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Qualche domanda sui soldi pubblici alle agenzie di stampa

Confesso di aver scoperto soltanto ieri che il governo tra il 2013 e il 2014 ha speso più di 50 milioni di euro per la «fornitura di servizi giornalistici», trasferendo quella somma ad agenzie di stampa e altre società editoriali in cambio dei loro servizi. Che il governo decida di abbonarsi alle agenzie di stampa non è scandaloso, anzi, è probabilmente opportuno, ma si tratta davvero di molti soldi. Per avere qualche termine di paragone, si tenga presente che gli “affitti d’oro” su cui si è molto discusso e litigato ammontano a circa 20 milioni di euro l’anno, oppure che i famigerati vitalizi dei senatori, descritti da alcuni come una vera emergenza nazionale, costano 55 milioni di euro all’anno. E attenzione, qui non parliamo dei discussi fondi all’editoria: parliamo di abbonamenti per servizi. Non vale l’argomento della difesa della pluralità delle informazioni e delle opinioni, insomma; vale il fatto che questi soldi – nostri soldi, vorrei dire, se l’espressione non avesse ormai quel carico inevitabile di bava alla bocca – siano una spesa adeguata o no, investita in cambio di servizi adeguati o no.

Nel 2013, la cifra più consistente è andata all’agenzia Adnkronos, di proprietà di Giuseppe Marra: 8.986.820 euro. E per il 2014 è stato appena stipulato un nuovo contratto per altri 8.986.820 euro. In tutto fanno circa 18 milioni di euro di soldi pubblici a un editore che ha annunciato un piano di tagli lacrime e sangue per la sua testata che prevede 23 licenziamenti e contro il quale i giornalisti sono in mobilitazione da settimane. L’altra agenzia di stampa cui nel 2013 sono andati un bel po’ di soldi è quella di proprietà dell’Eni, l’Agi: 9.200.300 euro. Il contratto di fornitura di servizi giornalisti con l’Ansa, invece, sempre per il 2013, è stato di 7.256.840; quello con l’Asca di 2.998.800. E quest’ultima si è già assicurata anche la copertura per il 2014: 2.998.800 euro. Tm News del banchiere Luigi Abete, presidente della Banca nazionale del lavoro (il 40% dell’agenzia di stampa è detenuto da Telecom Italia), nel 2013 ha incassato 2.548.450 euro e per il 2014 ha già portato a casa un altro contratto da 2.548.450 euro. C’è poi Impronta Srl, la società editrice de Il Velino, di proprietà dell’imprenditore Luca Simoni, che nel 2013 ha incassato da Palazzo Chigi 1.817.130 euro. Per il 2014, con il nuovo nome di Agv News Srl, ha chiuso un contratto con la presidenza del Consiglio per altri 1.187.130.

La ragione per cui questa storia trova pochissimo o nessuno spazio sui giornali non è complicata da intuire, ma alcune cose da dire ci sono. La prima cosa notevole è che queste rilevantissime cifre spese dal governo sono in alcuni casi clamorosamente fuori mercato. Lettera43 scrive che “in molti casi” l’acquisizione di questi servizi – in molti casi eccellenti servizi, ma non in tutti – avviene senza una gara pubblica, come invece avrebbe senso fare. La seconda cosa notevole è che, considerato quanto questi trasferimenti sono ingenti, non è esagerato supporre che molte di queste agenzie di stampa senza i generosi abbonamenti governativi semplicemente chiuderebbero. In che modo questo incide nei rapporti tra il governo e i giornalisti? In che modo incide sulle scelte editoriali delle testate? La sopravvivenza di ogni testata è sempre legata alla decisione dei suoi clienti di continuare a spendere qualcosa per i suoi servizi, soldi o tempo o entrambi, siano questi clienti i lettori o gli inserzionisti o le istituzioni o altri enti e soggetti: ma cosa succede quando un solo cliente è in grado di determinare la vita o la morte di una testata – e per giunta quel cliente è il governo? Quanto è sano che la sopravvivenza di un’agenzia di stampa sia legata direttamente e anno per anno a una decisione del governo, peraltro presa in modo non particolarmente trasparente? Ok, questa era una domanda retorica.

Ora, la chiusura delle testate non è certamente uno scenario auspicabile, e i soldi del governo aiutano a tenere sul mercato aziende editoriali che forse non sarebbero in grado di starci, se stessero solo sulle loro gambe: detto che si tratta comunque di una spiegazione discutibile, visto che quei soldi dovrebbero servire ad altro e lo Stato investe già delle risorse a quello scopo (i fondi all’editoria, per l’appunto), cosa viene prima e cosa dopo? I soldi del governo servono a tenere in piedi aziende che altrimenti non sarebbero in grado di stare sul mercato, oppure fanno sì che per queste aziende l’idea di “stare in piedi sul mercato” – cambiando, innovando, gestendo meglio le loro risorse, fornendosi di personale e pratiche adeguate ai nostri tempi – non sia poi così prioritaria e pressante, e quindi di fatto non lo saranno mai? Il rischio è ritrovarsi alla fine con un bel po’ di soldi pubblici spesi ogni anno a conservazione e protezione di un sistema dell’informazione che avrebbe bisogno di rinnovamenti radicali. Vorrei dire che gli unici a essere danneggiati in entrambi i casi sono i cittadini, se l’espressione non avesse ormai quel carico inevitabile di bava alla bocca.