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Il tennis fuori dalla testa – 2

Terra rossa con neve.

Una foto pubblicata da Francesco Costa (@francescocosta21) in data:

L’ultima lezione di tennis di dicembre è stata un disastro. Ho saltato la successiva: c’era lo sciopero generale, non sono riuscito a uscire in tempo dalla redazione per prendere la metropolitana, le macchine dei carsharing erano tutte già da un’altra parte, ma soprattutto ero stanco morto e non mi andava di sbattermi di più per arrivare al campo. Poi ci sono state le feste: lezioni sospese. E ho saltato anche la prima lezione di gennaio, perché era il venerdì in cui hanno trovato gli attentatori di Charlie Hebdo e sono rimasto bloccato in redazione fino a tardi. Sono tornato a giocare venerdì 16 gennaio dopo un mese, ero pronto a un altro disastro, invece è stata la migliore lezione da quando ho iniziato.

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Ho comprato un libro sul tennis, me l’ha consigliato un lettore del blog dopo che ho iniziato questo diario. In certi passaggi il libro sembra un po’ questo diario, però scritto da uno che ne sa: un istruttore di tennis che pensa alle cose che fa e sa prevedere che tipo di grugno e di curva delle sopracciglia assumeranno i suoi corsisti dopo un’istruzione spiritosa o dopo una decisa. A un certo punto racconta di quando si trovò davanti un ragazzo che non aveva mai toccato una racchetta prima e invece di spiegargli i movimenti fondamentali del dritto gli disse: guarda me, poi rifallo uguale; non pensare troppo a cogliere ogni dettaglio, cerca di memorizzare l’immagine del movimento. Il maestro tirò dieci dritti, uno dopo l’altro; poi toccò al ragazzo e quello tirò dei colpi ottimi, per uno che stava iniziando in quel momento, salvo che per il movimento delle gambe, inesistente. Il ragazzo gli disse che quella era in realtà proprio l’unica cosa a cui aveva fatto particolare attenzione guardando i dritti del maestro. È solo un esempio, una storia: ma la tesi del libro, che è molto popolare e apprezzato tra gli appassionati, è che si impara a giocare a tennis solo quando si comincia a farlo fuori dalla testa.

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Durante la lezione di venerdì 16 gennaio mi è riuscito quasi tutto perché ero così sicuro che sarebbe andata male che non avevo nessuna aspettativa da soddisfare, perché non speravo di vedere alcun miglioramento e prima di cominciare avevo già rinunciato all’idea di tornare a casa soddisfatto? Perché sono andato a colpire la pallina senza pensare a tutte le mille cose a cui pensare prima di colpire la pallina? In realtà tutte queste domande sono surrogati di quella centrale: sono così scemo? Il tennis vuole che faccia le cose senza pensarci? Il tennis vuole delle cose da me?

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Io e il mio amico non siamo da soli, al nostro corso, ma con altri due trentenni. Uno di questi dice che non aveva mai toccato una racchetta prima eppure è molto più forte di noi. Un altro campionato proprio. Io e il mio amico lo chiamiamo il fenomeno – lui fa anche un po’ il fenomeno – e ci rifiutiamo di credere che non abbia mai giocato prima del nostro corso. Da febbraio abbiamo iniziato a concludere le lezioni con delle partitelle, nella prima di queste io ho giocato in doppio col fenomeno. «Tu non hai idea di cosa arrivava da questa parte», mi ha detto poi il mio amico negli spogliatoi. Noi però lezione dopo lezione stiamo migliorando, dice il mio amico, ti ricordi com’eravamo all’inizio? Il fenomeno invece è sempre come prima.

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Sostiene quel libro che durante una partita di tennis si giochino in realtà tre partite: una tra i due giocatori, quella che vedono tutti, e poi altre due che non vede nessuno, dentro le teste dei giocatori. Quando vedete un giocatore parlare da solo o addirittura insultarsi, dice il libro, è perché dentro di lui si sta giocando un altro incontro tra la parte di lui che cerca di fare le cose e quella che gli dice come le deve fare. A me questa cosa per adesso non capita. Venerdì scorso credo di aver sbagliato tutti i colpi, ma proprio tutti, nei palleggi di riscaldamento che facciamo all’inizio della lezione: non me ne sono andato dopo dieci minuti perché sarebbe stata una sceneggiata ridicola, ma lo stato d’animo era quello. Per la prima volta mi sono incazzato, ma non con me stesso: col tennis. Ma ti pare che dopo una settimana a consumarmi al lavoro devo passare un’ora a sentirmi un deficiente? Ma cosa diavolo vuoi?

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Mi sono iscritto a un piccolo corso di squash, quattro lezioni, per vedere com’è. Mai giocato prima a squash. È andata che mi sono divertito alla prima lezione, anzi, mi stavo divertendo già dopo mezz’ora. Il tennis mi piace molto, di tanto in tanto sono molto contento di un colpo o di una lezione, notare i miglioramenti mi fa sentire orgoglioso, se proietto quello che sento adesso immagino che mi divertirei tantissimo a saper giocare dignitosamente. Ma dopo quattro mesi col tennis non mi sono ancora divertito. Forse per questo venerdì mi sono incazzato. Lo squash non ha fatto così il difficile con me. 

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Dice il mio amico che forse il tennis è come il violino, per quattro anni studi, provi e non fai davvero niente, solo zan, zan, zan, zan, zan, zan. Poi cominci a suonare. Io non lo so ma di certo quattro anni non duro.

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L’ennesimo servizio provato venerdì scorso a un certo punto è sembrato un vero servizio e ha fatto dire “EHI!” ai compagni di corso e al maestro, ma è stato un colpo di fortuna: e se non lo è stato, non saprei dire cosa ho fatto quella volta di diverso rispetto ai servizi venuti male. O meglio, concretamente lo saprei dire: il lancio non era corto come al solito, la racchetta è salita quando doveva e non troppo tardi, la spalla ha fatto il giro giusto in avanti invece che restare bloccata. Ma non è che mi sia impegnato di più in quel tiro che negli altri, semplicemente è capitato che quel servizio sia venuto bene. Certe cose mi sembrano ancora inafferrabili. Il rumore della pallina sulla racchetta per esempio è uno spoiler: quando è rotondo, forte come uno schioppo, ti dice se l’hai presa bene prima che tu lo scopra con gli occhi. Questo non impedisce che la pallina ben colpita si schianti sulla rete.

(la prima parte)