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It’s Hillary time

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–381 giorni alle elezioni statunitensi
–100 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Barack Obama dice spesso che la cosa più intelligente che ha fatto in politica è stata scegliere Joe Biden come suo vice; più volte lo ha definito “mio fratello”. Quando mercoledì scorso è stato annunciato un discorso a sorpresa di Biden dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, con la moglie Jill e Obama al suo fianco, era già chiaro cosa il vicepresidente stesse per dire: non avrebbe mai potuto annunciare la candidatura dalla Casa Bianca, con accanto il presidente uscente.

Il discorso di Biden è stato struggente, in qualche modo. Ha spiegato che la sua famiglia oggi sarebbe pronta per affrontare una campagna elettorale, anche nonostante il lutto per la morte del figlio Beau, ma ormai è troppo tardi. «Non c’è il tempo necessario per mettere in piedi una campagna vincente, la finestra si è chiusa. Ma anche se non sarò un candidato, non starò zitto». Quindi ha parlato delle difficoltà della classe media negli Stati Uniti, del molto lavoro che c’è ancora da fare per consolidare la ripresa economica e dare speranze a chi le ha perse durante la crisi; a un certo punto ha detto che il paese ha bisogno di darsi una grande e ambiziosa missione, come fu la Luna negli anni Sessanta, e quell’obiettivo potrebbe essere trovare una cura contro il cancro. Era il discorso che avrebbe voluto fare per annunciare la sua candidatura, ha deciso di pronunciarlo comunque.

Joe Biden ha sempre sognato di fare il presidente degli Stati Uniti ed è uno dei politici più popolari e competenti del paese, ma salvo sorprese clamorose non avrà altre opportunità presidenziali. Quando ha finito il suo discorso, si è voltato, è tornato dentro la Casa Bianca e Obama gli ha messo una mano sulla spalla.

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Il discorso di Joe Biden è qui, se volete vederlo o rivederlo. Non è il caso di ricapitolare le ragioni per cui Biden non si è candidato: se avete letto le newsletter delle ultime settimane – ma anche quelle di quando si cominciò a parlare di una sua possibile candidatura – conoscete tutti gli enormi ostacoli logistici, economici e politici che una decisione del genere avrebbe comportato. La decisione di Biden è naturalmente una buona notizia soprattutto per Hillary Clinton, che da quando si è candidata non è mai sembrata ben messa come oggi.

It’s Hillary time
Prima ha vinto il dibattito tv con i suoi avversari delle primarie, mostrandosi superbamente preparata e segnando punti anche quando si è parlato dei suoi problemi, come la storia delle email. Poi ha visto rinunciare alla candidatura quello che sarebbe stato sicuramente il suo più pericoloso sfidante. Infine, giovedì, ha affrontato una testimonianza lunga undici ore davanti alla commissione della Camera che i Repubblicani hanno messo in piedi per indagare sugli attentati di Bengasi nel 2012 e – ormai è praticamente ufficiale – per affossare la sua candidatura. Ora parliamo un po’ di com’è andata – ne ho scritto sul Post, se volete approfondire ulteriormente – ma questa GIF è già un buon riassunto.

Praticamente tutti gli osservatori della campagna elettorale hanno detto che questi sono stati i dieci giorni migliori degli ultimi due anni per Hillary Clinton, politicamente parlando. La rinuncia di Joe Biden si deve anche a quanto è sembrata inscalfibile durante il dibattito, ma per gli impallinati di politica il vero capolavoro è stata la testimonianza su Bengasi.

Parlando per undici ore – otto e mezza, sottraendo le pause – davanti a una commissione messa in piedi dai più estremisti tra i Repubblicani, dovendo rispondere a braccio su questioni complicate e dolorose, Clinton è riuscita a non fare un singolo errore: a non dire una frase fuori posto, a non incorrere in lapsus e formulazioni sbrigative e sciatte, a non regalare ai suoi avversari niente a cui appigliarsi. Clinton ha parlato con atteggiamento da statista nella prima fase della testimonianza, evidenziando la differenza di livello politico e serietà tra lei e i deputati che battibeccavano tra loro; col passare delle ore ha aggiunto qua e là del sarcasmo, soprattutto davanti alle domande più assurde; si è incazzata quando era opportuno, mostrandosi in grado di tenere testa ai suoi avversari, ma allo stesso tempo non è mai stata evasiva, rispondendo con precisione alle domande su quanto accadde in Libia l’11 settembre del 2012, quando un attacco al consolato americano portò alla morte di quattro persone tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens (decine di inchieste giornalistiche indipendenti hanno comunque escluso da tempo sue dirette responsabilità negli attacchi).

Alla fine della fiera, Clinton ha applicato la lezione di The West Wing. Nella più famosa e venerata serie tv sulla politica americana, a un certo punto bisogna mettere in piedi una commissione d’inchiesta sul presidente (niente spoiler, non dico altro). Lo staff del presidente all’inizio si chiede come far sì che il capo di questa commissione sia un deputato ragionevole, onesto, equilibrato, disposto a condurre i lavori con serietà e imparzialità, ma poi la portavoce C.J. ha un’illuminazione geniale. Il modo migliore per uscire vincitori da questa commissione è spingere il Congresso a scegliere come capo della commissione d’inchiesta il deputato più irresponsabile e fazioso in circolazione.

Infine: sia Webb che Chafee hanno ritirato la loro candidatura alle primarie dei Democratici; nei sondaggi Clinton ha esteso il suo vantaggio in Iowa e ha raggiunto Sanders in New Hampshire; l’ora successiva alla testimonianza su Bengasi è stata quella in cui Hillary Clinton ha ricevuto in assoluto più donazioni dall’inizio della campagna elettorale. Stasera c’è la Jefferson-Jackson Dinner in Iowa, uno dei più importanti appuntamenti in vista dei primi caucus: può mettere la ciliegina sulla torta.

P.S.: Sì, anche la cosa di Biden sulla cura per il cancro viene da The West Wing.

Bonus
David Axelrod, il leggendario stratega politico delle due campagne elettorali di Obama, ha raccontato di quando parlò con lo stesso Obama della possibilità di lavorare con lui alla Casa Bianca dopo la vittoria alle elezioni del 2008. Axelrod gli disse: «Durante la mia vita ho accettato un incarico di lavoro solo se sapevo che quando avrei voluto avrei potuto mandare a fanculo il capo e andarmene. Ma non potrei mai farlo col presidente degli Stati Uniti». Obama gli rispose elencando le ragioni per cui la sua presenza alla Casa Bianca sarebbe stata utile e preziosa, e poi gli disse: «Potrai mandarmi a fanculo quando vuoi. Solo non farlo davanti a tutti».

Jeb Bush sta crollando?
È messo sempre peggio nei sondaggi: e per quanto sia ancora troppo presto per trarne conclusioni definitive, non ha mostrato nemmeno i piccoli segni di vitalità che stanno aumentando le speranze di candidati come Rubio o Fiorina. Ha speso troppi soldi, come abbiamo detto la settimana scorsa, e ha appena deciso di tagliare molto le spese della campagna elettorale, risparmiando sugli stipendi dei funzionari e sulla logistica. Insomma, Jeb Bush oggi sembra messo molto male: se riuscirà a tirarsene fuori – cosa comunque possibile, eh – sarà una gran resurrezione. Il problema è che, al di là delle situazioni contingenti e dei problemi politici creati dall’ascesa di candidati estremisti come Trump e Carson, fin qui Bush non è stato quasi mai convincente come candidato.

Non è un caso se Trump nelle ultime settimane lo ha scelto come avversario preferito da insultare e prendere in giro. Prima lo ha definito “low-energy” – moscio, in sintesi – e poi lo ha attirato in una trappola dicendo che suo fratello George ha delle responsabilità per non aver saputo proteggere adeguatamente gli Stati Uniti evitando gli attacchi dell’11 settembre 2001. È un argomento scivoloso, perché George W. Bush a quel tempo si era insediato da appena otto mesi, e tra l’altro è una tesi che flirta un po’ con le teorie complottiste sull’11 settembre. Inoltre, per quanto abbia qualche fondatezza, è difficile che di quest’accusa debba risponderne suo fratello Jeb, che all’epoca faceva – pure con un certo successo – il governatore della Florida. Ma Jeb Bush ha deciso comunque di impiegare molto tempo per rispondere a Trump sull’11 settembre, permettendogli così di fatto di dettare l’agenda della sua campagna elettorale, e poi ha avuto un grosso inciampo.

Durante un’intervista con la CNN, il bravo giornalista Jake Tapper gli ha chiesto: lei dice che suo fratello non ha responsabilità negli attacchi dell’11 settembre, e che dev’essere giudicato semmai da come ha risposto a quegli attacchi. Ma allora perché dite che Obama e Clinton hanno responsabilità negli attacchi di Bengasi del 2012? Bush ha risposto come se non avesse sentito la domanda, ripetendo la solita tiritera su Bengasi, Tapper ha fatto notare di nuovo la contraddizione: non è stato un bello spettacolo (ed è stato un altro favore a Hillary).

E quindi tocca rassegnarsi a Trump?
Beh, rassegnarsi mica tanto, almeno dal punto di vista di noi osservatori esterni: io muoio dalla voglia di vedere un dibattito televisivo Clinton-Trump. Continuo a pensare però che sia molto improbabile, e che tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 il vantaggio di Trump si ridurrà molto e che alla fine non vincerà le primarie.

Per il momento nei sondaggi Trump ha arginato la piccola discesa delle ultime settimane, sul piano nazionale, ma in Iowa è stato sorpassato da Carson e da quelle parti sta crescendo anche Cruz. Rubio, Fiorina, Kasich e Bush restano molto dietro, ma credo che il candidato Repubblicano alla fine sarà uno di loro (e se proprio dovessi metterci dei soldi, come sapete, direi Rubio).

Un bel video, per finire
Non c’entra con la campagna elettorale, ma l’ho visto stamattina leggendo in giro e lo metto qui. Adam Schiff, deputato Democratico eletto in California, ha perso una scommessa sul baseball col collega Steve Israel di New York, visto che i New York Mets hanno battuto i Los Angeles Dodgers e giocheranno le World Series. Quindi ha preso la parola alla Camera e ha intonato un coro dei tifosi dei Mets.

Cose da leggere
What Would Jeb Do?, di Ryan Lizza sul New Yorker (non fatevi ingannare dal titolo: è un pezzone sulle idee di politica estera dei candidati Repubblicani, ricchissimo di storie e informazioni)
The stealthy, Eric Schmidt-backed startup that’s working to put Hillary Clinton in the White House, di Adam Pasick e Tim Fernholz su Quartz
The Trump Poll Numbers Lie, di Mark K. Updegrove su Politico

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