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–360 giorni alle elezioni statunitensi

–360 giorni alle elezioni statunitensi
–79 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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Se siete tra quelli che appena si svegliano aprono la posta elettronica, il mio consiglio è chiudere la newsletter per ora e andare a leggere di quello che è successo venerdì notte a Parigi. Sul Post trovate un resoconto, approfondimenti e aggiornamenti minuto per minuto. Arriverà anche il momento in cui discutere che tipo di impatto e conseguenze questi attentati potranno avere sulla campagna elettorale statunitense, ma quel momento non è oggi. Questa newsletter ha iscritti in molti paesi del mondo: spero che stiate tutti bene, voi e chi avete caro.

Stanotte c’è un dibattito dei Democratici
Quando in Italia saranno le tre del mattino di domenica 15 novembre, CBS trasmetterà un confronto televisivo fra i tre principali candidati Democratici ancora in corsa: Hillary Clinton, Bernie Sanders e Martin O’Malley. Anche il dibattito ovviamente risentirà di quello che è successo a Parigi: il network ha già fatto sapere che le domande e la scaletta saranno cambiate in corsa perché sia dedicato un tempo adeguato a discutere di terrorismo, sicurezza nazionale e politica estera.

Per il resto, la cosa più interessante da vedere sarà se Sanders deciderà di criticare direttamente Clinton. Al primo dibattito non lo ha fatto, rivendicando con orgoglio questa strategia; ma nelle settimane seguenti i suoi toni contro Clinton si sono fatti sempre più diretti e decisi, anche sulla storia delle email (su cui al primo confronto era stato particolarmente leggero, con quel “the American people are sick and tired of hearing about your damn emails!”).

E quello dei Repubblicani?
I candidati Repubblicani invece si sono confrontati in tv la notte tra martedì e mercoledì su Fox Business. Trovate un mio resoconto completo sul Post, ma in sintesi: è stato il miglior dibattito fin qui. Dopo il buon primo confronto – e dopo i due successivi, uno peggio dell’altro – i giornalisti di Fox si sono dimostrati di nuovo i migliori nell’organizzare eventi come questo, riuscendo finalmente a far discutere i candidati di programmi, idee e proposte concrete, andando al di là degli slogan. Certo, non tutti ci sono riusciti, e alcuni hanno evitato di rispondere su certe questioni, ma finalmente mercoledì notte abbiamo visto una discussione vera sui due grossi temi che dividono i Repubblicani in questo momento politico.

Il primo è la spesa pubblica. C’è un pezzo del partito che pensa che si debba ridurre il debito del paese innanzitutto tagliando le tasse, sperando che questo faccia crescere il gettito invece che deprimerlo; e che qualora le entrate fiscali dovessero diminuire, bisognerebbe compensare tagliando la spesa pubblica con oculatezza. Sono i più moderati – quelli come il governatore dell’Ohio, John Kasich, per capirci – e sono in gran minoranza nel partito. C’è un altro pezzo che pensa che si debba tagliare la spesa pubblica aggressivamente soprattutto in alcuni settori, su tutti la sanità: sono quelli nella fascia più o meno centrale del partito, come Jeb Bush e Marco Rubio. Poi c’è un altro pezzo che pensa che si debba tagliare radicalmente tutta la spesa pubblica: sono quelli più di destra, come Donald Trump (che ha detto addirittura che gli stipendi dei lavoratori americani sono troppo alti), Ted Cruz e Rand Paul (che ha detto di volere “un governo così piccolo da essere quasi invisibile”).

Durante il dibattito, a un certo punto Paul ha detto che Rubio non può definirsi un vero conservatore dal momento che propone di aumentare le spese militari. Rubio si è difeso dicendo che l’America ha bisogno di un esercito forte se vuole avere un ruolo forte nel mondo, e se l’è cavata con un po’ di applausi, ma questo tema ritornerà: da anni al Congresso i Repubblicani si dividono tra chi chiede tagli su tutto e chi solo sui capitoli di spesa storicamente più cari ai Democratici, come le infrastrutture, l’istruzione e la sanità.

Il secondo tema è l’immigrazione. Donald Trump ha rilanciato la più famosa delle sue proposte: deportare fuori dal paese gli 11 milioni di immigrati irregolari e costruire un muro al confine col Messico. John Kasich, il più moderato tra i candidati, ha detto che si tratta di una scemenza: che oltre a essere una proposta disumana – i figli di moltissimi immigrati irregolari sono cittadini americani – è un’idea impraticabile economicamente e logisticamente. Jeb Bush ha detto lo stesso. Ted Cruz invece si è schierato con Trump, e dopo il dibattito ha criticato Rubio – rimasto zitto nel corso della discussione – accusandolo di voler approvare una sanatoria. Questa è una storia che comincia da lontano ed è probabile che diventi sempre più rilevante nel corso della campagna elettorale, soprattutto se col passare delle settimane – come molti prevedono – saranno Marco Rubio e Ted Cruz a contendersi davvero la vittoria delle primarie.

Nel 2013 un gruppo di otto senatori – quattro democratici e quattro repubblicani, noti come the Gang of Eight, “la banda degli otto” – scrisse una riforma dell’immigrazione che fu approvata dal Senato e rigettata dalla Camera. Uno dei quattro Repubblicani era Marco Rubio, all’epoca molto apprezzato dai Tea Party e dall’ala più estrema del partito, che per questo però fu accusato di tradimento. La riforma prevedeva due cose fondamentali, una che piace alla destra e una che piace alla sinistra. Quella che piace alla destra, e la sinistra avrebbe tollerato, è il rafforzamento militare del confine tra Stati Uniti e Messico, con lo schieramento di 20.000 soldati e la costruzione di recinzioni per oltre 1.000 chilometri. Quella che piace alla sinistra, e la destra avrebbe tollerato, è una specie di sanatoria: gli 11 milioni di immigrati irregolari negli Stati Uniti avrebbero potuto ottenere la cittadinanza attraverso un processo graduale.

Questa riforma, poi affondata, secondo tutte le persone di buon senso – di destra o di sinistra – è l’unica plausibile, perché la deportazione di 11 milioni di persone – che lavorano, che hanno delle famiglie, dei figli minorenni con nazionalità statunitense – è una prospettiva semplicemente ridicola. Si tratta peraltro di una riforma che sta molto a cuore agli statunitensi di origini latinoamericane, che molto spesso hanno parenti o amici senza documenti; e non c’è analisi sulle elezioni del 2008 e del 2012 che non abbia detto che il Partito Repubblicano non ha un futuro se non riesce a recuperare consensi almeno in un pezzo dell’elettorato latinoamericano, un gruppo demografico particolarmente in crescita, che negli ultimi anni è stato decisivo nel far vincere i Democratici in stati storicamente Repubblicani come il Colorado o il Nevada.

Sarà interessante vedere come si evolverà questa discussione nel corso della campagna elettorale, soprattutto se davvero i principali litiganti saranno Rubio e Cruz: due politici di origini latinoamericane, figli di immigrati cubani.

Per il resto
Ben Carson e Donald Trump si sono ignorati durante il dibattito ma stanno continuando a litigare a distanza. Soprattutto Trump sta attaccando Carson per via delle cose false o inverosimili raccontate nei suoi libri. La faccenda ha dei risvolti surreali, in certi casi persino comici, quindi facciamo che ne parliamo un’altra volta.

Correzioni
Nella scorsa newsletter ho scritto che Bill Clinton ha vinto le primarie in New Hampshire nel 2000, mannaggia: ovviamente era il 1992.

Cose da leggere
Jeb Bush Is 2016’s John Kerry, di Bill Scher su Politico
Do the G.O.P. Debates Really Matter?, di John Cassidy sul New Yorker