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Arriva il primo dibattito tra Clinton e Sanders

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–395 giorni alle elezioni statunitensi
–114 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Quando ho iniziato a curare questa newsletter, il numerino lì in alto a destra segnalava che mancavano 513 giorni alle elezioni presidenziali; oggi sono 395, che è un numerino ben diverso. Manca poco più di un anno. Ci siamo! Non proprio. Però insomma ci avviciniamo. Questa settimana ci sarà il primo dibattito dei Democratici – che vuol dire, tra l’altro: edizione infrasettimanale speciale della newsletter – e pare che arriverà a breve la decisione di Joe Biden sulla sua candidatura. Per il resto: anche questa settimana i Repubblicani hanno voluto mostrare di essere un partito pieno di matti.

Di cosa parleremo:
– Cosa aspettarsi dal primo dibattito dei Democratici
– Cosa Clinton proprio non dovrà fare al dibattito, in 48 secondi
– Ci sono altri dati sulle raccolte fondi dei candidati
– Ben Carson ha saltato lo squalo
– Una scena di The West Wing, che ci sta sempre bene
– Le novità sul fronte Biden, compresa una cosa un po’ sgradevole
– Il gran casino dei Repubblicani al Congresso

Il primo dibattito dei Democratici, tra pochissimo
Il 13 ottobre – in Italia sarà la notte tra il 13 e il 14 – si terrà a Las Vegas il primo dibattito tv tra i candidati alle primarie dei Democratici. Sono stati invitati i politici che hanno ottenuto in media almeno l’uno per cento in tre sondaggi nazionali tra il primo agosto e il 10 ottobre, quindi anche Joe Biden (che però non ci sarà, dato che non ha ancora deciso se candidarsi) ma non Lawrence Lessig, la cui candidatura è ancora invisibile o quasi. Parteciperanno Lincoln Chafee, Jim Webb e Martin O’Malley, nella categoria di quelli che cercheranno disperatamente di farsi notare, ma soprattutto Hillary Clinton e Bernie Sanders, che al momento sono evidentemente i due principali sfidanti di questa competizione elettorale. Il dibattito è organizzato da CNN – si potrà vedere anche in Italia, se avete il pacchetto News di Sky, oppure in streaming online – e speriamo non sia malgestito come l’ultimo dei Repubblicani. La mattina del 14 ottobre riceverete un’edizione speciale della newsletter che cercherà di raccontare un po’ com’è andata. Fin qui le informazioni di servizio, ora il resto.

Cosa bisogna aspettarsi da questo dibattito? Cominciamo da cosa non aspettarsi: liti e attacchi tra Clinton e Sanders. Non servono a nessuno. Clinton è ancora in vantaggio e vuole corteggiare i sostenitori di Sanders, non inimicarseli: e non vuole apparire come la ricca e potente candidata dell’establishment che irride il candidato sfavorito e idealista sostenuto da molti giovani entusiasti. Clinton dirà probabilmente che condivide lo spirito degli obiettivi egualitari e progressisti di Sanders ma che lei ha le ricette migliori per farli diventare possibili senza aumentare la pressione fiscale sulla classe media. Racconterà molti aneddoti personali e familiari per cercare di “ripresentarsi” agli elettori americani.

Intermezzo: un video
In 48 secondi di un dibattito del 2008, quello che Clinton proprio non dovrà fare mai: lamentarsi – ricca, famosissima e potente com’è – del fatto che i giornalisti trattino male lei e coccolino il suo avversario.

Torniamo a noi. Anche Bernie Sanders non attaccherà direttamente Clinton. Intanto perché sarebbe una clamorosa svolta, visto che in questi mesi ha fatto un vanto di come parli solo delle proposte concrete e mai direttamente degli avversari. E inoltre perché il suo vero obiettivo di questo dibattito non è far male a Clinton, ma approfittare dell’evento per farsi conoscere dai tantissimi elettori che ancora non sanno chi è o lo sanno ma non lo hanno mai sentito parlare. Per questo, salvo che non combini disastri, è ragionevole aspettarsi dopo il dibattito almeno un piccolo rimbalzo verso l’alto del gradimento di Sanders nei sondaggi nazionali. Il rischio per Sanders è mostrarsi poco preparato ed efficace nel gestire i tempi serrati di un dibattito televisivo, a cui lui non è abituato; e non sembra stia studiando parecchio, a giudicare da quel che scrive Politico.

Bonus
Questa settimana Clinton si è detta contraria a un grande accordo commerciale tra gli Stati Uniti e 11 paesi asiatici: un accordo che lei aveva più volte sponsorizzato e difeso quando era Segretario di Stato ma che non piace affatto agli elettori più di sinistra. Ne ho scritto sul Post, per chi vuole approfondire. Questa svolta un po’ rozza sarà sicuramente oggetto di discussione durante il dibattito.

Altri dati sulle raccolte fondi
Ci sono altri dati ufficiali sui soldi raccolti dai singoli candidati nel trimestre estivo (la scadenza per diffonderli è il 15 ottobre). Tra i Democratici, sappiamo già che Clinton ha raccolto 28 milioni di dollari e Sanders 26: ne abbiamo discusso la settimana scorsa. Tra i Repubblicani, Carson ha raccolto 20 milioni, Cruz ne ha raccolti 12, Bush 11, Rubio 6 e Paul 2,5. I dati più interessanti sono quelli di Cruz, che ha messo insieme parecchi soldi e potrebbe ottenerne una grossa spinta soprattutto in Iowa, e quelli di Rubio, che ha raccolto molto poco ma d’altra parte ha cominciato a emergere dal gruppone dei candidati solo nelle ultime tre settimane (e sembra possa essere scelto dai famigerati fratelli Koch per la loro megadonazione da un miliardo). Trump, come sappiamo, si finanzia quasi esclusivamente da solo, e la notizia è che fin qui ha speso pochissimo: due milioni di dollari circa. D’altra parte ha uno staff striminzito e non ha bisogno di pagare spazi pubblicitari per apparire in tv.

Bonus
Il Repubblicano Ben Carson questa settimana ha detto cose lunari. Dopo aver sostenuto che davanti all’attentatore dell’università dell’Oregon lui avrebbe sicuramente reagito – sottotesto: al contrario di quei pelandroni che sono stati ammazzati – ha detto che l’ascesa di Adolf Hitler e l’Olocausto si sarebbero potuti evitare se gli ebrei e i tedeschi fossero stati armati in massa. Poi gli hanno chiesto come avrebbe gestito l’arrivo imminente della tempesta tropicale Joaquin e dopo una lunga pausa ha risposto “Uhm, non lo so”. Mi ha fatto ricordare quella scena di The West Wing in cui il presidente Bartlet parla dietro le quinte con il suo sfidante Repubblicano e a un certo punto a quest’ultimo scappa la frase: «Il crimine, beh… non lo so». Bartlet prima di salutarlo gli dice: «Per il futuro, dovessi chiedertelo: “Il crimine, beh… non lo so” è quando ho deciso di prenderti a calci in culo».

Qualcosa si muove sul fronte Biden
Diversi articoli e retroscena usciti questa settimana sulla stampa statunitense sostengono che Biden sia sul punto di annunciare la sua decisione, forse già nei prossimi giorni. Nel frattempo è noto che un gruppo di suoi collaboratori è andato nella sede del Partito Democratico per un briefing sulle regole delle primarie stato per stato, e le scadenze temporali per presentare documenti e firme: non vuol dire necessariamente che Biden ha deciso di candidarsi, ma che la ricerca di elementi per farsi un’idea di cosa lo aspetterebbe si è fatta particolarmente concreta. Inoltre un gruppo di suoi sostenitori ha preparato uno spot per invitarlo a candidarsi e ha speso parecchi soldi per mandarlo in tv. Lo spot dura 90 secondi ed è molto bello: l’audio del discorso è tratto da un discorso di Biden.

Questa settimana però è circolata anche una notizia su Biden non proprio buona. Facciamo un passo indietro. Il momento in cui abbiamo saputo ufficialmente che Biden stava pensando a una candidatura è il primo agosto, quando ilNew York Times ha pubblicato un articolo di Maureen Dowd pieno di virgolettati e dettagli su conversazioni avute dallo stesso Biden con i suoi familiari più stretti, che raccontava di come suo figlio Beau in punto di morte lo avesse invitato a candidarsi. All’epoca avevo scritto sul Foglio che si trattava di “cose delicate e personali che è molto improbabile siano pubblicate senza il consenso delle parti interessate. È plausibile quindi che Joe Biden lo abbia fatto apposta, per-vedere-l’effetto-che-fa”. Pochi giorni fa Politico ha scritto che è andata proprio così: è stato Biden stesso a raccontare a Dowd che suo figlio prima di morire lo aveva invitato a candidarsi, evidentemente autorizzandola a scriverne. Per alcuni elettori questa storia potrebbe avere un retrogusto sgradevole. Scrive Politico: “Il vicepresidente sta compiangendo suo figlio. Ma sta anche facendo i suoi conti”. E anche: “Con questa mossa Biden in sostanza ha messo un annuncio pubblicitario sul New York Times“.

Nel frattempo tra i Repubblicani al Congresso sta succedendo di tutto
Eravamo rimasti che John Boehner si era dimesso da speaker della Camera, sfinito dai deputati più estremisti del suo partito. Il suo successore designato, Kevin McCarthy, dato per vincitore sicuro dell’elezione per scegliere il nuovo speaker, questa settimana si è clamorosamente ritirato lasciando il suo partito al Congresso senza una direzione e nel completo caos. I giornali hanno raccontato di deputati e deputate in lacrime nei corridoi: uno psicodramma in piena regola.

McCarthy si è ritirato per tre ragioni. La prima è che anche lui come Boehner è uno dell’establishment: i deputati Repubblicani ultra-estremisti sono troppo pochi per scegliersi da soli uno speaker ma sono abbastanza per avere di fatto un potere di veto. E McCarthy non si è guadagnato la loro fiducia, anche perché le loro richieste sono assurde persino per lui. La seconda ragione è che poco dopo le dimissioni di Boehner sono iniziate a circolare delle voci – non si sa quanto affidabili – sul fatto che McCarthy abbia una relazione extra-coniugale e che la cosa sarebbe sul punto di venir fuori. La terza ragione è che McCarthy (che non è esattamente pieno di talento) si è praticamente vantato in tv di come la commissione d’inchiesta su Bengasi sia stata messa in piedi solo per danneggiare le chance elettorali di Hillary Clinton. Lo staff di Hillary deve essersi commosso dalla gioia e ha usato il suo discorso in questo spot, di fatto distruggendo la sua credibilità.

Ora cosa succede? Il deputato Repubblicano che ha più possibilità di unire il partito al Congresso è Paul Ryan, il candidato vice di Romney nel 2012, che è relativamente giovane, molto secchione, apprezzato un po’ da tutti e privo di scheletri nell’armadio. Ma al momento sembra che Ryan non abbia alcuna intenzione di mettere le mani in un simile guaio. L’elezione del nuovo speaker è stata rinviata: per il momento i Repubblicani continueranno a scannarsi, sperimentando sulla loro pelle i ricatti irragionevoli a cui hanno sottoposto i Democratici in questi anni. La cosa può avere delle conseguenze sulle elezioni presidenziali? Non direttamente, almeno per il momento, ma indirettamente sì. Mette in difficoltà tutto l’establishment del partito, facilita la campagna elettorale nazionale dei Democratici e rafforza l’immagine dei Repubblicani come un pugno di inaffidabili fuori di testa.

Cose da leggere
Bernie Sanders, the Populist Prophet, di Margaret Talbot sul New Yorker
The Return of the Middle American Radical, di John B. Judis sul National Journal
Why Marco Rubio Is Rising, di Nate Cohn sul New York Times

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