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Ehi Twitter, chi massacriamo oggi?

Sono uno di quelli che aspetta di avere dei soldi da ISBN Edizioni. Ho pensato all’opportunità di fare questa premessa, prima di dire quello che vorrei dire, e avrei preferito non farla: ma è necessaria sia come full disclosure, dato che nel mio piccolissimo sono parte in causa, sia per evitare l’obiezione più facile: “vorrei vedere te al posto loro”. I soldi che aspetto sono spiccioli e sono fortunato abbastanza da non averne bisogno per pagarmi l’affitto o le bollette: ho mandato una volta un’email di sollecito, mi è stato detto che la casa editrice era in grosse difficoltà economiche e che avrei potuto scrivere al direttore Massimo Coppola per ulteriori informazioni e solleciti. Non l’ho mai fatto: non mi andava di chiedere ancora i miei spiccioli a qualcuno che stava licenziando tutte le persone con cui lavorava da anni, che non mi risultava ci fosse diventato ricco e che mi aveva dato l’opportunità tutt’altro che scontata di partecipare a una cosa bella. Ovviamente la mia posizione è particolare e diversa da molte delle altre: se stessi aspettando un pagamento più sostanzioso, o se vivessi di traduzioni o libri, mi sarei fatto vivo eccome, avrei fatto causa, etc. E ovviamente non voglio dire che tutti i creditori avrebbero dovuto fare come me: chiedere il rispetto degli accordi presi prima di un lavoro è sempre sacrosanto. Fine della premessa.

Quello che volevo dire è che tra molte richieste educate e legittime, il linciaggio in corso sui social network – operato in grandissima parte da persone che non sono creditrici di ISBN, tra l’altro – è uno schema tristemente già visto: un tweet su una questione controversa, una battuta infelice o un ruolo in una storia complicata generano una montagna di messaggi disinformati, aggressivi, offensivi, brutali, a volte apertamente intimidatori. Per chi lo scrive è un messaggio scritto senza pensarci troppo, in cinque secondi, che sarà mai, oppure un modo per sfogarsi livorosamente durante una giornata faticosa; per chi li legge sono centinaia di cose violente e personali da leggere una dopo l’altra, per ore o per giorni. Tutti contro uno, a torto o a ragione: ci si diverte e nella folla ognuno pensa che il suo sassolino valga meno, che passi inosservato. Invece ogni sassolino pesa, fa star male e – se si ha una qualche microscopica rilevanza pubblica o qualche decina di migliaia di follower su Twitter – porta alla lunga alla decisione di non leggere più (non per snobismo: per sopravvivenza) o di non scrivere più, evitando di esprimersi su qualsiasi questione che possa procurare rogne, siano questi gli immigrati, l’indulto o i guai di una piccola casa editrice. Che poi è quello che ho pensato mentre scrivevo questo post, e stavo per cancellarlo.