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Rimonte tentate, riuscite, subite

Ciao, una comunicazione di servizio: manca un anno alle elezioni statunitensi e questa è l’ultima newsletter che pubblicherò anche sul blog. Questi articoli esistono in quanto newsletter – li scrivo con in testa quei lettori, quel mezzo, da quando ho deciso di provare a usarlo – ed è ridondante duplicare i contenuti. Ci si iscrive qui, sempre ovviamente gratis; si va avanti almeno fino all’8 novembre 2016.

–367 giorni alle elezioni statunitensi
–86 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Quando tutti, persino i tuoi alleati, sostenitori e finanziatori, dicono che la tua campagna elettorale è un disastro, e i sondaggi lo confermano, è inutile continuare a negare, dire che va tutto bene e che gli-elettori-capiranno, mentre vai a schiantarti contro un muro: tanto vale usare il momento come leva, ammettere le difficoltà nel breve periodo e cercare di costruire nel medio-lungo periodo una narrazione della rimonta e del riscatto. Alla prima vittoria, anche piccola, sarà così possibile vendere ai giornalisti e agli elettori la storia del “comeback kid”, dell’eroe ferito che affronta le difficoltà e torna in piedi più forte di prima, come fecero Bill Clinton nel 1992 e John McCain nel 2008. Questo approccio è l’ultima carta a disposizione di Jeb Bush.

I suoi consulenti hanno parlato molto con i giornalisti, spiegando che dopo i risultati molto deludenti nei sondaggi e l’ultimo deprimente dibattito la campagna elettorale è stata resettata: non nei principi che la ispirano ma nelle tattiche e nelle strategie. Bush si è dato un nuovo slogan – “Jeb Can Fix It”, “Jeb può aggiustarlo” – per cercare di inquadrare positivamente le sue scarse abilità oratorie: per descriversi come un tipo concreto, pragmatico, uno che preferisce fare invece che dire (al contrario dei suoi avversari). Successivamente ha diffuso un ebook che contiene la storia dei suoi anni da governatore della Florida (1999-2006) raccontata attraverso le email che ha inviato e ricevuto, e ha pronunciato un discorso programmatico come piattaforma del nuovo inizio. Il discorso si può leggere qui, commentato. È buono, anche se in più di un’occasione – come spesso gli accade – Bush dà l’impressione di “crederci troppo”, di descriversi in modo innaturale, di esagerare nel voler piacere al punto da risultare ancora più goffo.

Uno dei funzionari della sua campagna ha scritto su Twitter: “Comunicazione alla stampa: Jeb avrà qualche settimana di pessimi sondaggi. Le rimonte richiedono tempo, noi siamo pronti”. Bush ha riconosciuto pubblicamente che i dibattiti televisivi sono più performance che veri dibattiti, e ha ingaggiato un nuovo coach con molti anni di esperienza televisiva. Il prossimo dibattito è il 10 novembre a Milwaukee. Le rimonte richiedono tempo, ma Bush deve riuscire a dare segni di vita.

Bonus
Questo è il discorso che Jeb Bush pronunciò durante la festa per l’elezione al Senato di Marco Rubio. Guardarlo vi permetterà di farvi un’idea sul tipo di rapporto che avevano, sulla devozione di Rubio per Bush e sull’ammirazione di Bush per Rubio. Bush a un certo punto dice: “Marco Rubio mi fa piangere di gioia”.

Bernie Sanders si toglie i guanti
Un’altra storia importante di queste settimane riguarda Bernie Sanders, il principale sfidante di Hillary Clinton alle primarie dei Democratici, che ha deciso di cambiare approccio: la sua rimonta nei sondaggi è finita insieme all’estate e nei sondaggi Clinton ha ricominciato a guadagnare terreno. Se fin qui Sanders aveva sempre rivendicato di non voler criticare Clinton bensì di voler parlare solo delle sue proposte, negli ultimi tempi questo approccio è cambiato: già alla Jefferson-Jackson Dinner di qualche settimana fa aveva attaccato duramente Clinton, seppure senza citarla esplicitamente; questa settimana ha svoltato del tutto.

Durante un giro in New Hampshire un sostenitore gli ha urlato: «Sei pronto a prendere a calci in culo qualche Repubblicano, Bernie?». Lui ha risposto, scherzando: «C’è qualche altro culo da prendere a calci prima». Parlando alBoston Globe Sanders poi ha detto di essere «virtualmente in disaccordo con Hillary Clinton su qualsiasi cosa»; il giorno prima ha detto al Wall Street Journal che la famosa frase sulle email di Clinton pronunciata nel dibattito – «The American people are sick and tired of hearing about your damn emails!» – non andava intesa proprio in modo letterale, e ha detto che l’FBI fa benissimo a indagare su quanto è successo.

Sanders passerà questo weekend nei due stati in cui va peggio nei sondaggi, tra quelli in cui si vota prima: in South Carolina (molti elettori neri) e in Nevada (molti elettori latinoamericani). Anche lui deve cercare una svolta nei prossimi due mesi, se non vuole condizionare solo l’agenda politica ma anche e davvero la selezione del candidato.

Bonus
Bernie Sanders in campagna elettorale non prende in braccio i bambini e non si ferma a parlare con gli elettori. È un problema? Un articolo del New York Times (raccontato in italiano dal Post).

Trump vs Carson è solo un po’ meno forte di Batman vs. Superman
Dopo 107 giorni consecutivi, Donald Trump non è più in testa alla media dei sondaggi nazionali dei Repubblicani. Bùm.

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Ora in testa c’è Ben Carson, l’ex neurochirurgo nero senza nessuna esperienza politica e che dice cose dell’altro mondo (da queste parti ne avete letto a settembre, che sarebbe potuta finire così). Carson divenne famoso in tutto il mondo nel 1987 quando fu il primo medico a riuscire a separare due gemelli siamesi attaccati per le teste, e negli Stati Uniti diventò una specie di eroe soprattutto per i neri: la dimostrazione vivente che si può avere successo anche venendo da un contesto sociale complicato. Da quando è andato in pensione, Carson è diventato anche un idolo dei conservatori: di recente ha dato a Obama dello “psicopatico” e ha detto che la sua riforma sanitaria è stata “la peggior cosa capitata in questo paese dai tempi della schiavitù”; due anni fa disse che il matrimonio gay era paragonabile alla zoofilia e alla pedofilia; di recente ha detto che se gli ebrei avessero avuto più armi l’Olocausto sarebbe stato evitato.

Questa settimana Carson ha detto che secondo lui le piramidi furono costruite da Giuseppe – il personaggio biblico – per metterci dentro le riserve di grano. Ma sono venute fuori anche cose più serie e preoccupanti. È emerso infatti che almeno due cose raccontate nella sua biografia – e che lui ripete continuamente in campagna elettorale – sono state probabilmente inventate di sana pianta: che una volta da ragazzino cercò di accoltellare un compagno di classe ma la lama fu fermata dalla fibbia della cintura e che poi più grande, cambiato vita, gli fu offerta una borsa di studio dalla prestigiosa accademia militare di West Point. Questa delle balle va avanti da un pezzo: durante il primo confronto tv si disse contrario agli esperimenti scientifici sui feti abortiti, poi venne fuori che aveva fatto personalmente esperimenti scientifici su feti abortiti; durante l’ultimo ha negato di avere avuto rapporti con una controversa casa farmaceutica quando invece ne era ufficialmente il testimonial.

Cosa sta facendo Carson? Uno così vuole davvero fare il presidente? Consiglio la lettura di questo articolo di Jonathan Chait sul New York Magazine. La risposta è no. Lo dicono i numeri – Carson spende quasi il 70 per cento dei soldi che riceve dalle donazioni per mettere in piedi altre operazioni di raccolta fondi – e lo dice la logica. Carson sta approfittando della campagna elettorale per aumentare la sua notorietà, per farsi gratuitamente pubblicità in tv, presentare libri, costruirsi un grosso indirizzario email e in ultima istanza fare una barca di soldi.

Bonus
Nel frattempo Chris Christie e Mike Huckabee sono scesi ulteriormente nei sondaggi, motivo per cui non saranno nel palco dei “grandi” al dibattito televisivo del 10 novembre.

Come poteva non andare a finire così?
Vi ricordate di Lawrence Lessig, lo stimato docente universitario statunitense esperto di internet che si era candidato alle primarie del Partito Democratico in quel modo bizzarro? Il suo programma consisteva in un solo punto, la riforma complessiva del sistema elettorale statunitense, e aveva detto che una volta fatto quello si sarebbe dimesso da presidente. Questa settimana Lessig si è ritirato. Dice che i Democratici hanno cambiato in corsa le regole per “qualificarsi” al prossimo dibattito televisivo, allo scopo di farlo fuori, ma al momento su questo presunto cambio di regole non c’è niente di ufficiale. In ogni caso si parla eventualmente dell’introduzione di un requisito: aver ottenuto almeno l’1 per cento in tre sondaggi tenuti nelle sei settimane precedenti al confronto. Lessig non ci è arrivato. I motivi per cui questo tentativo sarebbe stato un buco nell’acqua li avevo spiegati al momento della candidatura: la politica non funziona così, per fortuna.

Cose da leggere
The GOP’s Primary Rules Might Doom Carson, Cruz And Trump, di David Wassermann su FiveThirtyEight
What Changed While Jeb Was Gone, di Ben Smith su BuzzFeed
How Democrats Could Win the House. Really., di Kyle Klondik su Politico

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