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–297 giorni alle elezioni statunitensi

–297 giorni alle elezioni statunitensi
–16 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Hillary Clinton è ancora la candidata favorita per la vittoria delle primarie tra i Democratici. Ma nell’ultima settimana sono stati diffusi i risultati di alcuni sondaggi che mettono in discussione le sue potenzialità di vittoria nei primi due stati in cui si vota, Iowa e New Hampshire, e descrivono una corsa ben più incerta di quanto si potesse immaginare fin qui.

Il vantaggio di Clinton nella media nazionale dei sondaggi di cui parlavo la settimana scorsa è ancora consistente, ma si è ridotto moltissimo: siamo passati dal +19,5 per cento di sabato scorso al +8,6 per cento di oggi. In Iowa nello stesso periodo – e sempre in media – Clinton è passata dal +12,5 per cento di sabato scorso al +4 per cento di oggi. In una settimana. Questo stravolgimento si deve a un’infornata di nuovi sondaggi: uno vede Clinton a +3, uno Sanders a +5, uno Sanders a +3, uno Clinton a +6, uno Clinton a +21 (ma è di un istituto piuttosto inaffidabile) e soprattutto un ultimo vede Clinton a +2. Dico soprattutto perché quest’ultimo è quello commissionato dal Des Moines Register, il più importante quotidiano dell’Iowa, solitamente affidabile. Tenete conto anche che ognuno di questi sondaggi ha un margine di errore di circa 4 punti percentuali, in un senso o nell’altro. Insomma, improvvisamente la partita in Iowa si è fatta molto equilibrata.

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Cos’è successo negli ultimi giorni ai sondaggi in Iowa.

Aggiungiamo qualche altro pezzo di contesto. Chi ha letto la newsletter della settimana scorsa sa che quelle dell’Iowa non sono primarie tradizionali bensì caucus, operazioni politiche che richiedono agli elettori un impegno molto più gravoso del semplice andare al seggio e votare. Per questo bisogna cominciare a leggere anche un altro tipo di sondaggi: quelli che chiedono agli elettori non solo chi è il loro candidato preferito ma anche se intendono partecipare ai caucus o no. Sempre secondo il Des Moines Register, chi è “sicuro” di andare dice per il 45 per cento che voterà Clinton e per il 36 per cento che voterà Sanders; chi dice che andrà “probabilmente” a votare, invece, dice che voterà Sanders per il 47 per cento e Clinton per il 37 per cento. Tenete a mente ovviamente che dire che tra un mese si andrà a votare è molto diverso da andare a votare, e che comunque in 15 giorni possono ancora cambiare molte cose, ma questo è lo stato dell’arte.

Un’altra cosa, prima di cercare di capire perché sta succedendo tutto questo. Ne ho scritto più volte in questi mesi: sia Iowa che New Hampshire hanno un elettorato particolarmente congeniale a Sanders – elettori quasi esclusivamente bianchi e più di sinistra del resto del paese – ma Clinton fin qui in Iowa aveva retto bene nei sondaggi, mentre Sanders da tempo sta andando meglio in New Hampshire. Questo riavvicinarsi in Iowa comporta quantomeno la possibilità che Sanders alla fine vinca sia in Iowa che in New Hampshire. Il resto della corsa poi per Sanders si farebbe molto più impervio: in South Carolina, dove un elettorato demograficamente molto più variegato voterà il 27 febbraio, Clinton ha oggi un vantaggio di 40 punti. Ma abbiamo appena avuto una conferma di quanto i sondaggi possano cambiare a ridosso del voto, e quindi di quanto vadano guardati con distacco quando manca ancora troppo tempo; e una vittoria di Sanders in Iowa e in New Hampshire rimescolerebbe moltissimo le carte. Sanders non è Obama, ma nel 2008 accadde più o meno lo stesso.

Come siamo arrivati fin qui? Eviterei per il momento di trarre conclusioni su quello che pensano gli elettori di Clinton e Sanders: col senno di poi siamo tutti bravissimi ed è meglio aspettare di discutere dei voti veri, altrimenti rischiamo di trovarci oggi a spiegare perché Clinton non-poteva-che-perdere e poi magari va a finire in un altro modo. Ma c’è innanzitutto un problema politico, che i lettori di lunga data della newsletter conoscono: l’Iowa ha un elettorato particolarmente sensibile ai messaggi politici più radicali. Poi c’è indubbiamente l’abilità di Bernie Sanders, che sta facendo una campagna molto disciplinata evitando errori e gaffe. Infine c’è una faccenda economica: Clinton ha più soldi di Sanders ma li sta investendo in moltissimi stati, in previsione dell’intero calendario delle primarie e soprattutto delle elezioni di novembre; Sanders invece sa che la sua unica speranza di farcela passa attraverso un ottimo risultato in Iowa e in New Hampshire, e quindi sta investendo quasi tutto lì. Risultato: nelle ultime tre settimane la campagna di Sanders ha speso 4,7 milioni di dollari in spot televisivi, contro i 3,7 milioni della campagna Clinton. La campagna Clinton ha inviato ai suoi sostenitori nuove nervose richieste di fondi, come questa. I toni drammatici sono normali in questo genere di richieste, ma è un fatto che Sanders in questo momento sta spendendo molto più di Clinton in Iowa e New Hampshire.

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Clinton sta reagendo a questi dati facendo notare le differenze tra lei e Sanders in modo sempre più aggressivo. Si è schierata con decisione a favore delle recenti decisioni di Obama sul controllo delle armi, consapevole che si tratta di uno dei pochi temi su cui può attaccare Sanders da sinistra. Ha criticato Sanders perché le sue idee in termini di politica sanitaria porterebbero a un aumento delle tasse e alla cancellazione dei programmi Medicare e Medicaid (è vero, tecnicamente: ma bisogna dire che Sanders promette di sostituirli con un modello migliore, simile a quello europeo,quindi questo attacco è scorretto e autolesionista). Ha proposto una nuova sovrattassa del 4 per cento sui cittadini americani più ricchi.

Qualcuno ha detto “voto utile”?

Sanders non sta restando con le mani in mano, e per esempio ha diffuso uno spot che – senza nominarla mai, ma facendo evidentemente riferimento a lei – accusa Clinton di voler contemporaneamente “accettare i soldi delle grandi banche di Wall Street, e poi dire alle grandi banche che cosa dovrebbero fare”.

Ora, avete presente Nate Silver? È il famoso giornalista-statistico americano che con un complesso modello matematico – che combina i dati dei sondaggi, pesandoli secondo la loro affidabilità nel tempo, con altri dati demografici, economici, politici – ha predetto sia nel 2008 che nel 2012 chi avrebbe vinto stato per stato alle elezioni presidenziali. Il suo sito, FiveThirtyEight, sta cominciando a pubblicare dati del genere sulle primarie. E cosa dicono sull’Iowa per i Democratici? Il sito di Nate Silver fornisce due rating diversi. Il primo, che chiamano “polls-plus forecast”, tiene conto dei sondaggi statali ma anche in misura diversa di quelli nazionali e degli endorsement politici ricevuti: vede Clinton con l’82 per cento di possibilità di vincere in Iowa. Il secondo, che chiamano “polls-only forecast”, tiene conto solo dei sondaggi statali e riduce le possibilità di vittoria di Clinton al 66 per cento. In entrambi i casi c’è un distacco notevole, ma in entrambi i casi la traiettoria di Clinton è discendente.

Ci aspetta uno showdown molto interessante nelle prossime due settimane. La prima puntata andrà in onda domenica notte, quando si terrà l’ultimo dibattito televisivo tra Clinton e Sanders prima dei caucus in Iowa.

Bonus
A giudicare dai vostri feedback – che mi interessano sempre molto: rispondete a questa email! – vi è piaciuta parecchio la storia di qualche settimana fa su Martin O’Malley, il terzo candidato alle primarie dei Democratici: a un suo comizio in Iowa durante una tempesta di neve si era presentata una sola persona, e per giunta non l’aveva convinta a votare per lui. Al povero O’Malley ne è successa un’altra, questa settimana: una sera è entrato in un ristorante di Des Moines per parlare con gli elettori e ci ha trovato dentro un affollato raduno di sostenitori di Ben Carson. Hanno fatto amicizia, almeno.

Tra i Repubblicani, nel frattempo
Giovedì c’è stato un dibattito televisivo. Un altro, direte voi, e non avete tutti i torti: ma questo è stato abbastanza importante. È diventata evidente, infatti, la divisione di cui parlavamo la settimana scorsa: da una parte Donald Trump e Ted Cruz, in lotta per il predominio tra gli elettori più estremisti e per la vittoria in Iowa; dall’altra parte Marco Rubio, Chris Christie, John Kasich e Jeb Bush, in lotta per il predominio tra gli elettori un po’ più ragionevoli e per un buon piazzamento in New Hampshire.

Il mio resoconto del dibattito lo trovate sul Post, ma la cosa principale è che la tregua fra Trump e Cruz è finita. I due si sono ignorati per mesi, a volte facendosi addirittura dei complimenti: dato che competono per lo stesso elettorato, hanno sperato che il crollo dell’uno potesse avvantaggiare l’altro e quindi non volevano alienarsi i rispettivi elettori. A due settimane dai caucus in Iowa nessuno dei due è ancora crollato, anzi: quindi si sono tolti i guanti. Trump ha ritirato fuori la storia della presunta ineleggibilità di Cruz per via del fatto che è nato in Canada, che Cruz ha respinto con gran facilità (è figlio di americani quindi è americano dalla nascita, come prescrive la Costituzione); Cruz ha criticato Trump accusandolo di avere «i valori di New York» – ricordate che stiamo parlando di una discussione tra fuori di testa – e Trump ha segnato un rigore a porta vuota.

Se sei costretto ad applaudire la risposta del tuo avversario alle tue critiche, vuol dire che hai fatto una cazzata.

La risposta di Trump non è interessante solo perché demolisce Cruz, ma per come lo fa: senza un insulto, senza spararla ancora più grossa, senza alzare la voce. È esemplare di una cosa che molti giornalisti americani hanno notato nelle ultime settimane: Trump sta diventando sempre più abile come candidato. Sta aggiungendo sfumature e registri diversi alla sua dialettica, mostrando una capacità di apprendimento e adattamento che nessuno tre mesi fa immaginava che potesse avere.

Guardate quest’altro video. Si parla di tossicodipendenza: è un grosso tema in New Hampshire, dove negli ultimi anni i casi di morti per overdose di eroina si sono moltiplicati (nel 2015 sono stati il doppio del 2013). Trump risponde a un uomo che ha perso un figlio tossicodipendente e lo fa ricordando la sua proposta politica più famosa – costruire un muro al confine col Messico per fermare immigrati e narcotraffico – ma con un tono intimo, personale e molto empatico. Anche questo è un Trump che non avevamo mai visto fin qui.

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Altri aggiornamenti sui Repubblicani:

– strategie opposte: Marco Rubio ha comprato la trasmissione di 7.000 spot elettorali in Iowa fino al primo febbraio, più di metà del totale dei candidati Repubblicani, ma sta passando da quelle parti meno tempo degli altri; Ted Cruz è molto presente in Iowa e ha comprato per lo stesso periodo la trasmissione di appena 33 spot elettorali (almeno fin qui);

– sempre in tv Bush e Rubio si stanno massacrando a vicenda: qui c’è un recente spot di Bush e qui la risposta di Rubio. Ma Bush continua a riservare i suoi attacchi più duri a Donald Trump, come lo spot che segue. Bush probabilmente perderà le primarie, ma lo farà sparando all’impazzata.

– questa settimana Barack Obama ha rivolto al paese il suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione (resoconto qui). Come da tradizione, il partito di opposizione ha organizzato una “risposta” al discorso del presidente, trasmessa dai network televisivi poco dopo la fine del discorso al Congresso. È un modo per catalizzare l’attenzione dei media ma storicamente non è uno strumento di grande efficacia: non si ricordano grandi e storiche risposte ai discorsi presidenziali, mentre invece sentire un discorso normale da un luogo normale da parte di un politico normale, spesso sconosciuto ai più, poco dopo la massima solennità del discorso del presidente al Congresso, finisce spesso per mettere in imbarazzo e ridimensionare l’opposizione stessa, piuttosto che giovarle. La notizia è che quest’anno la risposta dei Repubblicani al discorso di Obama è stata invece particolarmente buona: l’ha pronunciata Nikki Haley, governatrice del South Carolina. Tenetela d’occhio, quando si dovrà assegnare il posto da candidato vicepresidente per i Repubblicani.

P.S. Non vorrei lasciarvi con l’impressione che Donald Trump sia diventato improvvisamente un candidato normale e di cui non bisogna preoccuparsi, quindi allego l’inquietante spettacolino messo in piedi da tre ragazzine – imbeccate da qualche adulto, ovviamente – prima di un suo comizio in Florida. Alla settimana prossima!

Cose da leggere
Why Nevada Matters in 2016, di Jon Ralston su USA Today
What Happens If Bernie Wins Iowa and New Hampshire?, di Josh Voorhees su Slate

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