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La sinistra italiana non ha bisogno di un nuovo partito ma di un nuovo leader

Le cose che sono successe negli ultimi mesi alla sinistra del Partito Democratico non suscitano alzate di spalle solo per come contraddicono il dato di realtà emerso a ogni elezione nazionale dal 2008 in poi, cioè che non esiste uno spazio a sinistra del PD – né quello di Veltroni, né quello di Bersani, né quello di Renzi – che valga più del 5-6 per cento. Nemmeno per come questi soggetti politici vecchi e nuovi – SEL, Sinistra Italiana, Possibile, la cosiddetta “Coalizione Sociale”, quello che resta delle liste Tsipras e Ingroia – appaiano allo stesso tempo sovrapponibili e litigiosi tra loro. E ancora, nemmeno per come le istanze di questi soggetti appaiano oggi schiacciate dalla povera concretezza della speculazione immediata – tutto viene detto o fatto in reazione a cosa dice o fa da Renzi – e da un astrattismo identitario da due soldi che difficilmente sarà in grado di attrarre elettori che oggi votano altrove.

Questi problemi esistono e sembrano oggi difficilmente superabili, ma il vero punto riguarda secondo me l’idea che la costruzione di un’alternativa politica di sinistra a Matteo Renzi – obiettivo certamente legittimo e democraticamente sano, al di là delle opinioni di ciascuno – possa passare per la nascita di un altro ennesimo partito, peraltro nelle aule parlamentari e nei teatri. Chi vuole ancora impiegare il suo tempo a discutere di “uomo forte”, “regime” e “leaderismo” faccia pure, ma dimostra di aver capito poco della politica internazionale degli ultimi vent’anni: la prevalenza dei leader sui partiti è un fenomeno storico, che ha ragioni certe e fondate, e non è più un tema di dibattito. Come spesso accade, non è un fenomeno buono o cattivo in sé: ogni caso è diverso dall’altro. La sinistra greca era un tappeto di gruppuscoli più o meno insignificanti, prima che Alexis Tsipras non la mettesse insieme e non riuscisse – col suo talento politico, il suo carisma, eccetera – a rendere quel progetto interessante e credibile per un pezzo significativo dell’elettorato greco. Senza Tsipras non esiste Syriza al 25 per cento. Dall’altro lato, i successi dei conservatori tedeschi quanto sono ascrivibili alla CDU e quanto personalmente ad Angela Merkel? È “leaderismo”? È “uomo forte”? O è soltanto il modo in cui – senza che sia necessariamente l’apocalisse – funziona la politica nel 2015? I partiti non sono morti né sono diventati tutti soggetti inutili, ma le loro funzioni sono cambiate.

L’idea che per indebolire il Partito Democratico di Renzi basti costruire qualcosa alla sua sinistra, qualsiasi cosa, e che i “delusi da Renzi” finiranno per esserne attratti naturalmente, come per magnetismo, è così velleitaria e fuori dalla realtà da dare ragione a chi descrive cose come “Sinistra Italiana” come banale trasformismo parlamentare di un pezzo di classe politica: operazioni che spostano qualche soldo di rimborsi ai gruppi parlamentari ma non muovono un voto. Gli unici che sembrano aver capito un po’ questa lezione sono quelli di Possibile, anche se pure da quelle parti è difficile trovare iniziative politiche che non siano reazioni a cose dette o fatte dal governo; negli scorsi anni l’unico potenziale credibile leader di quell’area è stato Nichi Vendola, ma in un momento politico dal quale oggi sembra trascorso un secolo e che non appare replicabile. L’indebolimento del governo Renzi non passerà per la costruzione di un nuovo partito, quale che sia, ma solo per l’emersione eventuale di un nuovo leader che si possa credibilmente immaginare a governare il paese: a un certo punto arriverà, ma al momento non se ne vedono. Salvo che lo scopo non sia proprio tenersi stretto quel 5-6 per cento, e con quello il solo fatto politico che ne deriva: un certificato di esistenza in vita, finché dura.