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–332 giorni alle elezioni statunitensi

–332 giorni alle elezioni statunitensi
–51 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Ci sono un sacco di cose da dire questa settimana, quindi mettetevi comodi.
Alla fine c’è pure una lista di regali natalizi possibili per appassionati di politica americana.

Prima gli attentati di Parigi, poi la sparatoria di San Bernardino in California, che oggi possiamo definire con certezza un attentato terroristico opera di due estremisti islamici: nel giro di un mese il tono della campagna elettorale americana ha avuto una svolta di 180 gradi.

Dopo cinque mesi a parlare quasi esclusivamente di reddito minimo, tasse e classe media, cominciano a circolare sondaggi secondo cui la priorità numero uno per gli elettori statunitensi è la sicurezza e la lotta al terrorismo. È uno scossone che può cambiare moltissime cose che fin qui abbiamo dato per scontate, dovesse confermarsi nel tempo: e non è detto, naturalmente, perché così come la situazione è cambiata repentinamente nell’ultimo mese, può cambiare di nuovo. Ma tenetelo presente, ecco.

Donald Trump ha approfittato del nuovo clima per rivitalizzare la sua campagna elettorale, che stava mostrando qualche scricchiolio, e ha fatto la sua proposta più estrema e scioccante fin qui: vietare a tutti i musulmani di entrare negli Stati Uniti. Anche ai musulmani americani momentaneamente all’estero. È una cosa così fuori dalla realtà che si fa fatica a commentarla nel merito: ha provocato una reazione durissima non solo della Casa Bianca – prima volta che accade, in campagna elettorale – ma anche di quasi tutti i candidati Repubblicani e persino di gente come Dick Cheney (!); e ha fatto tornare a dire “eh no, questa è troppo grossa”.

Io non credo più che questo punto di vista funzioni. Da mesi di tanto in tanto pensiamo (me compreso) che Trump a un certo punto l’abbia detta troppo grossa: quando ha insultato John McCain per la sua prigionia in Vietnam, quando ha detto che tutti i messicani sono ladri e stupratori, quando ha irriso un giornalista disabile, eccetera. Eppure non si è mai improvvisamente sgonfiato, e non credo che accadrà. Vuol dire che Trump vincerà le primarie? Continuo a pensare di no. Ma la sua sconfitta non avverrà improvvisamente, dall’oggi al domani, per via di una frase più incendiaria delle altre: non sarà come vedere un palloncino scoppiare. Sarà un processo più lungo, che andrà di pari passo con l’emersione di candidati più credibili di lui, e potrebbe richiedere ancora settimane se non mesi: e continuo a pensare che quel processo sia già iniziato.

Sì, circola qualche sondaggio nazionale che mostra il suo gradimento crescere dopo l’ultima proposta. Ma i sondaggi nazionali valgono pochissimo (le primarie si tengono stato per stato) e fatti a questo punto della campagna storicamente valgono ancora meno. E poi tenete conto di una cosa: persino nel suo momento migliore, Trump non ha mai avuto nei sondaggi più del 35 per cento delle preferenze nazionali. Più o meno come Sanders tra i Democratici nel suo momento migliore, mentre resta con almeno 20 punti di svantaggio su Clinton. La stragrande maggioranza degli elettori Repubblicani non preferisce Trump. La frammentazione dei candidati Repubblicani lo ha avvantaggiato, ma non durerà in eterno.

Guardare i sondaggi dei singoli stati fornisce un quadro diverso. In Iowa Trump ha guadagnato ancora qualche punto, ma principalmente a spese di Carson; e Cruz intanto lo ha praticamente rimontato. In New Hampshire sta succedendo lo stesso e al secondo posto adesso c’è Rubio, che continua a crescere. Insomma, i due candidati indicati da tempo come gli sfidanti più credibili – Rubio e Cruz – continuano a crescere e guadagnare consensi. Quindi ci dimenticheremo di Trump, prima o poi? Niente affatto. Innanzitutto, ammesso che accada quello che nel mio piccolissimo penso che accada, la sua candidatura potrebbe sciogliersi a primarie abbondantemente iniziate. Inoltre non si può davvero escludere una sua improbabile ma possibile decisione di candidarsi comunque alle presidenziali, da indipendente, dovesse perdere le primarie. Ma soprattutto, bisogna tenere conto che il suo attuale consenso è un consenso vero. Questa rabbia e questa paura del diverso tra gli elettori Repubblicani, dicono i sondaggi, esistono: soprattutto tra i cittadini meno istruiti e politicizzati. Dovranno farci i conti tutti. Infine, la retorica estremista di Trump sta già dividendo il paese, e non è detto che tutto il danno sia recuperabile: analisti, sondaggisti e strateghi Repubblicani pensano che le posizioni di Trump nel medio periodo possano compromettere l’immagine del partito al punto da mettere in pericolo non solo l’esito delle presidenziali ma anche la loro stessa maggioranza al Congresso.

«Sapete cosa bisogna fare per “Rendere l’America Di Nuovo Grande”, lo slogan di Trump? Bisogna dire a Donald Trump di andare all’inferno»
Lindsey Graham, senatore Repubblicano, candidato alle primarie.
Nei sondaggi è dato allo 0,3 per cento.

Rubio contro Cruz, dicevamo
Sono giovani, sono figli di immigrati cubani, sono popolari, stanno crescendo nei sondaggi, sono ben organizzati e finanziati: sono entrambi molto di destra ma con un profilo più rassicurante di Donald Trump; il primo piace di più all’establishment mentre il secondo è più apprezzato dalla base. E siccome sanno di essere i due candidati che probabilmente si giocheranno davvero la nomination, stanno cominciando a prendersi le misure.

Cruz attacca da tempo Rubio sull’immigrazione. Nella scorsa legislatura Rubio ha promosso una riforma scritta insieme ai Democratici che avrebbe comportato, tra le altre cose, una sanatoria sugli immigrati irregolari presenti negli Stati Uniti. Rubio sta rispondendo ricordando che anche Cruz in passato si è detto favorevole a una qualche forma di amnistia e soprattutto criticando certe sue posizioni in materia di sicurezza nazionale. Da senatore, infatti, Cruz ha votato per diminuire alcuni dei poteri più controversi della National Security Agency, soprattutto riguardo lo spionaggio e l’archiviazione dei metadata: una battaglia che negli Stati Uniti è popolare non solo a sinistra ma anche tra i gruppi più conservatori e anti-Stato. La nuova sensibilità degli elettori sul terrorismo potrebbe rendere queste critiche più efficaci di quanto siano state in passato.

Bonus
Politico ha pubblicato un articolo originale e interessante sulla fissazione di Marco Rubio per l’acqua. Durante i suoi discorsi, Rubio beve moltissimo: lo fece in modo molto goffo anche la volta che ne pronunciò uno a reti unificate. E se non trova una bottiglietta d’acqua sul podio, va un po’ nel pallone. È una storia curiosa, i suoi collaboratori dicono che ormai è una specie di tic nervoso; ma dall’altra parte fanno notare che è difficile trovare un candidato che abbia un vizio più innocuo di questo.

Comunque, grazie a questo articolo ho scoperto un vecchio discorso di Rubio che non avevo mai visto: è quello con cui nel 2008 lasciò l’incarico di speaker della Camera statale in Florida. È un breve ma formidabile discorso sull’eccezionalismo americano, tenuto a braccio a 37 anni. Il finale non ha molto senso, e si interrompe per bere ben tre volte in sette minuti, per giunta da un bicchiere pieno di ghiaccio che fa i rumorini. Ma la stoffa si vedeva già, eccome. Ve lo consiglio. A un certo punto cita Kennedy.

Trump, Rubio, Cruz… non manca qualcuno?
Manca Jeb Bush. Lo avevamo lasciato un mese fa col suo tentativo di rilanciare una campagna elettorale praticamente naufragata, dopo un paio di disastrosi dibattiti televisivi e i dati altrettanto disastrosi dei sondaggi. Cosa è successo questo mese? I sondaggi sono rimasti lì: in Iowa naviga intorno al 6 per cento, in New Hampshire tra il 5 e il 7, sul piano nazionale alcune rilevazioni lo danno addirittura al 3. Per il resto, però, Jeb Bush sembra molto migliorato come candidato. Lo ha raccontato il Washington Post, tra gli altri:

Non si vede nei sondaggi, ma Bush è diventato un candidato migliore. Mantiene una massacrante agenda di incontri con gli elettori, che cominciano già all’alba nei bar e nei locali dove si fa colazione, e prosegue poi con infinite interviste con giornalisti e tv locali, discorsi pubblici ed eventi serali che vanno avanti a volte fino a notte inoltrata. E continua ad avere più soldi di tutti gli altri candidati: si sposta su un SUV con una guardia del corpo, un assistente personale, un addetto stampa e un video-fotografo. Sembra più a suo agio con se stesso e con quello che sta facendo.

La campagna di Bush ha anche diffuso uno spot contro Trump molto buono, che cerca di torcere contro di lui il clima di paura del terrorismo di cui si sta avvantaggiando. Vuol dire che Bush può ancora farcela? Possibile è possibile, ma continuo a pensare sia molto difficile (lo penso da marzo, in realtà, quando era in testa ai sondaggi). Non credo sia un candidato adatto a questo ciclo elettorale e credo sia un po’ tardi per recuperare lo svantaggio. Da giornalista un po’ desidero che accada, però, confesso: sarebbe una storia formidabile.

Fra tre giorni c’è un dibattito televisivo dei Repubblicani
Il 15 dicembre a Las Vegas i candidati Repubblicani discuteranno di nuovo in tv, il confronto è organizzato da CNN. Il network ha stabilito che parteciperanno i candidati con i dati migliori nei sondaggi effettuati in Iowa e in New Hampshire, i primi due stati in cui si vota, e questo potrebbe far fuori Rand Paul dal palco principale e riportarci Chris Christie. La lista sarà decisa domenica.

Proprio la settimana scorsa avevo scritto che valeva la pena tenere d’occhio Christie, che è molto indietro nei sondaggi ma ha talento ed è avvantaggiato dalla maggiore attenzione degli elettori per i temi legati al terrorismo e alla sicurezza nazionale (Christie è un ex procuratore con fama da duro). In New Hampshire ha avuto il sostegno ufficiale del principale quotidiano locale e la sua risalita si è fatta improvvisamente più evidente e rapida. Vedete quella linea viola? Oggi è terzo dietro Trump e Rubio.

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E tra i Democratici?
Su quel fronte si muovono meno cose: Clinton è sempre in vantaggio su Sanders e non ci sono particolari sorprese. Ma il fatto che il centro della campagna elettorale si sia spostato dall’economia al terrorismo è un problema per entrambi.

Clinton ha più esperienza di qualsiasi altro candidato sul tema: ha già passato otto anni alla Casa Bianca, era senatrice di New York l’11 settembre del 2001, ha fatto per quattro anni il segretario di Stato. Ma sa bene che se la campagna elettorale dovesse giocarsi sul tema della paura, questo finirebbe inevitabilmente per avvantaggiare i Repubblicani. Martedì sera Clinton terrà in Minnesota un discorso programmatico sulla sicurezza nazionale, per tentare di coprirsi su quel fronte.

Il candidato più minacciato però da questa svolta è sicuramente Bernie Sanders, che come scrive il Washington Post è praticamente mono-dimensionale. Tutta la sua campagna elettorale – e il sostegno rilevante e sorprendente che ha ottenuto fin qui – si basa sulle diseguaglianze economiche e la difesa della classe media. Persino durante il dibattito televisivo che si tenne poche ore dopo gli attacchi di Parigi, Sanders dedicò agli attentati un paio di frasi per tornare a parlare subito di economia, Wall Street, tasse e giustizia sociale.

Tre cose più piccole

1. John McCain, senatore dell’Arizona e già candidato alla presidenza con i Repubblicani, ha avuto parole rispettose e simpatiche per il suo collega Bernie Sanders.

«Sono ovviamente in forte disaccordo con le sue idee sul ruolo del governo, ma lo rispetto molto: è una persona onesta, è uno con cui si può lavorare e si può trattare. Lo dico a tutti quelli che me lo chiedono: Bernie Sanders è una persona perbene e che mantiene la parola data. Quando si trova un accordo con lui, quell’accordo rimane. E ora ha cominciato a pettinarsi, che è davvero una cosa significativa»

2. Ospite dello show televisivo di Seth Meyers, Hillary Clinton ha raccontato – tra le altre cose – di come andò la volta che suo marito Bill fu mandato dall’amministrazione Obama in Corea del Nord per riportare a casa due giornaliste statunitensi arrestate dal regime. A me ha fatto morire dal ridere.

3. Girando di link in link mi sono imbattuto in questo video di Ben Sasse, senatore Repubblicano del Nebraska, 43 anni, ex rettore universitario. Parla di terrorismo ed è girato a San Bernardino dopo gli attentati. Di lui si parla da tempocome di un tipo interessante; dopo aver visto questo video, credo che si debba davvero tenerlo d’occhio.

Cosa regalo per Natale al mio amico appassionato di politica americana?
Un gran librone con i migliori manifesti elettorali americani (ma questa dritta forse l’avete già letta qui)
– La strepitosa biografia di Lyndon Johnson scritta da Robert Caro, il primo volume o tutti quanti
Il Lego della Casa Bianca (io ce l’ho in bella mostra a casa)
Il cofanetto di The West Wing, imprescindibile
Una bandiera americana, che fa sempre la sua figura
– La biografia di Hillary Clinton o quella di Marco Rubio
Una tazza di Joe Biden

Cose da leggere
How I’d Rein In Wall Street, di Hillary Clinton sul New York Times
Trump Is the Democrats’ Dream Nominee, di Karl Rove (quel Karl Rove) sul Wall Street Journal
– What I Learned Watching 15 Hours of Cruz Family Videos, di Michael Kruse su Politico

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