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Il business della fiducia

Sono negli Stati Uniti da qualche giorno a fare un giro tra le aziende della cosiddetta sharing economy: per capirci, quelle che si basano sull’uso di un oggetto invece che sul suo possesso (per esempio Enjoy, Car2Go, Uber o Airbnb) oppure su piattaforme che mettono in contatto chi cerca un servizio con qualcuno che – spesso occasionalmente e da non professionista – vuole offrirlo: come UberPop, o Rover, o Bell Family (se alcuni di questi nomi non vi dicono niente, è probabile che lo facciano nel prossimo futuro). C’è un’altra cosa che accomuna tutti questi servizi, alla fine della fiera: girano parecchio attorno alla fiducia.

Se decido di affittare casa mia a uno sconosciuto su Airbnb, se chiedo a un autista di UberPop di portarmi da qualche parte alle due del mattino, se cerco su Rover qualcuno che si prenda cura del mio cane o su Bell Family qualcuno che si prenda cura di mia figlia – in tutti questi casi sto facendo un investimento alla cieca in qualcuno che non conosco per niente. Che potrebbe essere ritardatario, incompetente, inaffidabile, sbadato o anche peggio: pensate a quelli – pochi, ma ci sono – che affittano una casa su Airbnb e la ritrovano semi distrutta (dopo qualche guaio del genere, Airbnb ha deciso di offrire ai suoi utenti una solida copertura assicurativa). In un certo senso sta facendo un investimento di fiducia su uno sconosciuto anche Car2Go, che mi lascia usare le sue auto senza sapere se ho bevuto troppo e quante volte mi hanno ritirato la patente.

Non si tratta di una cosa che è nata con la sharing economy, ovviamente: facciamo un investimento in termini di fiducia anche tutte le volte che ordiniamo qualcosa su eBay, per esempio (io sto ancora vanamente aspettando un vecchio GameBoy che tutto contento avevo comprato cinque mesi fa). Ancora: facciamo un investimento di fiducia ogni volta che entriamo in un ristorante che non conosciamo (quanti di voi ormai prima prendono lo smartphone e danno un’occhiata velocissima al punteggio su Yelp o Tripadvisor?). Ma la sharing economy ha fatto esplodere il numero di occasioni del genere – pensate solo ad Airbnb, che in pochi anni ha raggiunto un pubblico e una capillarità fuori dalla portata delle più grandi catene alberghiere del mondo – ed è probabile che il grosso debba ancora arrivare: e quindi finiamo sempre più spesso a leggere commenti e recensioni altrui per capire se fidarci o no di qualcuno. Cosa dicono di quell’hotel su Booking? Cosa dicono di quella casa su Airbnb? Cosa dicono di quel venditore su eBay? Eccetera.

Una delle startup che ho visitato in questi giorni si chiama TrustCloud e permette secondo me di dare un’occhiata a un pezzetto della nostra vita tra dieci o quindici anni. TrustCloud è un “misuratore di affidabilità”: una volta che ti registri, ti chiede di avere accesso ai tuoi dati pubblici reperibili online (ti fidi?) via Facebook, Twitter, Linkedin, eBay, Tripadvisor, Yelp, Airbnb o servizi simili, Car2Go o servizi simili, Taskrabbit o servizi simili. Tutti questi dati – la tua anzianità sui social network, la ricchezza del tuo profilo su Linkedin, le cose che dicono di te quelli che ti hanno affittato una casa o prestato una macchina, quelli a cui hai venduto oggetti usati online, quelli che hanno mangiato a casa tua con EatWith, quelli che hai portato in giro con UberPop, etc – sono messi insieme da un algoritmo che ha lo scopo di stabilire innanzitutto che sei una persona vera e non solo un indirizzo email, e poi anche quanto sei bravo. Negli Stati Uniti, se vuoi, puoi chiedere a TrustCloud di fare anche un “background check”, cioè un controllo dei tuoi precedenti penali e della tua situazione giudiziaria su base locale, statale e federale. Ti hanno fermato perché guidavi ubriaco? La tua ex moglie ti ha denunciato per molestie? Eccetera. A me che sto solo comprando un Gameboy i tuoi precedenti penali interessano fino a un certo punto, ma a quello che sta cercando all’ultimo momento una babysitter invece sì.  Tutti questi dati vengono pesati e convertiti in un punteggio da 1 a 1000. Oltre 700 ti puoi considerare soddisfatto. Nessuno al momento va oltre il 900, nemmeno i fondatori della società (io ho 758).

Creare un servizio che punta a diventare uno standard – adottato da società diverse e a volte anche rivali – è un obiettivo piuttosto ambizioso, ed è probabile che Airbnb, eBay, Uber e gli altri pezzi grossi continuino a utilizzare i loro collaudati sistemi di recensioni e punteggi per far sì che i loro utenti capiscano di chi si possono fidare e di chi no (anche se a me, comunque, il Gameboy non è mai arrivato), ma con la crescita di questo tipo di società e del loro pubblico – “sharing is already estimated to account for 1.3% of Britain’s GDP” – non è difficile immaginare un futuro di sostanziose opportunità per idee del genere. Un popolo di recensori e recensiti. Con tutte le conseguenze e le discussioni del caso, già vi vedo!, in termini di privacy, sicurezza, diritto all’oblio e gestione delle informazioni personali online. Una volta di più: era il 1999, niente di tutto questo era nell’aria, e aveva ragione Sam Seaborn.