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Fiorina e Carson sgonfieranno The Donald?

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–416 giorni alle elezioni statunitensi
–135 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

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La cronaca della campagna elettorale statunitense è ancora immersa nelle valutazioni successive al dibattito televisivo dell’altra notte, e così sarà anche questa newsletter: c’è in giro la sensazione che si stia arrivando a un piccolo punto di svolta, alla fine di una lunga curva e all’inizio della gara vera e propria, magari con un Trump in meno e un Biden in più. Però è ancora davvero solo una sensazione.

Di cosa parleremo:
– una riflessione su questa newsletter, prima
– e il dibattito dei “piccoli”?
– cosa resterà del dibattito dei “grandi”, a freddo
– Fiorina e Carson sgonfieranno The Donald?
– cominciamo a discutere seriamente di sondaggi

Una riflessione su questa newsletter, prima
Ho riletto il resoconto del dibattito che ho scritto e inviato l’altra mattina e non ne sono stato soddisfatto. Ho omesso un paio di cose che avrebbero meritato di essere citate – gli scambi sulla politica estera nella prima parte della discussione e l’assurda risposta di Trump sui vaccini alla fine – e in generale mi sono concentrato troppo sullo scontro tra personalità e poco sullo scontro tra policy.

Ci sono due possibili spiegazioni, secondo me. La prima è banalmente che erano le sette di mattina dopo una notte in piedi: di solito reggo senza problemi ma stavolta ero più stanco del solito. La seconda è che effettivamente i dibattiti televisivi sono più uno scontro tra personalità che uno scontro tra policy. Gli americani li guardano per vedere più come se la cavano i candidati che per conoscere i loro programmi condensati in rispostine da 60 secondi. Ma questo non è un buon motivo per concentrarsi solo sullo scontro tra personalità, almeno per noi che guardiamo da lontano, altrimenti ne viene fuori un racconto incompleto. Ne terrò conto: intanto ogni feedback e commento da parte vostra è benvenuto, basta rispondere a questa email.

E il dibattito dei piccoli?
Per esempio, una cosa che mancava nell’ultima newsletter era un resoconto anche rapidissimo del dibattito tra i candidati minori. L’unico a farsi davvero notare è stato Lindsey Graham, senatore moderato di talento ma non un trascinatore di folle, preparato e molto aggressivo in politica estera, un altro che sarebbe interessante vedere tra i candidati principali: ma è difficile che ci arrivi. Guardate questo video dal dibattito, in cui Graham spiega perché alla sua Casa Bianca si berrebbe molto (è una cosa seria), e capirete che è un peccato.

Cosa resterà del dibattito dei grandi, a freddo
Col passare delle ore l’opinione dei giornalisti americani – confortata anche da quella degli elettori, a giudicare dai primi sondaggi successivi al dibattito – si è rafforzata attorno all’idea che Carly Fiorina sia stata la candidata che se l’è cavata meglio. Questo dimostra la sua abilità oratoria, che le aveva già permesso di raggiungere il dibattito dei “grandi” dopo aver partecipato a quello dei “piccoli” il mese scorso, e fornisce a Donald Trump un altro avversario più simile a lui di quanto si creda: una persona completamente fuori dalla politica, lontana dall’establishment del partito e che può dire di essersi costruita da sola i suoi successi e la sua ricchezza.

Di Fiorina parliamo meglio tra poco, ma ci sono altre opinioni su questo dibattito che si stanno consolidando: l’idea che Rubio ha dimostrato ancora di essere uno tra i candidati più competenti, parlando bene e con cognizione di causa di politica estera, peraltro mettendo così in difficoltà Donald Trump; che Carson continuerà a guadagnare terreno ancora per un po’ e che Huckabee e Paul sono praticamente fritti.

Bonus
Nel corso del dibattito nessuno ha mai nominato la riforma sanitaria di Obama, un tempo ossessione dei Repubblicani. Una possibile spiegazione è la realtà dei fatti: grazie a quella riforma sanitaria il numero degli statunitensi senza un’assicurazione è sceso ai livelli più bassi degli ultimi cinquant’anni.

Carly Fiorina e Ben Carson sgonfieranno The Donald?
Sì e no. Lei e Ben Carson sembrano i candidati messi meglio in questo momento, e non è un caso che siano tutti e due – come lo stesso Trump – persone che hanno costruito la loro carriera fuori dalla politica. Ma hanno tutti e due dei grossi limiti che potrebbero non impedirgli di sgonfiare Trump ma che prima o poi verranno fuori.

Ben Carson è molto indietro sul piano organizzativo e della raccolta fondi, ha detto negli anni cose contraddittorie su diverse questioni (comprese quelle che gli stanno più a cuore, come l’aborto) e altre incendiarie che terranno alla larga i molti finanziatori Repubblicani che vogliono un candidato che sia davvero in grado di vincere le presidenziali. Anche essere completamente estraneo dalla politica e privo di esperienza può aiutarlo in questa fase, ma alla lunga credo sarà più uno svantaggio: prima o poi dirà una cazzata, per esempio.

Carly Fiorina ha già un profilo più solido, ha alle spalle una buona carriera da manager e una campagna elettorale (persa) per il Senato in California, dice meno cose fuori-di-testa degli altri candidati (anche se ne dice), sa di cosa parla su molte questioni (economia e politica estera, per esempio) e ha facile accesso a finanziatori facoltosi e all’establishment del partito, pur non facendone parte. Più che come potenziale presidente, potrebbe essere interessante come vice. Il problema di Fiorina è che l’incarico più importante che ha avuto nella sua carriera – amministratrice delegata di HP dal 1999 al 2005 – è stato un mezzo disastro, che ha portato tra le altre cose a delocalizzazioni di rami aziendali fuori dagli Stati Uniti e ben 30.000 licenziamenti, che lei ancora difende. Quando si candidò al Senato in California, nel 2010, la sua candidatura fu demolita da spot come questo. Gli ex dipendenti di HP che parteciperebbero a spot contro Fiorina sono migliaia. Potremmo vederne ancora.

Quindi? Io dico che Fiorina e Carson possono sgonfiare il pallone Trump ma poi saranno a loro volta sgonfiati. Da chi? Sempre quelli: uno tra Jeb Bush, Marco Rubio e Scott Walker. Con la differenza che Walker si sta dimostrando inadeguato a una campagna elettorale di questo tipo e ha idee particolarmente estremiste, Bush ha grandi risorse ma è in difficoltà e Rubio secondo me sta andando sempre meglio e sta cominciando a trovare un equilibrio tra le necessità di andar bene alle primarie ed essere eleggibile a novembre 2016. Qualche possibilità marginale la lascio anche a Kasich. Siccome però senza un po’ di dati questi discorsi sono vuoti, e siccome siamo arrivati alla fine di settembre, è arrivato il momento di parlare seriamente di sondaggi.

Cosa dicono i sondaggi, a oggi
Per ora vale la pena seguire i sondaggi nazionali e quelli che riguardano i cosiddetti early states, quelli in cui si vota prima, cioè Iowa, New Hampshire e South Carolina. Occhio: i sondaggi nazionali vanno presi con le molle, perché negli Stati Uniti si vota stato per stato e con un sistema che fornisce spesso risultati slegati – se non addirittura contraddittori – con la distribuzione proporzionale del voto; e a questo punto della campagna su questi sondaggi incide molto la notorietà del candidati, la cosiddetta name-recognition, rispetto al valore percepito delle sue proposte.

I grafici che vedete sotto sono di RealClearPolitics e fanno una media tra i sondaggi di diversi istituti nelle ultime due settimane.

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Se siete disorientati, vi capisco. Abbiamo parlato di Fiorina, Rubio e Bush che in questi grafici però vanno malissimo; parliamo di un incombente “sgonfiarsi” di Trump e invece nei dati lui è sempre saldissimo in testa. Tenete conto però che questi dati documentano la fine di un’estate assurda e sono semplicemente lo stato dell’arte di una situazione destinata a cambiare molto: sono i blocchi di partenza, diciamo. Di questi tempi nel 2012 era in vantaggio Perry, nel 2008 erano in vantaggio Clinton e Giuliani. Cosa ne concludiamo? Che Trump è ancora il cosiddetto front-runner: non cresce più molto ma non scende nemmeno, almeno per ora. Che Carson è oggi il suo principale avversario. Che in Iowa dopo loro due ci sono Cruz e Rubio, ed entrambi potrebbero beneficiare di una loro crisi di popolarità. Che in New Hampshire quel 10 per cento di Kasich è interessante, e farlo fruttare è la sua unica vera speranza per ottenere una possibilità; lo stesso vale per l’8 per cento di Fiorina.

La prossima settimana parliamo dei sondaggi tra i Democratici: sono ben più noiosi, vi avverto.

Cose da leggere
Donald Trump May Not Have a Second Act, di Ryan Lizza sul New Yorker
The ‘Everything is Bad’ party, di Michael Grunwald su Politico
La lista delle celebrities che sostengono Bernie Sanders (nessuno sposta granché, ma fa un certo effetto: ci sono tra gli altri Patch Adams, Jackson Browne, Danny DeVito, Will Ferrell, Mark Ruffalo, Susan Sarandon, Sarah Silverman, Hans Zimmer e Steve Wozniak)

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