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–304 giorni alle elezioni statunitensi

–304 giorni alle elezioni statunitensi
–23 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Mancano poco più di tre settimane all’inizio delle primarie americane: al momento in cui cominceremo a vedere gli effetti concreti di tutte le cose che i candidati alla presidenza degli Stati Uniti hanno detto e fatto nell’ultimo anno, di tutte le mani che hanno stretto e i soldi che hanno ricevuto e speso, di tutte le strategie che hanno adottato e cambiato, di tutti gli errori che hanno commesso. Nel nostro piccolo, cominceremo anche a vedere la realizzazione o meno di tutte le cose che ci siamo raccontati ogni sabato negli ultimi sette mesi. Si comincia dall’Iowa, il primo febbraio. C’è già un colpo di scena, in qualche modo.

Cos’è l’Iowa
iowaÈ uno stato americano del Midwest (quello colorato nella foto accanto). È poco più grande della Grecia, in termini di superficie, ma ha 3 milioni di abitanti (la Grecia ne ha 11 ed è persino un po’ più piccola).

La sua economia è stata a lungo basata sull’agricoltura ma negli ultimi cinquant’anni si è diversificata molto, per quanto a volte dolorosamente: c’è stata una grossa crisi agricola negli anni Ottanta e un’altra in corrispondenza della crisi globale di qualche anno fa. A ognuno di questi passaggi l’economia dell’Iowa è diventata meno dipendente dall’agricoltura e dai settori collegati (per esempio quello dei biocombustibili: ma ci arriviamo).

Le città più popolate in Iowa sono la capitale Des Moines (circa 200 mila abitanti), Cedar Rapids (129 mila) e Davenport (102 mila). Il 72 per cento degli abitanti dell’Iowa è nato in Iowa. Il 91 per cento degli abitanti sono bianchi. Gli abitanti dell’Iowa sono protestanti per il 52 per cento, cattolici per il 23 per cento, non religiosi per il 13 per cento; i musulmani sono lo 0,2 per cento, gli ebrei sono lo 0,1.

Dal punto di vista politico, l’Iowa è uno stato tendenzialmente Democratico dove negli ultimi anni però i Repubblicani stanno guadagnando terreno. Alle elezioni presidenziali l’Iowa dal 1988 sceglie il candidato Democratico, con l’eccezione del 2004, ma in tempi recenti ha eletto un governatore Repubblicano, due senatori Repubblicani su due, tre deputati Repubblicani e uno Democratico. Dal punto di vista territoriale, la parte est è più Democratica (ci sono le zone più urbanizzate) mentre la parte ovest è più Repubblicana. La parte centrale dello stato oscilla tra un partito e l’altro, ma la capitale Des Moines è più Democratica che Repubblicana. Il suo elettorato è storicamente sensibile ai candidati populisti di entrambi i partiti; nel caso dei Repubblicani, hanno un grosso peso i gruppi religiosi evangelici.

Le primarie del 2008 le vinsero Barack Obama tra i Democratici e il reverendo Mike Huckabee tra i Repubblicani; quelle del 2012 le vinse sempre Obama tra i Democratici (ma era scontato) e il religiosissimo Rick Santorum tra i Repubblicani.

Il discorso di Obama dopo la sorprendente vittoria in Iowa nel 2008. «They said this day would never come». Che frase perfetta. Non esistono molti modi migliori di questo per cominciare un discorso dopo un’elezione.

Perché si vota per primo in Iowa?
Per tradizione, innanzitutto. Ma è una tradizione a cui nel tempo sono state trovate buone ragioni: cominciare da uno stato piccolo permette a tutti di avere una chance, anche ai candidati con meno risorse; Iowa e New Hampshire – dove si vota pochi giorni dopo – sono abbastanza politicamente variegati da essere un interessante punto di partenza; i partiti li conoscono molto bene e sanno ormai come muoversi da quelle parti.

Perché è importante andare bene in Iowa?
I media americani non parlano d’altro da mesi, creando un’atmosfera di attesa che si risolverà in una grande spinta – politica, economica, di entusiasmo e attenzione – per ogni candidato, verso l’alto o verso il basso. Non serve necessariamente vincere, per essere contenti: basta fare meglio di quanto previsto o meglio dei propri diretti avversari. Per esempio, Bush piangerebbe di gioia per un terzo posto, mentre lo stesso terzo posto per Trump sarebbe una disfatta probabilmente fatale.

Le primarie dell’Iowa non sono primarie
Ehm, cosa? Lo so. Per quanto si usi – sia in Italia che negli Stati Uniti – la parola “primarie” per far riferimento all’intero processo di selezione dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, questa selezione può avvenire stato per stato in due modi diversi: le primarie e i caucus. Le primarie sono quelle che immaginiamo: ci sono dei seggi aperti l’intera giornata, si va a votare, si contano i voti. Sono regolate dai singoli stati, che decidono chi può votare e sorvegliano su eventuali irregolarità. Quello dell’Iowa è un caucus.

Cosa diavolo è un caucus?
I caucus sono regolati dai partiti statali e funzionano così.

Memorabile spot di Hillary del 2008 che spiega i caucus.

Ogni partito allestisce uno o più seggi in ognuno dei 1.774 micro-collegi in cui è diviso lo stato. I seggi possono essere bar, case, palestre, scuole, scantinati. I seggi vengono aperti nel tardo pomeriggio, di solito dopo le 18. Fa un freddo cane, c’è la neve e la temperatura è molto sotto lo zero.

Chi vuole partecipare al caucus arriva all’orario di apertura. Si fa un dibattito. Almeno un sostenitore per ogni candidato prende la parola e spiega perché bisogna votare per il suo candidato, gli altri possono rispondere. Si può fare campagna elettorale fino all’ultimo secondo, insomma. Finita la discussione, per i Repubblicani il processo è piuttosto semplice: ogni partecipante al caucus scrive su un foglio di carta il candidato che preferisce: il voto è segreto. Per i Democratici invece è tutto molto più intricato: finita la discussione i partecipanti dichiarano pubblicamente il loro voto (con quel che ne consegue in termini di possibili pressioni “sociali”) e si dividono quindi per gruppi. C’è una specie di soglia di sbarramento: se ci sono candidati rappresentati da un gruppo troppo piccolo, quel gruppo si scioglie e i suoi partecipanti ne scelgono uno di un altro candidato. A quel punto si conta, in proporzione, il sostegno per ogni candidato. I risultati non esprimono direttamente un sostegno ai candidati bensì ai relativi delegati di seggio, che poi sceglieranno i delegati di contea, che poi sceglieranno i delegati statali, ma ci siamo capiti.

L’intero processo richiede fino a due ore e quindi esclude chi deve lavorare, chi ha altro da fare, chi deve accudire qualcuno a casa, chi è malaticcio, eccetera: per questo motivo gli elettori che partecipano ai caucus sono i più motivati e politicizzati. Capite benissimo da soli, a questo punto, perché scrivo da mesi che i sondaggi vanno presi con moltissima cautela: una cosa è dire “voterò Tizio” durante un’intervista telefonica, un’altra è decidere effettivamente il primo febbraio di prendere la macchina, guidare tra la neve e partecipare a un processo così impegnativo. Per capirci, questo è il principale motivo per cui nessuno ha davvero idea di quanto il consenso di Donald Trump nei sondaggi – basato in buona parte su elettori poco informati e interessati alla politica – si possa trasformare in consenso politico vero.

Come si vince in Iowa
Si vince in tre modi, soprattutto. Non voglio dire che per vincere bisogna metterli in pratica per forza tutti e tre, naturalmente, e ci sono molti altri fattori che pesano: ma questi sono quelli che storicamente contano di più.

Il primo è quella cosa che gli americani chiamano “retail politics”. Andare porta per porta, negozio per negozio; telefonare casa per casa. Assoldare quanti più volontari è possibile, mobilitare associazioni, movimenti e sindacati, organizzare piccoli eventi dappertutto, stringere mani, prendere in braccio i bambini. Ci sono elettori che decidono chi votare sulla base di quali candidati gli hanno telefonato a casa o hanno incontrato al bar. D’altra parte convincere gli elettori a partecipare a un caucus è ben più difficile di convincerli a presentarsi al seggio e votare: servono quindi molti comitati, molti funzionari, molti volontari e molto motivati. È un’ovvietà, ma è meglio ribadirla: le posizioni politiche e le qualità di ogni candidato naturalmente incidono molto nella facilità o difficoltà con cui si può fare tutto questo. Marco Rubio e Bernie Sanders sono popolari e hanno una buona organizzazione nello stato, ma sono stati criticatientrambi per via del poco tempo che hanno passato fin qui con gli elettori.

https://www.youtube.com/watch?v=uqhzWlqN3uc

Barack Obama fa smettere di piangere il tuo bambino.

Il secondo è trovando il sostegno dei gruppi religiosi. Questo vale soprattutto per i Repubblicani – sembra che stiano convergendo su Ted Cruz, anche se le cose possono ancora cambiare – ma è importante anche per i Democratici, perché non tutti i gruppi religiosi sono ultra-conservatori.

Il terzo è trovando il sostegno della più potente e temuta lobby politica, industriale e sindacale del paese: quella dell’etanolo. L’Iowa è il maggior produttore del paese e la questione dei sussidi federali al settore è da tempo al centro di un delicato dibattito. Dal 1980 nessun candidato Repubblicano ha vinto le primarie in Iowa senza essere un grande sostenitore dell’industria dell’etanolo.

La questione dell’etanolo
L’etanolo è l’alcol etilico, in pratica. In Iowa si produce moltissimo mais e facendo fermentare il mais si può ottenere l’alcol etilico (ne esistono di tipi molto diversi, destinati a usi molto diversi, ma la formula chimica non cambia). Il carburante che se ne ricava – il cosiddetto bio-etanolo – è considerato una fonte di energia semi-rinnovabile. Dieci anni fa incentivare la produzione e l’uso di bio-etanolo sembrava una buona idea: il petrolio scarseggiava, gli Stati Uniti erano costretti a comprarlo dal Medio Oriente; l’economia stava perdendo posti di lavoro; le emissioni inquinanti stavano aumentando. È nato così il Renewable Fuel Standard (RFS), un programma governativo che impone la miscela di bio-carburante col carburante derivato dal petrolio, in proporzioni crescenti nel tempo, e fornisce in cambio incentivi, sussidi e sgravi fiscali a chi produce il bio-carburante. Oggi la maggior parte delle stazioni di servizio statunitensi eroga una benzina composta per il 10 per cento da bio-etanolo (la cosiddetta E10).

L’economia dell’Iowa ne ha beneficiato moltissimo, ma a un costo significativo per i contribuenti statunitensi, sempre più discusso. Rispetto a dieci anni fa, poi, altre cose sono cambiate: innanzitutto oggi gli Stati Uniti sono il maggior produttore di petrolio al mondo e sono quasi indipendenti dal punto di vista energetico. Inoltre i benefici del bio-carburante per l’ambiente sono stati decisamente messi in discussione, e non solo per il consumo di suolo e di risorse richiesto dalla sua produzione: Nature nel 2008 ha scritto che “ci sono pochi dubbi sul fatto che l’uso di etanolo contribuisca al riscaldamento globale”.

Sia Hillary Clinton che Bernie Sanders sono favorevoli alla prosecuzione del programma RFS, seppure correggendone certi aspetti. Tra i Repubblicani, Marco Rubio, Jeb Bush, Carly Fiorina e John Kasich hanno una posizione simile: favorevoli ma senza particolare entusiasmo. Donald Trump, Mike Huckabee e Chris Christie sono favorevoli con molto entusiasmo. Ben Carson e Rand Paul sono contrari al programma RFS – lo considerano una violazione dei principi del libero mercato e un’intrusione del governo nelle economie locali – ma il candidato con la posizione più radicalmente contraria è Ted Cruz. Ecco il colpo di scena: Ted Cruz è in testa ai sondaggi ed è oggi il favorito per la vittoria in Iowa tra i Repubblicani.

Cosa dicono i sondaggi
Tra i Repubblicani, Cruz è in testa con il 30 per cento circa, seguito da Trump intorno al 26, Rubio intorno al 12, Bush intorno al 5, poi gli altri. In sostanza è Cruz contro Trump, con il dettaglio che Cruz cresce stabilmente da novembre mentre Trump negli ultimi mesi ha perso qualcosa. Cruz ha anche il sostegno di un pezzo importante di establishment e leader religiosi ma, come abbiamo detto, è osteggiatissimo dalla lobby dell’etanolo che lo sta attaccando duramente. Tre settimane di attacchi ininterrotti dalla lobby più potente dello stato possono fare danni: per questo una vittoria di Cruz in Iowa sarebbe in qualche modo storica.

Cruz sta cercando di difendersi moderando un po’ i toni sulla faccenda dell’etanolo, rintuzzando le critiche dei suoi avversari e cercando di presentarsi come il candidato in grado di dire “le cose scomode”, mentre gli altri sono professionisti di Washington abili a lisciare il pelo degli elettori. E sta tentando di spostare la campagna elettorale su temi nazionali e non locali: per esempio l’immigrazione e la lotta al terrorismo. Può funzionare, anche perché i candidati Repubblicani sono così tanti che gli può bastare ottenere il 30 per cento dei voti per vincere.

Agli attacchi della lobby dell’etanolo si stanno sommando però quelli dei suoi avversari. Donald Trump sta suggerendo che siccome Cruz è nato in Canada, forse non può fare il presidente (ha torto: la Costituzione si limita a dire che bisogna essere un “natural born citizen”, cioè americani dal momento della nascita, e Cruz lo è in quanto figlio di americani). Huckabee e Santorum stanno mettendo in discussione il suo interesse per i temi più cari ai gruppi religiosi, come l’abrogazione dei matrimoni gay. Marco Rubio sta giocando al piccolo parroco diffondendo spot come questo.

In ogni caso, tra i Repubblicani si stanno giocando due partite diverse. Una è quella per gli elettori molto conservatori, e se la stanno giocando Cruz e Trump – con Carson, Santorum e Huckabee nelle retrovie. L’altra è quella per gli elettori più moderati, se la stanno giocando Rubio, Bush, Christie, Kasich e Fiorina. Chi di loro arriverà terzo – dando per scontati i primi due, diciamo – riceverà una bella spinta in vista delle successive elezioni in New Hampshire.

Tra i Democratici è tutto molto meno incerto, apparentemente. Hillary Clinton in Iowa ha quasi 20 punti di vantaggiosu Bernie Sanders e da settembre a oggi soltanto due sondaggi le hanno attribuito un vantaggio inferiore ai 15 punti. Quindi vincerà, salvo sorprese che possono comunque esserci, ma dal punto di vista politico la situazione rimane delicata: con aspettative del genere per Hillary in Iowa non c’è niente da vincere, solo da perdere. Se alla fine battesse Sanders con un distacco di 5 punti, supponiamo, sarebbe una vittoria in termini di delegati ma un segno di fragilità in termini politici. E Sanders è messo molto meglio in New Hampshire, dove si vota pochi giorni dopo. Hillary Clinton non può sedersi, insomma, e Bernie Sanders parte tutt’altro che sconfitto.

Il prossimo dibattito televisivo tra i candidati Repubblicani sarà il 14 gennaio, quello dei Democratici invece il 17 gennaio.

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