Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

–339 giorni alle elezioni statunitensi

–339 giorni alle elezioni statunitensi
–58 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Mercoledì a San Bernardino, in California, un uomo e una donna hanno ucciso 14 persone in un centro per disabili. La settimana prima a Colorado Springs, in Colorado, un uomo ha ucciso tre persone in una clinica privata. Sono due storie molto diverse – la prima somiglia sempre di più a un attentato terroristico organizzato da due estremisti islamici, la seconda all’attacco di un uomo con gravi problemi mentali – ma insieme hanno contribuito a riportare la faccenda delle armi nel dibattito politico. Avevo scritto qualche mese fa che non credo che si possa arrivare da nessuna parte, almeno nel breve termine.

I sondaggi mostrano che l’opinione pubblica statunitense sarebbe anche d’accordo a introdurre qualche piccola (e sottolineo piccola) concreta restrizione all’acquisto di armi, ma i parlamentari del Congresso non lo sono. Obama non ci è riuscito nel 2012, quando il Senato era a maggioranza Democratica ed erano appena stati uccisi 20 bambini in una scuola, e non ci riuscirà ora che lo controllano i Repubblicani.

Le posizioni dei candidati alle primarie rafforzano questa tesi: lo spazio per un compromesso non esiste. Dando una rapida occhiata ai programmi che i candidati hanno pubblicato online, notiamo che tutti i Repubblicani – persino John Kasich, il più moderato – si oppongono a qualsiasi anche tiepidissima restrizione dei controlli su chi compra armi, e si vantano anzi di quelle che hanno fermato. Alcuni – come Trump e Rubio – si spingono al massimo nel suggerire maggiori investimenti sulla cura delle malattie mentali, dicendo che quello è il vero problema; altri – come Bush e Cruz– enfatizzano il loro impegno nel ridurre i controlli e rendere ancora più facile comprare un’arma negli Stati Uniti.

Sull’altro fronte, invece, Clinton insiste molto sulla necessità di fare qualcosa, mentre Sanders ha qualche imbarazzo in più, e abbiamo detto in passato di come questo sia uno dei pochi temi su cui è vulnerabile da sinistra perché in passato ha avuto posizioni piuttosto caute – se non apertamente contrarie – sull’introduzione di nuovi controlli. Oggi Sanders ha ricalibrato il suo programma in funzione delle idee dei suoi elettori, ma sul suo sito una sezione dedicata alle armiancora non c’è. Il massimo che ci si può aspettare nei prossimi mesi è che il controllo delle armi diventi un tema di discussione tra i candidati che si contenderanno la Casa Bianca, soprattutto tra agosto e novembre del prossimo anno. Perché si arrivi a qualcosa di concreto bisognerà però aspettare molto, come minimo.

5 cose che si stanno muovendo tra i Repubblicani
(più una, per tenere i piedi per terra)

1. Si comincia a discutere con più frequenza del ruolo dei finanziatori anonimi in questa campagna elettorale. Il tema riguarda tutti ma soprattutto Bush e Rubio. Una storica e controversa sentenza della Corte Suprema (la cosiddetta “Citizens United”) permette dal 2010 la formazione di comitati politici (i cosiddetti SuperPAC) che possono raccogliere fondi senza i limiti a cui sono soggetti i candidati, purché agiscano in modo formalmente indipendente e senza coordinarsi con i candidati stessi. Ovviamente provare la presenza di un “coordinamento” è difficile, dal momento che questi comitati sono spesso guidati da alleati e collaboratori dei candidati, ed esistono mille forme di comunicazione “indiretta” – le pagine dei giornali, per fare l’esempio più banale – che i comitati indipendenti e i comitati ufficiali possono usare per parlarsi.

Un esempio: come fa il SuperPAC di Ted Cruz a produrre spot che contengano immagini di Cruz, interviste ai suoi amici e parenti, senza coordinarsi con Cruz stesso? Beh, forse c’entrano qualcosa questi strani video caricati pochi mesi fa su un vecchio account di Cruz: ben sedici ore di immagini, goffe interviste alla sua famiglia, abbracci ripetuti a comando, tutto molto raw e non montato. Il SuperPAC di Cruz potrà usare quelle immagini nei suoi spot dicendo di averle trovate su internet, quindi senza coordinarsi direttamente con la campagna elettorale di Cruz.

La stessa sentenza permette anche a una certa tipologia di associazioni non profit di raccogliere fondi e spenderli in spot che non siano direttamente collegati alle elezioni presidenziali. Ovviamente anche qui c’è un’ampia zona grigia: guardate questo spot realizzato a favore di Marco Rubio da uno di questi gruppi, il “Conservative Solutions Project”.

https://youtu.be/gm_xOtDmzc0

Lo spot non invita mai a votare Marco Rubio e nemmeno menziona che c’è una campagna elettorale in corso, ma il suo obiettivo è abbastanza chiaro, no? Spot simili possono essere anche fatti per criticare altri candidati. Il problema è che tracciare la provenienza dei fondi raccolti da questi gruppi è impossibile – di fatto potrebbero accettare soldi anche dall’estero, nonostante sia vietato dalla legge. Non c’è modo di saperlo.

2. Ben Carson continua a precipitare nei sondaggi. Questa settimana, inoltre, ha partecipato a un importante convegno sulla politica estera – argomento di cui non sa praticamente niente – e per evitare gaffe ha deciso di leggere il suo discorso, invece che pronunciarlo a braccio o con un gobbo. Non è servito a evitare guai, visto che più di una volta ha sbagliato a pronunciare la parola “Hamas” dicendo invece “hummus”.

3. Sul piano nazionale, il crollo di Carson ha permesso a Trump di interrompere una piccola discesa nei sondaggi e anzi recuperare e invertire la tendenza: in questo momento ha la percentuale massima mai raggiunta in questi mesi di campagna elettorale. I segnali di movimento che si sono visti nelle ultime settimane però non sono stati smentiti: Rubio e Cruz continuano a crescere; Cruz in particolare va sempre più forte, soprattutto in Iowa.

4. Il New Hampshire è il secondo stato in cui si vota alle primarie e storicamente, rispetto all’Iowa, tende a premiare i candidati un po’ più centristi e moderati. Lo Union Leader, il principale quotidiano locale, ha deciso di sostenere Chris Christie. L’endorsement di per sé non gli porterà molti voti ma attirerà per un po’ l’attenzione della stampa locale e degli elettori. Nei sondaggi statali è ancora molto indietro ma in risalita, e l’arrivo del terrorismo e della sicurezza tra i temi di discussione lo favorisce, grazie al suo passato da procuratore generale in New Jersey.

Christie è un candidato talentuoso che ha mancato il momento giusto per candidarsi – il 2012 – e dopo si è messo nei guai da solo con l’assurda storia del ponte. Ma ha buone qualità e idee che piacciono agli elettori Repubblicani: se riuscirà a recuperare credibilità e se andrà bene in New Hampshire potrà avere un qualche ruolo nella competizione.

5. Jeb Bush ha alluso esplicitamente al fatto che se dovesse vincere le primarie sceglierebbe una donna come vicepresidente. È un tentativo di far scrivere ai giornali qualcosa sulla sua campagna elettorale che non sia catastrofico. Il reboot della sua candidatura è ancora in corso, dopo i sondaggi inclementi e i fallimenti ai dibattiti televisivi, e presto sarà arricchito dalla diffusione televisiva di un mini-documentario lungo 15 minuti sulla sua storia, per “ri-presentarlo” all’opinione pubblica statunitense. È una strategia simile a quella utilizzata da Hillary Clinton dopo alcune brutte settimane estive. Il risultato per lei è stato positivo – il suo gradimento tra gli elettori Democratici continua a crescere – ma Bush compete in una campagna ben più ricca di candidati alternativi, e sembra avere molto meno talento di Clinton.

Occhio però
Per mettere un po’ le cose in prospettiva, vi ricordo che:

– nel 2004 a questo punto della campagna elettorale Howard Dean e Wesley Clark erano in testa ai sondaggi sulle primarie dei Democratici, che poi furono vinte da John Kerry;

– nel 2008 a questo punto della campagna elettorale Hillary Clinton era in testa ai sondaggi sulle primarie dei Democratici, che poi furono vinte da Barack Obama; Rudolph Giuliani invece era in testa ai sondaggi tra i Repubblicani, ma poi vinse John McCain;

– nel 2012 a questo punto della campagna elettorale Newt Gingrich era in testa ai sondaggi sulle primarie dei Repubblicani, che poi furono vinte da Mitt Romney.

Ok? I sondaggi li guardiamo, li studiamo e cerchiamo di capire cosa dicono, perché qualcosa dicono e perché orientano le scelte dei candidati, dei loro sostenitori e della stampa. Ma le cose possono ancora cambiare molto.

Cose da leggere
The GOP at breaking point, di Juan Williams su The Hill
Why the 2016 Election Will Be One of the Most Pivotal Moments of Our Time, di Sean Wilentz su Rolling Stone
Donald Trump and Ted Cruz: second coming of Barry Goldwater?, di Linda Feldmann sul Christian Science Monitor

Hai una domanda?
Scrivimi a [email protected] oppure rispondi a questa email, che poi è la stessa cosa.

Spread the word
Se quello che hai letto ti è piaciuto, consiglia a un amico di iscriversi alla newsletter oppure inoltragliela.