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–325 giorni alle elezioni statunitensi

–325 giorni alle elezioni statunitensi
–44 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Bernie Sanders è nei guai. Senatore del Vermont, principale sorpresa delle primarie dei Democratici e unico vero sfidante di Hillary Clinton, le cose questa settimana gli stavano andando bene: prima aveva annunciato di aver ricevuto fin qui donazioni economiche da due milioni di persone diverse – un gran risultato, specie a questo punto della campagna – e poi aveva ottenuto il sostegno di un importante sindacato di lavoratori e di un’influente organizzazione di attivisti politici di sinistra. Poi è avvenuto il patatrac. Facciamo un passo indietro.

Il Partito Democratico ha un grosso database sugli elettori statunitensi. Contiene una montagna di dati raccolti legalmente negli anni – indirizzi email, numeri di telefono, risposte a sondaggi e questionari, propensione a donare dei soldi o a partecipare a iniziative, eccetera – e lo mette a disposizione dei candidati alle primarie attraverso un software che si chiama Voter Data. Gli staff dei candidati utilizzano una sezione personalizzata del software, protetta da password: semplificando molto, possono creare e amministrare delle loro liste – sostenitori sicuri, elettori indecisi, elettori che hanno a cuore l’economia, che hanno a cuore il terrorismo, che hanno donato dei soldi, che sono neri, che sono disoccupati, che sono stati già contattati – e possono usare questi strumenti per personalizzare e modulare la loro comunicazione. Si tratta di uno strumento di campagna elettorale preziosissimo, più volte indicato come determinante per chi ha lavorato alle campagne vincenti di Obama nel 2008 e nel 2012.

Tra giovedì e venerdì, a causa di un bug del software, lo staff di Sanders ha avuto accesso alla sezione di Clinton, alle sue liste e alle sue informazioni personalizzate. Almeno un membro dello staff di Sanders – ma diversi giornali dicono che sono stati ben quattro – ne ha approfittato, facendo più di 25 ricerche mirate nei dati di Clinton e salvando liste e documenti sul suo computer. Il Partito Democratico se n’è accorto, ha fatto correggere il bug e ha aperto un’inchiesta: nel frattempo, però, ha punito Sanders privandolo del tutto dell’accesso a Voter Data e ha chiesto al suo staff di dimostrare di aver cancellato definitivamente tutti i dati sottratti alla campagna elettorale di Hillary Clinton. Non poter più accedere a quel database di elettori a poco più di un mese dall’inizio delle primarie – lo stesso su cui lo staff lavora da mesi – è un problema gigantesco: la stessa campagna elettorale di Sanders ha scritto che si tratta di un danno “incalcolabile”.

Sanders non ha accettato pacificamente questa decisione. Nel corso di una conferenza stampa ha spiegato di aver licenziato il dipendente accusato di aver sottratto i dati e il responsabile nazionale dei dati, ha detto che la colpa del guaio è di chi ha diffuso un software difettoso e ha accusato il Partito Democratico di voler approfittare di questa situazione per favorire Hillary Clinton. Quest’accusa circola da qualche tempo, nel giro di Sanders, e non è completamente infondata: per esempio il partito ha organizzato meno dibattiti televisivi rispetto a quanti ne faranno i Repubblicani e quelli che si terranno avranno luogo quasi sempre di sabato sera (il prossimo proprio stanotte), quando gli spettatori americani davanti alla tv non sono moltissimi. Quindi Sanders ha fatto causa al Partito Democratico intimandogli di ripristinare immediatamente l’accesso al software. Qualche ora dopo il Partito Democratico ha fatto marcia indietro e lo ha ripristinato.

Lo staff di Sanders ha evitato quindi che questa vicenda compromettesse le sue capacità logistiche di fare campagna elettorale a poche settimane dall’inizio delle primarie, e sul momento potrebbe persino galvanizzare i suoi elettori e convincerli a fare e donare di più, ma la storia non finisce qui: né dal punto di vista giudiziario (possono esserci indagini per capire se sono stati commessi dei reati o no) né soprattutto dal punto di vista politico. Gli elettori più motivati di Sanders oggi hanno una ragione in più per guardare con fastidio al Partito Democratico e a Hillary Clinton, che sarà quasi certamente la candidata del partito; lo staff di Hillary Clinton però ha guadagnato un enorme argomento da usare contro un candidato che da mesi punta molto anche sulla sua “superiorità morale”; sul suo promuovere uno stile politico molto lontano da quello “senza scrupoli”, alla Frank Underwood, dell’establishment; sul suo non essere – al contrario di Clinton – un generatore continuo di scandali e problemi “etici”. Invece a un certo punto ha trovato aperta la porta di casa del suo avversario e ha deciso di entrare e rubargli pure qualcosa.

Il dibattito dei Repubblicani, invece
Questa settimana c’è stato un confronto televisivo tra i Repubblicani, a Las Vegas. Trovate un resoconto più ampio sulPost, ma in breve: hanno discusso molto i senatori Ted Cruz e Marco Rubio, i due candidati in ascesa che saranno secondo molti i veri contendenti della nomination, mentre Donald Trump è rimasto abbastanza ai margini della conversazione. Cruz e Rubio hanno litigato soprattutto sull’immigrazione. Cito dal resoconto di mercoledì:

Cruz ha criticato Rubio per il suo ruolo nella promozione di una riforma dell’immigrazione nella scorsa legislatura: la riforma, concordata con un pezzo del Partito Democratico, prevedeva tra le altre cose una forma di sanatoria per regolarizzare la posizione degli 11 milioni di persone che si trovano irregolarmente negli Stati Uniti, in molti casi da anni e con figli di nazionalità statunitense. La posizione moderata di Rubio – che comunque lui nel tempo ha parzialmente ritrattato – è considerata la più sensata dagli analisti e anche quella che può aiutarlo di più con gli elettori latinoamericani in vista delle elezioni di novembre, ma può complicare la sua candidatura alle primarie: gli elettori Repubblicani più motivati sono molto contrari all’immigrazione in ogni sua forma, e questo è uno dei motivi per cui Trump sta andando fin qui così bene.

Rubio si è difeso ricordando che anche Cruz in passato si era detto possibilista rispetto all’eventualità di approvare una sanatoria per gli immigrati irregolari.

Non è ancora davvero chiaro chi abbia avuto la meglio in questo scambio. Nei giorni successivi al dibattito, a freddo, diversi analisti hanno giudicato Rubio perdente: la sua posizione moderata sull’immigrazione era già il suo punto debole in queste primarie, e dopo gli attentati di Parigi e San Bernardino la questione degli immigrati è diventata sinonimo di sicurezza nazionale e lotta al terrorismo, esponendolo ancora di più agli attacchi dei candidati che hanno posizioni estremiste.

Poi però è diventato chiaro che era stato Rubio ad avere la meglio, grazie a uno sforzo strategico pianificato da mesi.Scrive Politico:

I tre principali dirigenti della campagna elettorale di Rubio erano chiusi in una stanza mentre Ted Cruz cadeva nella loro trappola. Rubio stava litigando con Cruz in tv già da due ore. Ma quando Rubio si è difeso dalle accuse sull’immigrazione dicendo che anche il suo avversario una volta si era detto aperto a una sanatoria degli immigrati irregolari, sapevano che Cruz non avrebbe resistito.

“Non ho mai sostenuto nessuna sanatoria e non intendo farlo”, ha detto Cruz.

In quel momento il campaign manager di Rubio, Terry Sullivan, il consulente Todd Harris e il capo della comunicazione, Alex Conant, si erano resi conto di avercela fatta: era esattamente lo scambio che avevano pianificato. Non solo Cruz aveva appena contraddetto la sua posizione del 2013, ma lo aveva fatto usando parole così chiare da permettere allo staff di Rubio di rivoltargli contro la stessa retorica anti-establishment che Cruz stava utilizzando da mesi contro il loro candidato.

Joe Punder, responsabile della ricerca sui candidati avversari per la campagna di Rubio, era a Washington e aveva tra le mani una montagna di citazioni e video delle dichiarazioni del 2013 di Ted Cruz sull’immigrazione. Non c’era nemmeno da discuterne: era il momento.

Immediatamente lo staff di Rubio ha messo in campo un’operazione progettata da mesi. Le caselle email di attivisti e finanziatori sono state raggiunte da un messaggio che ricapitolava lo scambio tra Rubio e Cruz sull’immigrazione, mentre i giornalisti ricevevano ritagli di stampa e documenti che dimostravano come Cruz aveva in effetti cambiato idea sulla sanatoria.

Il mattino dopo Rubio in tv ha di nuovo accusato Cruz di essere ambiguo sul tema. Cruz ha risposto dopo molte ore, facendo fatica a giustificare la sua posizione del 2013, che si era persino tradotta in un emendamento alla riforma che apriva la strada a una sanatoria. Pressato dalla stampa, Cruz ha sostenuto di aver promosso quell’emendamento per “vedere il bluff” dei moderati: per far saltare la riforma e non per farla approvare. Insomma Cruz si è trovato costretto ad ammettere di aver fatto – nel migliore dei casi – una di quelle mosse da consumato professionista della politica e da teatrino di Washington che non fa altro che criticare nei candidati dell’establishment.

Nel giro di 24 ore, le posizioni di forza si sono ribaltate. Lo staff di Rubio è riuscito a mettere Cruz sulla difensiva sul tema che più di ogni altro ci si aspettava fosse invece il suo cavallo di battaglia.Fico, no? Nel breve termine questa cosa non dovrebbe pesare molto: Cruz è sempre lanciatissimo in Iowa e sta facendo un gran lavoro negli stati del sud, molti dei quali andranno a votare nel cosiddetto Super-Tuesday. Se però Rubio riuscirà a stargli appiccicato – per esempio andando bene in New Hampshire – questa storia si trascinerà per molto tempo, rischia di privare Cruz del suo principale argomento contro Rubio e di screditarlo con un pezzo del suo elettorato.

Fico, no? Nel breve termine questa cosa non dovrebbe pesare molto: Cruz è sempre lanciatissimo in Iowa e sta facendo un gran lavoro negli stati del sud, molti dei quali andranno a votare nel cosiddetto Super-Tuesday. Se però Rubio riuscirà a stargli appiccicato – per esempio andando bene in New Hampshire – questa storia si trascinerà per molto tempo, rischiando di privare Cruz del suo principale argomento contro Rubio e di screditarlo con un pezzo del suo elettorato.

Ah, Jeb Bush ha dato qualche segno di risveglio nel dibattito. Ancora troppo poco e soprattutto probabilmente troppo tardi, ma ha attaccato Trump con efficacia e ha mostrato quel carattere che fin qui non si era mai visto. I soldi spesi in consulenti e debate coach stanno dando qualche frutto. Anche Chris Christie se l’è cavata bene.

Bonus
Durante il dibattito Donald Trump non ha detto nemmeno una cosa vera al cento per cento. Questa cosa è difficilissima anche se uno vuole farla apposta.

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Cose da leggere
The drug-smuggling case that brought anguish to Marco Rubio’s family, di Manuel Roig-Franzia e Scott Higham sul Washington Post
Ted Cruz: The Anti-Reagan, di Max Boot su Commentary
John Kasich vs. ‘Obscurity’, di Joseph Rago sul Wall Street Journal
This is what happens if Republicans face a brokered convention, di Philip Bump sul Washington Post

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