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Un diario sul tennis – 1

Il momento di maggior divertimento e minor autostima della settimana

Una foto pubblicata da Francesco Costa (@francescocosta21) in data:

Due mesi fa ho cominciato a giocare a tennis. Giocare e tennis per adesso sono parole grosse, ma ci siamo capiti. Volevo farlo da tempo ma probabilmente non mi sarei mai dato una mossa se a un certo punto la persona migliore che c’è non mi avesse regalato una racchetta e un corso. Mi piace molto. Vorrei farlo più spesso invece che una sola volta la settimana e ogni volta che mi alleno mi vengono dei pensieri nuovi: ho deciso di scriverli qui, senza nessuna particolare frequenza. Un po’ perché ho pensato che potrei avere voglia di rileggerli in futuro, un po’ perché mi incuriosisce da tempo l’idea di scrivere una specie di diario: sui fatti miei non lo farei, almeno non qui, ma sul tennis sì. Poi sono sempre fatti miei ma cercherò di non fregarmi da solo.

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Vado al corso di tennis con un amico, ci siamo iscritti insieme. Anche lui come me non aveva mai toccato una racchetta prima. La lezione di prova serviva soprattutto ai maestri per dividere il gruppone dei nuovi iscritti secondo il rispettivo punto di partenza. C’era chi aveva già giocato e poi aveva smesso, chi non aveva mai smesso e aveva solo cambiato circolo, chi era bravino e chi era più che bravino. Il nostro punto di partenza era zero, non è che servisse provare, ma il capo dei maestri ci ha detto: “provate a palleggiare, magari uno di voi è un fenomeno”. Ora, chiunque segua lo sport, uno sport, almeno una volta nella vita ha sognato di essere un fenomeno. Come sarebbe segnare un gol ai Mondiali? Vincere una medaglia alle Olimpiadi? Rotolarsi sulla terra del Roland Garros? Eccetera. Io a volte penso a un’altra cosa, collegata a questa: e se il più grande pilota di Formula 1 di sempre non ha mai guidato una Formula 1? E se il più grande violinista del mondo non sa cos’è un violino? Ovviamente non funziona così, non è che prendi la racchetta in mano e scopri di essere un fenomeno: sì, serve una dotazione genetica speciale, che già è una cosa rarissima, ma soprattutto serve fare la stessa cosa per almeno 10.000 ore. Poi forse possiamo parlarne. Ma ecco, tu non hai MAI toccato una racchetta da tennis e lì c’è il maestro di tennis che te lo dice: “prova, magari sei un fenomeno”. E tu pensi: provo, magari sono un fenomeno.

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Ovviamente lo scambio di 10 minuti tra me e il mio amico è stata una cosa tipo Benny Hill Show. Decisamente non siamo fenomeni. Poi ho pensato: se scopri a trent’anni di essere un fenomeno a tennis non è una bella notizia, è un dramma. Che è un po’ come la volpe e l’uva però è vero. Diciamo che sarebbe stato bello essere bravini.

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Era da tempo che per un’ora qualcuno non mi dava un comando tutto sommato così semplice: colpisci la pallina. Certo, non devi colpirla a caso. Però passo le giornate della settimana a lavorare con la testa, quasi immobile non fosse per le dita, e il venerdì sera invece mi viene detto: corri e colpisci la pallina. Uno potrebbe pensare: è rilassante, stacchi la spina. Invece non è una cosa che fai per sgombrare la mente, non è come andare a correre. È una cosa che richiede l’attenzione e la concentrazione di quando lavori, solo impiegata in un modo che non potrebbe essere più diverso. Forse a un certo punto diventerà tutto più immediato e naturale, ma per il momento prima di ogni colpo ho bisogno di pensare a tutto: il tempo di arrivo sulla palla, l’impugnatura giusta da mantenere, la rotazione del braccio, l’inclinazione del polso. Mi capita di concentrarmi troppo su una di queste cose e quindi fare male le altre. Poi mi concentro su una delle altre e faccio di nuovo male la prima.

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Io sono mediamente allenato da un punto di vista fisico: vado in palestra, corro, ho giocato per anni a pallavolo, a un certo punto ho fatto persino l’arbitro di calcio. Di recente ho fatto anche qualche lezione di spinning, per vedere com’era, e sono sopravvissuto senza problemi anche alla sessione massacrante. Il tennis però è una fatica diversa, fatta solo di scatti e arresti improvvisi, che non avevo mai sperimentato. E in fondo per me è solo un’ora, spesso passata a provare e riprovare singoli colpi: prima solo il dritto, poi solo il rovescio, poi solo il servizio. I giocatori veri, non solo i mostri, passano tre o quattro o cinque ore a correre da una parte all’altra del campo. Sarà banale ma la prima cosa che ti chiedi è come diavolo fanno. All’inizio è faticoso anche raccogliere le palle da terra tra un esercizio e l’altro. Anche perché sono tipo trenta, quaranta palle a testa ogni volta, sparpagliate un po’ ovunque: e vuoi fare in fretta perché non vuoi togliere tempo alla lezione. Il mio amico dice che vuole inventare un aggeggio per raccoglierle più velocemente e senza spezzarsi la schiena. Esiste già, gli ho detto, ma lui dice che il suo sarebbe meglio. Lui è uno sveglio e io non lo escluderei.

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Una volta sono andato a lezione di tennis il giorno dopo aver fatto spinning. A metà lezione non mi riusciva più niente. Non era una questione fisica, non è che boccheggiassi col fiatone: però non ero più concentrato, sbagliavo le cose facili. La prima cosa che la stanchezza fisica aveva intaccato, prima che il fisico, era la lucidità mentale. Un’altra di quelle cose che dicono nelle telecronache.

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Una cosa che ho imparato: a tennis, almeno per me, il modo migliore per fare una cosa è il modo più innaturale. Se hai una racchetta in mano e vuoi colpire una pallina, c’è un modo istintivo per farlo, un modo naturale: ed è il modo per sbagliare. Il maestro allora ti spiega come devi mettere le gambe, come devi muovere le spalle, cosa devi fare con l’avambraccio, col polso, eccetera, ed è un disastro. Ti sembra di fare una cosa contro natura, di essere sgraziato e legnoso come Pinocchio. Poi a un certo punto il colpo ti riesce una, due, tre volte, e capisci che il modo migliore per fare quella cosa – colpire la pallina – era effettivamente il più complicato. Forse vale solo per me, però, perché anche questa è una cosa con cui sono fissato. L’unica strada breve è quella lunga.

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Ogni tanto mi riesce un bel servizio – bello per il mio livello rudimentale, eh, però bello. Forse è perché ho giocato tanto a pallavolo e mi è rimasto un po’ di occhio sul lancio della palla. Però in generale uso troppo il polso e anche questo forse si deve al fatto che ho giocato tanti anni a pallavolo.

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Usciti da una lezione, tornando a casa, mentre parlavamo il mio amico mi ha detto: «Dai non deprimiamoci, dimmi una cosa bella». Stavamo parlando di due cose diverse contemporaneamente, in quel momento lui si riferiva alla politica mentre io pensavo che stesse parlando dei nostri piccoli progressi a tennis. Quindi gli ho detto: «Tra sei mesi ci facciamo una partita di tennis». Lui si aspettava qualcosa su Beppe Grillo e quindi ha fatto una faccia strana.