprattutto un sacco di gente bianchissima.

Questo ci porta alla seconda parte del nostro discorso: la trasformazione da candidato di bandiera a candidato potenzialmente vincitore è molto delicata e complicata. Un esempio rende bene l’idea: durante il dibattito televisivo di questa settimana si è discusso di una legge sulle armi su cui Sanders aveva cambiato idea due giorni prima del dibattito stesso, e di una proposta di riforma sanitaria di Sanders presentata letteralmente due ore prima. In questi giorni sulla stampa statunitense sono usciti diversi articoli che dicono, in sostanza: Sanders è stato un candidato di bandiera perfetto, ha dato alla campagna elettorale un tono e un taglio che altrimenti non avrebbe avuto, ha interpretato un sentimento cruciale per comprendere l’elettorato; nessuno gli ha mai chiesto di essere specifico, perché finché era un candidato di bandiera non ne aveva bisogno, ma oggi deve. Matthew Yglesias su Vox ha fatto notare che gli slogan di Sanders dicono poco di quali sarebbero i suoi piani concreti su molte questioni, Jessica Valenti sul Guardian ha scrittoche il fatto che Sanders stia genericamente dalla parte giusta sui temi dei diritti riproduttivi non è abbastanza per considerare convincenti le sue posizioni in materia. Ma la critica più significativa in questo senso – per il suo pulpito, diciamo – è arrivata da Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e idolo della sinistra americana.

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L’ultima email di richiesta fondi della campagna Clinton paragona Bernie Sanders a Karl Rove. Nervosetti.

Anche Ted Cruz tra i Repubblicani sta iniziando a capire cosa comporta il nuovo status di candidato favorito ai caucus del primo febbraio. Il governatore dell’Iowa, Terry Branstad, è un personaggio moooolto influente: è Repubblicano ed è in carica da sei mandati, il periodo più lungo per un governatore nella storia degli Stati Uniti. Questa settimana Branstad ha detto che i cittadini dell’Iowa farebbero un errore a sostenere Cruz ai caucus per via delle sue posizioni contrarie ai sussidi all’industria dell’etanolo – ne avevamo parlato due newsletter fa – e ha ricordato i forti legami di Cruz con l’industria texana del petrolio: «Quando gli elettori se ne renderanno conto, capiranno che Cruz potrebbe davvero fare dei danni al nostro stato». Ouch.

Doppio ouch: questo spot di Donald Trump sull’immigrazione gli farà malissimo.

Triplo ouch: questa settimana Donald Trump ha ottenuto l’endorsement ufficiale di Sarah Palin.

(fate un respiro profondo)

Ora, diciamo subito due cose. Primo: anni e anni di elezioni e successive analisi hanno dimostrato come i media tendano regolarmente a sopravvalutare il peso degli endorsement politici, che salvo poche eccezioni non hanno un grande impatto sulle campagne elettorali. Questo vale in generale, non solo per Sarah Palin. Secondo: Sarah Palin è ormai un personaggio folkloristico, screditata e irrisa dalla grandissima parte degli elettori statunitensi, Repubblicani compresi. Ha una retorica comicamente estremista, una situazione familiare piena di storie non eccezionali, qualche scheletro nell’armadio e un campionario imbarazzante di errori e gaffe alle spalle.

Detto questo, in uno stato piccolo e particolare come Iowa l’endorsement di Sarah Palin può pesare un pochino perché colpisce Ted Cruz in un segmento importante: gli elettori molto politicizzati, molto conservatori e molto religiosi. In Iowa più che altrove, infatti, il meccanismo del voto tende a premiare chi ha sostenitori più motivati e radicali: votare ai caucus richiede circa due ore di tempo e la voglia di uscire tra la neve per partecipare a un dibattito politico in una fredda palestra o in un posto del genere. Il seguito di Sarah Palin è microscopico sul piano nazionale ma consistente in una fetta di Repubblicani estremisti che, specialmente in una corsa così equilibrata, può fare la differenza. Tutto questo, naturalmente, a meno che una nuova stupidaggine di Palin – scenario sempre dietro l’angolo – non ritorca tutto questo contro Trump: e forse è questo il motivo per cui – a sorpresa – dopo l’endorsement ufficiale Palin non è rimasta a fare campagna elettorale in Iowa e non si è più fatta vedere in giro.

3-2-1
Gli altri candidati Repubblicani sono aggrappati a una strategia che qualche giornale americano ha chiamato “3-2-1”: perché l’unico modo per infilarsi nella lotta tra Trump e Cruz oggi sembra sia arrivare terzi in Iowa, secondi in New Hampshire e primi in Nevada e/o in South Carolina, dove la composizione dell’elettorato cambia radicalmente includendo una grossa fetta di cittadini latinoamericani e afroamericani. Come va quindi la lotta per queste tre posizioni?

In Iowa il terzo posto dovrebbe essere un affare tra Marco Rubio e Ben Carson, anche se entrambi stanno faticando a muovere i loro numeri e Carson è in discesa da settimane. In New Hampshire stanno avvenendo i movimenti più interessanti: ben sei sondaggi questo mese hanno dato al secondo posto John Kasich, governatore dell’Ohio pragmatico e moderato, che sta battendo lo stato chilometro per chilometro consapevole di giocarsi tutto da quelle parti. Ma a due punti di distanza ci sono Cruz, Rubio, Bush e Christie, quindi si tratta di una partita ancora molto aperta. In South Carolina e in Nevada i numeri assomigliano ancora molto a quelli nazionali – Trump e Cruz davanti a tutti – ma bisogna tener conto che da quelle parti sono stati fatti ancora pochi sondaggi e i risultati di Iowa e New Hampshire li condizioneranno: sono dati che vanno presi con un surplus di cautela.

Uno spot di John Kasich propone uno scenario in cui il candidato vice di Donald Trump è Vladimir Putin.

In other news
– la Corte Suprema si esprimerà a giugno sulla costituzionalità degli ordini esecutivi con cui Barack Obama ha fermato la deportazione fuori dagli Stati Uniti di quattro milioni di immigrati irregolari i cui figli hanno la cittadinanza americana. Sarà una grossa notizia anche per la campagna elettorale, a pochi mesi dall’8 novembre.

– sembra che alcune delle email che Hillary Clinton conservò sul suo server privato durante gli anni da segretario di stato contenessero effettivamente materiale top secret. Il 29 gennaio sarà diffuso l’ultimo blocco di email, poi vedremo che piega prenderanno le indagini del governo.

Cose da leggere
What Does a Latino Electorate That’s Half Millennial Mean for the 2016 Election?, di Mathew Rodriguez su Mic
– The One Weird Trait That Predicts Whether You’re a Trump Supporter, di Matthew MacWilliams su Politico (“It’s authoritarianism”)
– The High Cost of a Bad Reputation, di Peggy Noonan sul Wall Street Journal (sul fatto che tutti-tutti a Washington detestano Ted Cruz)
– Ready for Julián?, di Edward-Isaac Dovere su Politico (un potenziale vicepresidenziabile da tenere d’occhio)
Meet the 20 Tech Insiders Defining the 2016 Campaign, di Wired
– 
How Donald Trump defeats Hillary Clinton, di Ben Schreckinger su Politico

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