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6 cose che ho letto nel libro di Rudi Garcia

Una delle conseguenze della pubblicazione e del successo dell’autobiografia di Andre Agassi, Open, è aver dimostrato che i libri degli atleti non devono essere necessariamente un compitino, un’operazione “regalo di Natale per parenti con poche idee”, un elenco di frasette prevedibili come le interviste del dopopartita: possono essere dei libri veri. Certo, nel caso di Agassi per riuscirci sono serviti una storia eccezionale, uno scrittore formidabile già premiato col Pulitzer e soprattutto la volontà di far sapere fatti e giudizi che altri atleti avrebbero preferito tenere per sé, un particolare importante di cui non sempre si tiene conto. Ma d’altra parte si potrebbe anche pensare: tutto qui? Tanti sportivi hanno storie di vittorie e sconfitte eccezionali da raccontare; le persone che sanno scrivere molto bene questo genere di storie non sono tantissime ma nemmeno pochissime; la volontà di essere sinceri dipende in fin dei conti solo dall’autore stesso.

Insomma, tutto questo per dire che io adesso ogni volta che mi accingo a leggere un’autobiografia di uno sportivo coltivo la speranza che sia almeno un po’ come Open – avvincente, ben scritta, non banale, coraggiosa. E lo stesso ho sperato aprendo l’autobiografia di Rudi Garcia, l’attuale affascinante allenatore della Roma: non solo per questo meraviglioso stato d’animo da innamoramento adolescenziale che da tifoso nutro nei suoi confronti, ma anche perché il personaggio ha dimostrato in questi mesi di essere un’eccezione nel pigro mondo del calcio italiano, di non cercare sempre la risposta più scontata di tutte, di avere delle cose da dire. Le mie speranze sono state deluse – Tutte le strade portano a Roma non è Open – e forse in prima istanza erano ingenue: le cose più grandi della carriera di Garcia probabilmente devono ancora accadere, e le biografie importanti si scrivono forse (forse) alla fine del proprio percorso e non mentre si ricoprono incarichi particolarmente delicati. Detto questo nel libro qualcosa di interessante c’è, al di là del semplice racconto della vita e della carriera di Rudi Garcia, che già non è poco. Queste sono sei cose che mi sono messo da parte, mentre lo leggevo.

«Non sarà a lei che domani chiederò di firmare»
Una delle cose più letterarie della vicenda di Rudi Garcia alla Roma è che l’allenatore oggi venerato da una città intera è stato effettivamente solo la terza scelta. Oggi c’è un po’ di pudore a parlarne, comprensibilmente, ma guardando alla questione con gli occhi di allora è evidente che non ci sia stato nulla di male. Garcia racconta la storia in modo piuttosto asciutto. Allegri e Mazzarri, i primi allenatori a essere cercati dalla società, avevano preferito altre opzioni; la Roma si era allora diretta su Laurent Blanc e Rudi Garcia ma con un’iniziale forte preferenza per il primo, tanto che quando Garcia era arrivato al suo primo colloquio con il direttore sportivo della Roma, Walter Sabatini, questo lo aveva accolto dicendogli: «Per evitare malintesi ci tengo a dirle che, anche se la vedo oggi, non sarà a lei che domani chiederò di firmare». Insomma, la decisione era presa. Poi però il colloquio con Garcia era andato molto bene, quello con Blanc invece molto male, il resto della storia è noto.

«Ah Rudi, è così che ti voglio vedere qui! Voglio un capo!»
Anche questa è una frase di Sabatini, uno che di libri sulla sua storia ne meriterebbe non uno ma due: la disse a Garcia quando questo s’incazzò per i ritardi nella compilazione del suo contratto e dei suoi collaboratori. Davanti al dipendente che sbotta e si impone, uno si aspetterebbe il dirigente che alza la voce più forte o che si mette sulla difensiva. Sabatini invece tira un sospiro di sollievo: grazie al cielo, cercavamo proprio uno come te.

Un messaggio ai tifosi scemi e ai contestatori di professione

Non si fanno migliorare i giocatori sbraitando contro di loro o mettendoli all’indice. E quando si bloccano, per una ragione o per un’altra, non bisogna innervosirsi ma individuare le difficoltà da superare. Dire le cose, certo. Affrontare i problemi, senz’altro. Ma mai drammatizzare, né ribaltare la scrivania per sfogarsi. Non serve a nulla.

Una forbice nella schiena
A un certo punto, da ragazzo, un tizio per strada piantò un paio di forbici da sarto nella schiena di Rudi Garcia: per poco non gli perforarono un polmone. I dettagli ve li leggete nel libro.

André Villas-Boas e Francesco Totti
Parlando del suo rapporto con Totti, Garcia a un certo punto scrive che qualcuno – non si capisce bene chi – gli ha detto che “se Villas-Boas, qualche mese prima, aveva rifiutato un’offerta del club, era stato per non dover gestire il caso Totti”.

Come giocare a calcio

Al gol all’incrocio dei pali su calcio al volo da venti metri che esalta il talento individuale, preferisco la rete segnata al termine di una lunga azione collettiva, nata da un movimento globale, con una serie di passaggi che coinvolgono più uomini, con tocchi di prima e, infine, il giocatore che smarca con generosità il suo compagno. La parola squadra esprime bene, secondo me, ciò che denota: una somma di giocatori e di personalità. È il legame da creare fra loro che trovo appassionante. Denoieix ha espresso il concetto molto bene: «Un giocatore vale molto. Un altro giocatore vale molto. Ma il rapporto tra i due non ha prezzo».