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I Mondiali e un fottuto cavetto

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Se ieri sera avete visto la partita amichevole tra Italia e Fluminense, sapete cosa è successo. Il guaio mi ha fatto pensare alle vicende odierne della RAI – un organico mastodontico, un assurdo sciopero annunciato col vocione e ritirato sottovoce, certi sciatti incidenti con la programmazione– ma anche a un’altra cosa che mi ha raccontato qualche tempo fa Angelo Carosi, il capo dei registi sportivi di Sky. La storia intera – su Sky e i Mondiali in Brasile – è uscita con una nuova rivista di calcio che si chiama Undici.

«Alla fine tutto quello che facciamo passa da un cavetto. Un fottuto cavetto della fibra ottica. Se viene attaccato un po’ male, un po’ storto, può rovinare tutto». Angelo Carosi, capo dei registi sportivi di Sky, mi spiega così un concetto ricorrente nel racconto di qualsiasi impresa sportiva – l’importanza dei dettagli, il centimetro di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica” – che evidentemente si applica anche a chi le imprese sportive ha il compito di raccontarle. Dentro quel tutto ci sono moltissime cose: se i Mondiali di calcio sono quello che sono, cioè un evento sportivo e un fenomeno popolare paragonabile forse soltanto alle Olimpiadi, che di tanto in tanto per un paio d’ore paralizza interi pezzi di mondo, è grazie alla televisione. Uno magari non ci pensa, lo dà per scontato, ma tranne che per pochissimi fortunati i Mondiali sono di fatto quello che vediamo dei Mondiali attraverso la televisione. Se sei Sky, e sei l’unica tv italiana a trasmettere tutte e 64 le partite dei Mondiali di calcio, sai che si parla – come per i calciatori – del coronamento di sforzi che cominciano molto lontano. E sai che un cavetto attaccato male non rovinerebbe soltanto il tuo lavoro: per il pubblico italiano, rovinerebbe i Mondiali. Quindi non si può sbagliare.