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American Sniper è un torto alle storie

kyle

La storia pazzesca di Chris Kyle, il soldato di American Sniper, l’avevo letta sul New Yorker nel giugno del 2013; poi l’avevamo raccontata sul Post, descrivendola appunto come “una storia da film”: ora il film l’hanno fatto, è uscito ed è un’occasione persa.

Se non avete visto il film o se non conoscete la storia di Chris Kyle,
da qui in poi ci sono spoiler.

Al contrario di quello che racconta American Sniper, la storia di Chris Kyle non è la storia di Topolino: è la storia di un uomo con qualità militari formidabili e un carisma fuori dal comune che ha passato tre anni in guerra a fare cose dell’altro mondo che lo hanno distrutto. Avete presente quelle storie in cui non si capisce fino in fondo chi sono i buoni e chi sono i cattivi, in cui il protagonista non è un eroe-senza-macchia ma un essere umano? Quella è la storia di Chris Kyle. Per questo il primo trailer di American Sniper prometteva così bene: perché descriveva il tipo di irrisolvibile dilemma morale a cui è sottoposto un cecchino in guerra, e lasciava immaginare che tipo di conseguenze potesse avere su un essere umano passare tre anni così.

Chris Kyle non era uno che tornato dalla guerra sistemò tutti i suoi problemi con una visita di 7 secondi dallo psichiatra. E i suoi problemi non erano semplicemente aver paura dei rumori improvvisi: una notte nel sonno stava per spezzare il braccio a sua moglie, per dirne una. Beveva, per dirne un’altra. Era stato arrestato diverse volte, tornato dall’Iraq: una volta per aver sfondato il recinto di una casa in macchina, ubriaco; una volta per aver menato un tipo che aveva dato uno schiaffo a una donna in un locale; un’altra volta per aver fatto a botte in un bar. Diceva di essere andato a New Orleans durante Katrina e di aver sparato a quelli che saccheggiavano le case abbandonate. Diceva di aver ammazzato due che volevano rubargli il pick-up. Diceva in generale parecchie balle, per una di queste la sua famiglia deve un sacco di soldi a un ex politico. Queste balle stanno nell’autobiografia di Kyle, da cui è tratto American Sniper: un libro vendutissimo che è un pezzo della storia di Chris Kyle, ma non la storia di Chris Kyle. Anche il modo in cui Kyle riuscì a un certo punto a raddrizzarsi la vita dando una mano ai veterani in difficoltà come lui era un pezzo della storia; anche la vita complicata di Eddie Routh, il ragazzo che lo ha ucciso, era un pezzo della storia.

Il problema non è che “Clint Eastwood ha fatto un film di propaganda militarista“, come sostengono alcuni; e la risposta non è semplicemente che “Clint Eastwood ha solo raccontato una storia”. La storia di Kyle era un’altra. Il problema non è nemmeno che il film non sia fedele alla vera storia, non è che American Sniper dovesse essere un documentario: ma prendere la storia di Chris Kyle e raccontarla così è un torto alle storie in generale. Qui ce n’era una, gigantesca, complicata e piena di sfumature, ma non è stata raccontata.