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Quattro giorni al dibattito dei Repubblicani

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–423 giorni alle elezioni statunitensi
–142 giorni all’inizio delle primarie, in Iowa

presidential seal

Col passare delle settimane, mettere insieme questa newsletter sta diventando sempre più complicato: succedono sempre più cose importanti ma non voglio scrivere un tomo da 100 pagine ogni volta. Leggendo le news sulla campagna elettorale si percepisce chiaramente che da un paio di settimane il motore della politica americana ha aumentato i giri, quindi andiamo direttamente al dunque.

Di cosa parleremo:
– mancano quattro giorni al dibattito
– un’intervista meravigliosa di Joe Biden
– il caso delle email di Hillary Clinton si sta per sgonfiare?
– Rick Perry si ritira
– la candidatura Lessig è una cosa seria?
– una cosa che ho sbagliato

Quattro giorni al dibattito
La CNN ha capito di avere tra le mani uno degli eventi politici dell’anno e ha anticipato di un’ora il secondo dibattito televisivo tra i candidati Repubblicani, previsto per il 16 settembre. Si comincia alle 20, le 2 del mattino in Italia. Il dibattito dei candidati “minori” invece andrà in onda alle 18, quando in Italia sarà mezzanotte. Io seguirò entrambi i dibattiti in diretta – mi trovate su Twitter – e giovedì 17 invierò un’edizione speciale della newsletter. Sarà di nuovo “tutti contro Trump”, pure più dell’altra volta.

Bonus
Col ritorno dalle vacanze la campagna elettorale è arrivata anche nei più popolari talk show televisivi. La stessa sera del dibattito dei Repubblicani Hillary Clinton andrà da Jimmy Fallon, che ieri sera invece ha avuto Donald Trump. Jeb Bush è stato ospite di Stephen Colbert, che ha ereditato il Late Show da David Letterman, e dal quale la settimana prossima arriverà lo stesso Trump. Niente di imperdibile in queste interviste; quella che DAVVERO dovete vedere è invece quella di Joe Biden da Colbert. La parte sulle sue intenzioni politiche forse è persino la meno interessante.

https://www.youtube.com/watch?v=opVaEC_WxWs

Il caso delle email di Hillary Clinton si sta per sgonfiare?
È stata l’ennesima settimana trascorsa a parlare delle email di Hillary Clinton. Detto che portare avanti a lungo una buona campagna elettorale in queste condizioni è impossibile, questa settimana sono arrivate due notizie che aprono quantomeno la possibilità che questo caso a un certo punto del prossimo futuro possa sgonfiarsi. La storia, in brevissimo, è che Clinton durante il suo mandato da segretario di Stato ha usato un indirizzo email privato (poteva farlo) ma forse con quella casella ha maneggiato anche informazioni governative riservate; e quando dal governo le sono state chieste le email, per archiviarle, lei ne ha consegnato una parte e ha cancellato le altre, dicendo che erano cose personali. È stata aperta un’indagine per capire se ci sono state informazioni riservate malgestite, in tutta questa storia, e Clinton ha consegnato il suo server di posta privato all’FBI. Nel frattempo sta andando avanti l’esame delle email che ha già consegnato, che vengono periodicamente diffuse alla stampa.

La notizia numero uno è: Hillary Clinton si è finalmente scusata per la storia delle email. Dopo aver passato mesi a difendersi come se fosse in tribunale, usando argomenti da avvocato e rifiutando di prendersi delle responsabilità, Clinton ha cambiato linea. Si è scusata in tv e poi ha mandato un’email ai suoi sostenitori:

Voglio che tu lo senta direttamente da me. Sì, avrei dovuto avere due indirizzi email diversi, uno per le cose personali e uno per le cose di lavoro del Dipartimento di Stato. Non fare così è stato un errore. Mi dispiace molto e me ne prendo piena responsabilità.

È importante che tu sappia alcune cose fondamentali. Il mio uso di un indirizzo personale per le cose di lavoro non era un segreto ed era permesso dalle regole del Dipartimento di Stato. Tutte le persone del governo con cui ho comunicato lo sapevano. Non ho mai inviato o ricevuto niente che fosse contrassegnato come “riservato”. Voglio essere la più trasparente possibile. Per questo ho consegnato tutte le mie email di lavoro al governo perché siano diffuse, e per questo testimonierò il mese prossimo davanti alla commissione del Congresso sui fatti di Bengasi. Lo so che è una storia complicata. E so che avrei potuto – e dovuto – fare meglio rispondendo a queste domande prima. Sono grato del tuo sostegno, e sappi che non sto dando niente per scontato.

Questo grande cambio di tono mostra quanto la piega presa dalla storia delle email stia preoccupando Clinton e il suo staff: le scuse potrebbero contribuire a placare un pochino almeno l’aggressività dei giornalisti e i malumori di finanziatori e attivisti.

L’altra buona notizia è che il Dipartimento di Giustizia ha difeso davanti a un tribunale il comportamento di Hillary Clinton, sostenendo non solo che aveva pieno diritto di usare un’email privata – questo lo sapevamo – ma anche di cancellare a sua discrezione tutte le email personali prima di consegnare al governo le email di lavoro. Addirittura avrebbe potuto cancellare le email personali, a sua discrezione, anche se avesse usato un indirizzo email governativo. Sia chiaro, non è vera una svolta: l’indagine FBI non riguarda Clinton ma serve solo a verificare che documenti riservati non siano finiti nelle mani sbagliate. Ma è un argomento in più a suo favore.

Rick Perry si ritira
Voi abbonati alla newsletter lo sapete da venti giorni che sarebbe successo, ma ora è ufficiale: Rick Perry ha ritirato la propria candidatura dalle primarie Repubblicane. Ufficialmente non è un ritiro bensì una “sospensione”, ma è un artificio dialettico: sospendere la campagna permette di continuare a raccogliere fondi e quindi pagare i debiti. Rispetto al 2008, quando a un certo punto era stato in testa ai sondaggi ed era visto come uno dei favoriti, Rick Perry nel 2015 ha messo in piedi una campagna elettorale molto più solida e meglio organizzata. Ma in politica spesso la prima impressione è quella che conta, come ha scritto Benjy Sarlin di MSNBC, e la prima impressione di Perry è stata questa scena imbarazzante.

https://www.youtube.com/watch?v=ByGf8lP87HU

Lessig è una cosa seria?
Lawrence Lessig è un apprezzato e rispettato docente universitario statunitense, esperto di questioni di libertà della rete e di copyright, che ha deciso di candidarsi alle primarie del Partito Democratico dopo aver raggiunto l’obiettivo di raccolta fondi che si era dato per sciogliere la riserva, un milione di dollari. La candidatura di Lessig è particolare: il suo programma consiste in un solo punto, la riforma complessiva del sistema elettorale statunitense, e dice che fatto quello si dimetterebbe. Le notizie finiscono qui, ma Lessig è oggetto di una giustificata venerazione online e molti mi hanno scritto chiedendomi se ha delle speranze. Per cui vi dico la mia, e prendetela come tale: non ne ha.

Non solo Lessig non ha speranze, ma a me la sua candidatura sembra la conferma di un fenomeno piuttosto noto: come un intellettuale di formidabile intelligenza ed esperto di policy possa diventare un completo sprovveduto quando si parla di politica. Presentarsi senza nessuna esperienza e chiedere l’incarico politico più complicato e ambito al mondo con un mandato monotematico? E questo per poi dimettersi una volta finito il lavoro? E chiediamo al resto del mondo di fermarsi perché Lessig è lì solo per occuparsi di alcune cose? Le riforme che Lessig propone, tra l’altro, può farle solo il Congresso: ed entrambi i partiti al Congresso avrebbero solo motivi per demolire un presidente così debole e privo di capitale politico da spendere (debole per scelta deliberata, addirittura).

Può darsi che tutto questo serva solo per fare pubblicità alle riforme proposte e influenzare i programmi dei candidati – sarebbe il miglior esito possibile – ma allora perché inventarsi la storia del “presidente monotematico”, che evidentemente indebolisce la campagna? Quelli di “Occupy” hanno influenzato la campagna del 2012 senza inventarsi niente di simile. Temo anche che ci sia un ruolo dell’ego non indifferente, dato che Lessig si trova in una rara condizione: vive in una bolla in cui è considerato un dio onnisciente e fuori da quella bolla nessuno ha la minima idea di chi sia.

Aggiungo altri due elementi alla discussione. Il primo è che Sanders e Clinton – ma soprattutto Sanders – sono coperti su questi temi, che comunque importano poco alla gran parte degli elettori. Il secondo è che alle ultime elezioni di metà mandato Lessig aveva già tentato una cosa del genere, raccogliendo una barca di soldi – 10 milioni di dollari – da destinare a candidati al Congresso che condividessero le sue idee. È stato un disastro. Nessuno dei candidati sostenuti da Lessig con una barca di soldi è stato eletto. Titolo di Politico: “Come buttare 10 milioni di dollari“. La politica non funziona così.

Nel frattempo, sul pianeta di Donald Trump
Donald Trump ha detto – nel lungo articolo di Rolling Stone che segnalo più avanti – che nessuno voterebbe mai per una con la faccia di Carly Fiorina. Un tempo avrei scritto “apriti cielo” ma in realtà è semplicemente Trump-being-Trump: è arrivato in testa ai sondaggi sparandola grossa ogni giorno ed evidentemente non vede perché dovrebbe smettere. I suoi dati nei sondaggi vanno sempre meglio, e andavano già benissimo. Diciamo che l’offensiva di Jeb Bush, che sta proseguendo, per il momento non sembra avere prodotto risultati: ma fra quattro giorni c’è un dibattito televisivo ed è lì che si faranno i conti davvero.

Quattro cose più piccole
La prima: il Boston Globe ha raccontato di come gli ex consulenti e collaboratori di Mitt Romney stiano lavorando attivamente – e in certi casi collaborando – per fermare Donald Trump. La seconda: Ted Cruz ha organizzato una piccola protesta contro l’accordo sul nucleare iraniano, di fronte al Congresso. Cruz sta ancora giocando a fare l’amichetto di Trump quindi ha deciso di invitarlo alla manifestazione. Grosso errore: su tutti i giornali “la manifestazione di Cruz” è diventata “la manifestazione di Trump”. La terza: Jeb Bush ha diffuso un nuovo spot da latte alle ginocchia. La quarta: Scott Walker nei sondaggi in Iowa è precipitato al 3 per cento; lo scorso febbraio era al 25 per cento. Bonus Nel 1987 l’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon si complimentò con Trump per la sua performance in un talk show, invitandolo a candidarsi alle elezioni.

Bonus
Nel 1987 l’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon si complimentò con Trump per la sua performance in un talk show, invitandolo a candidarsi alle elezioni.

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Correzioni
Nella scorsa newsletter ho scritto che Kim Davis, la funzionaria pubblica del Kentucky che si rifiutava di dare le licenze matrimoniali alle coppie gay, poteva essere licenziata invece che incarcerata. Ho sbagliato: Davis ricopre una carica elettiva e quindi non poteva essere licenziata.

Cose da leggere, monotematiche
Trump Seriously: On the Trail With the GOP’s Tough Guy, di Paul Solotaroff su Rolling Stone
Trump Is Right on Economics, di Paul Krugman sul New York Times (!)
Trump can’t actually win, can he?, di Doyle McManus sul Los Angeles Times

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