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–353 giorni alle elezioni statunitensi

–353 giorni alle elezioni statunitensi
–72 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Una delle più famose espressioni gergali della politica americana è “october surprise”. Dato che negli Stati Uniti si vota per le presidenziali sempre il primo martedì di novembre, l'”october surprise” è un fatto molto grosso e inaspettato che accade il mese prima delle elezioni e ne condiziona il corso e il risultato, spiazzando i candidati e scuotendo le opinioni degli elettori. Un esempio recente: l’uragano Sandy nel 2012. Gli attentati di Parigi, Saint-Denis e Bamako possono avere un simile impatto? Probabilmente no. Siamo ancora troppo lontani dalle elezioni del prossimo 8 novembre 2016. Inoltre, il peso della politica estera e della lotta al terrorismo viene sempre sopravvalutato dagli osservatori esterni della politica statunitense: persino nel 2004 contò fino a un certo punto nella rielezione di George W. Bush, ed è noto il motto che guidò Bill Clinton alla vittoria nel 1992 contro George H. W. Bush, allora molto popolare per la guerra del Golfo – It’s the economy, stupid.

Siamo però molto vicini all’inizio delle primarie. Gli attentati e il dibattito che ne è seguito possono condizionare moltoquella campagna elettorale, almeno nel breve periodo. Inoltre, nessuno può essere certo che attentati del genere non avvengano ancora da qui a un anno – anzi, possiamo dare tristemente per scontato il contrario. Quindi è interessante ragionarci un po’, e capire cosa hanno cambiato i fatti degli ultimi giorni.

Chi volete che risponda al telefono della Casa Bianca alle tre del mattino?
In circostanze del genere gli elettori possono avere molte reazioni diverse. La prima è affidarsi ai candidati che considerano più solidi e preparati, quelli con più esperienza e che li fanno sentire più protetti. La seconda è affidarsi ai candidati più estremisti, quelli che le dicono più grosse degli altri e quindi soddisfano sfoghi e frustrazioni di chi è più spaventato e arrabbiato. La terza è affidarsi ai loro attuali leader, se li riconoscono come simboli della nazione e del suo spirito – quello che successe a George W. Bush dopo l’11 settembre 2001, quello che non sembra stia succedendo a François Hollande dopo il 13 novembre 2015. Una quarta reazione possibile è rigettare quegli stessi leader, considerandoli responsabili della situazione corrente, e affidarsi alle alternative politiche qualunque queste siano. Cambiare e basta. È ancora presto per capire che tipo di direzione prevalente prenderà l’elettorato statunitense nelle prossime settimane. Ma possiamo già vedere quali tra questi sentimenti i singoli candidati stanno cercando di sollecitare.

Un primo esempio ci è stato dato dal dibattito di sabato scorso tra i candidati Democratici, che si è tenuto proprio poche ore dopo gli attentati di Parigi. Hillary Clinton – che è stata segretario di stato della prima amministrazione Obama, quindi tutt’altro che un’osservatrice esterna sui fatti del mondo di questi anni – mi è sembrata un po’ in difficoltà: le sue risposte sulla politica estera e la lotta al terrorismo erano razionali ma vaghe, a volte persino contraddittorie. Il punto è che la politica estera è complicata, gli interessi confliggenti sono decine, la ragione e il torto sono molto distribuite: parlarne seriamente implica rinunciare agli slogan e dare risposte contorte e prive di soluzioni semplici. Ma un dibattito televisivo non è un convegno in cui professori universitari ed esperti confrontano le loro tesi: è una performance, i candidati devono mostrarsi abili e sicuri di sé, e dare in pochi secondi risposte convincenti su ogni tema possibile, mentre gli avversari possono colpirli con critiche molto dirette e poco argomentate. Guardando il dibattito dei Democratici e ascoltando certe risposte di Hillary Clinton, ho pensato più volte: su questo i Repubblicani la massacreranno. David Axelrod, il venerato stratega elettorale di Obama, l’ha messa così: «Hillary Clinton sembra intrappolata tra essere un candidato ed essere una responsabile potenziale presidente. Le sue risposte sono solide, ma non sempre vincenti».

Clinton ha ancora tempo per limare le sue risposte e far sì che il suo pragmatismo – al di là che si possa essere d’accordo o no con le sue idee – non la esponga agli attacchi semplificatori dei suoi avversari. È possibile che cominci a descriversi come la persona giusta per gestire le crisi internazionali, il candidato di esperienza a cui potersi affidare, come tentò di fare contro Obama nel 2008 anche attraverso questo famoso spot: quello della “3am call”. Chi volete che risponda alla telefonata di emergenza che arriva alla Casa Bianca alle tre del mattino?

Per i Repubblicani è una partita in discesa
Gli avversari dei Democratici hanno una partita molto più semplice da giocare. Innanzitutto stanno attaccando Clinton e i Democratici per via del loro rifiuto di associare esplicitamente gli attentati all'”Islam radicale”, parlando solo di “jihadismo” ed “estremismo violento”. Clinton dice: “Si può parlare di islamisti, ma non credo che questo ci aiuti a trovare una soluzione al problema”. Si può discutere di quanto abbia senso oggi questa posizione, e si possono anche capire le ragioni di prudenza di un leader mondiale o potenziale tale nell’associare al terrorismo una religione praticata da più di un miliardo e mezzo di persone. Ma il punto è che questo tipo di complessità può essere facilmente travolta durante una campagna elettorale. Prendete questo spot di Jeb Bush; così è fin troppo semplice.

Poi c’è il tema della competenza. Per quanto sia facile attaccare l’amministrazione Obama e i Democratici per come le loro politiche in questi anni non hanno risolto il problema del terrorismo o né portato stabilit il Medioriente, è difficile dire quale strategia invece avrebbe funzionato. In Iraq, in Libia e in Siria gli Stati Uniti hanno adottato tre approcci radicalmente diversi – intervenire direttamente, intervenire ma senza truppe di terra e con una vera coalizione internazionale, non intervenire se non molto tardi e indirettamente – e si può dire che nessuno di questi ha davvero funzionato. I candidati Repubblicani che hanno più dimestichezza con la politica estera stanno tentando di descrivere piani e strategie alternative, ma sono tutte difficilmente praticabili. Se volete farvi un’idea, qui c’è per esempio un articolo di Marco Rubio sui suoi piani per la lotta all’ISIS; potete confrontarlo con questo di Hillary Clinton. È stato più abile Barack Obama, nello spiegare perché mandare i soldati a combattere in Siria sarebbe un errore: ma oggi le posizioni più realistiche e pragmatiche mi sembrano le più difficili da vendere agli elettori.

Il tema della competenza è invece una minaccia esistenziale per i candidati con meno preparazione, su tutti Trump e Carson. Trump riesce solo a fare la faccia cattiva – ha proposto di chiudere le moschee e schedare tutti i musulmani negli Stati Uniti – e dire cose vaghissime in termini di strategie diplomatiche e militari. Carson ogni volta che viene interpellato sulla politica estera mostra di non avere davvero idea di cosa si stia parlando: lo hanno ammesso persino i suoi consulenti. Anche per questo motivo, i candidati meno a loro agio con la politica estera cercheranno di spostare la discussione sulla politica interna. Quindi sulla questione dei rifugiati siriani.

L’amministrazione Obama nei mesi scorsi si è impegnata ad accogliere negli Stati Uniti almeno 10.000 rifugiati di guerra siriani. Dagli attentati di Parigi ci sono ben 26 governatori che hanno detto di non voler accogliere nessunrifugiato siriano nei loro stati perché è impossibile identificarli con certezza ed essere sicuri che non siano terroristi. La gran parte dei candidati Repubblicani è d’accordo con loro, da Rubio a Carson. Per alcuni è proprio una posizione di principio: Chris Christie, candidato Repubblicano alle primarie e governatore del New Jersey, ha detto che non accoglierebbe nemmeno i bambini orfani; Trump ha detto che caccerebbe anche i siriani che sono già negli Stati Uniti. Altri – come Jeb Bush e Ted Cruz – hanno detto che accoglierebbero solo i rifugiati siriani di religione cristiana, suggerendo una discriminazione per il diritto di asilo su base religiosa che avrebbe pochi precedenti e che sarebbe una clamorosa negazione dei principi della Costituzione statunitense (oltre che dei diritti umani, se lo chiedete a me). Altri ancora chiedono di interrompere i programmi di accoglienza e riprenderli solo dopo aver messo in piedi un sistema di identificazione e intelligence più rigido e severo di quello esistente oggi.

I governatori non possono fare molto per impedire agli Stati Uniti di accogliere i rifugiati e mandarli nei loro stati, ma possono rendere il processo molto più lungo e complicato; il Congresso, invece, può effettivamente impedirlo – ed è a maggioranza Repubblicana. Anche per questo ho la sensazione che si possa finire a parlare più dei rifugiati che dei terroristi, almeno nel breve periodo: è un tema più facile per i Repubblicani ed è anche uno sul quale possono ottenere qualche risultato immediato. Anche su questo, secondo me, le cose migliori le ha dette Barack Obama. Consiglio: trovate sei minuti e guardate questo video.

In breve
Jeb Bush sta iniziando a dare qualche segnale di risveglio, almeno nell’efficacia delle sue apparizioni pubbliche. Bobby Jindal si è ritirato ed era ora. John Kasich sta investendo una grande quantità di denaro in spot pubblicitari contro Donald Trump. La campagna elettorale di Martin O’Malley traballa parecchio: presto tra i Democratici potrebbero restare in corsa solo Clinton e Sanders.

Cose da leggere
Two Clintons. 41 years. $3 billions, di Matea Gold, Tom Hamburger and Anu Narayanswamy sul Washington Post (articolone ricchissimo e interattivo sui finanziatori di Bill e Hillary Clinton)
How Ted Cruz is locking up the evangelical vote, di Katie Glueck su Politico
President Obama and Bill Simmons: The GQ Interview (Obama intervistato da Bill Simmons, l’ex fondatore e direttore di Grantland: non ve la perdete)
How Bernie Sanders has already won, di David Axelrod su CNN

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