Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Il punto di vista sul giornalismo sportivo di uno che legge 100 articoli al giorno

A proposito delle cose che dicevamo sul giornalismo sportivo – quello attuale e quello nuovo – questo è quello che mi ha scritto Lorenzo Serafini, che ha fatto per alcuni anni il giornalista sportivo a Roma (per Repubblica e per Retesport) e che dallo scorso luglio lavora nell’ufficio stampa e comunicazione della Roma – cioè una delle professioni della mia Top 10 Dei Lavori Più Belli Del Mondo. Cose preliminari da sapere: Lorenzo Serafini è molto giovane (ha 23 anni) e molto in gamba.

Davide Coppo ha scritto su Studio un pezzo che ho trovato molto interessante, riguarda ciò che definisce “letteratura sportiva di qualità”, la stessa che Francesco Costa individua invece come “nuovo giornalismo sportivo”. Non sono in cerca di una definizione diversa, ma solo stimolato da un discorso che comprende qualcosa che mi ha riguardato in passato (scrivere articoli sportivi, anche per Repubblica) e che mi riguarda ora (da addetto stampa di una società di calcio, leggere quotidianamente circa un centinaio di pezzi). Dal mio punto di vista l’interrogativo di Davide su questa letteratura sportiva – “perché la scriviamo?” – cambia e diventa: “perché la leggo?”.

Quando ho iniziato a scrivere, battevo sulla tastiera con la convinzione di poter scrivere qualcosa di diverso da ciò che vedevo proposto sullo stesso tema. Risultato: decine di pezzi simili ad altre decine. Colpa sicuramente mia, ma anche di un ambiente restio ai cambiamenti e alle novità. Più o meno d’accordo con la definizione di Francesco, provo a sintetizzare i tre problemi che ho incontrato nella mia esperienza:

Temi – Esiste una difficoltà, quasi insuperabile, nell’uscire dai soliti argomenti: il colpo di mercato, la (presunta) discussione tra la stella della squadra e l’allenatore, il malumore nello spogliatoio, il ritorno al gol, il record del singolo… potrei continuare, con la sicurezza che ad ogni tema citato vi sia tornato alla memoria un articolo letto recentemente. Ci si imbatte di continuo in questi tòpoi, in quanto ciò che viene chiesto a chi scrive (non solo dal caporedattore di turno, ma in parte anche dai lettori). Difficile, a tratti impossibile, realizzare qualcosa di diverso. Pena, la bocciatura del pezzo. Nella mia esperienza, spesso si è rivelato inutile proporre un tema di approfondimento, ricevendo in risposta un “ok si, interessante, però ci sarebbe questa cosa che gira…”. Ed ecco allora il gossip, i rumors da verificare, la voce incontrollata, che diventa pezzo, titolo, click e condivisioni. La proposta iniziale viene abbandonata, insieme al desiderio di proporre qualcosa di diverso il giorno dopo.

(C’è da considerare inoltre un problema di vincoli fisici, che riguarda la carta stampata e che inibisce la libertà d’espressione di chi scrive. Quando a 20 minuti dalla consegna ti chiedono di tagliare 15 righe perché è entrata la pubblicità nella pagina, non è semplice ricercare un lessico particolare e si finisce per scadere in frasi banali e semplici per limitare i danni).

Lingua – Lavorando in un ufficio stampa, la mattinata consiste nella lettura di un centinaio di articoli sportivi. La sensazione finale, spesso, è di un unico grosso pentolone di informazioni e notizie simili, raccontate mediamente con le stesse parole. L’asticella difficilmente si alza.

(Nota: la lettura da “interno”, cioè da chi conosce internamente l’argomento di molti articoli, mi ha insegnato che spesso ci si avvicina al 40-50% della verità.)

Gli articoli sono terreno fertile per la diffusione di termini ormai logori, ripetuti fino allo sfinimento, stereotipi sulle nazionalità dei giocatori (l’argentino sarà sempre un duro, il brasiliano uno splendido funambolo). C’è lo scontato gioco di parole nei titoli, nomignoli e cliché intramontabili, vocaboli che trovano vitalità solamente in questo genere di pezzi, che raramente utilizziamo nella vita reale: “il rammarico”, “il malessere”, “il malumore”, “la porta spalancata”, i giocatori “in entrata e in uscita”, la “mossa sbagliata o vincente”. C’è quindi evidentemente una lingua da riportare al centro della vita reale.

Contenuto – Nessuna condanna alla stampa sportiva italiana, che offre senza dubbio ancora pezzi scritti molto bene, punti di vista spesso interessanti, interviste e approfondimenti statistici. In particolare quando riesce ad andare oltre il campanilismo, i personalismi, le trivialità proprie soprattutto del calcio. Accertate le difficoltà nell’inceppare un meccanismo editoriale volto alla produzione di informazione spesso da fast food, si potrebbe però tentare di cambiare qualche rotella dell’ingranaggio. Servono ancora paginate di cronaca di una gara disputata 5-6 ore prima che il giornale ci finisca tra le mani? Siti di dirette testuali, applicazioni per tablet, paytv, radio e social network: oggi un lettore ha decine di possibilità, più immediate ed efficaci di un articolo, di conoscere dettagliatamente la cronaca di un evento sportivo, mentre questo è in pieno svolgimento e, magari, vedendo anche gli highlights pochi minuti dopo il fischio finale. Perché non provare a realizzare un servizio diverso allora?

In questi tre motivi e in un esempio come questo c’è la risposta al “perché la leggo”, relativamente alla stampa sportiva che prova a innovare forme e contenuti. Per la necessità di qualcosa di diverso dal quotidiano, ma che allo stesso tempo si occupi del calcio (o dello sport) del quotidiano. Un’integrazione, non una sostituzione all’informazione che offrono i giornali, ancora indispensabili (la letteratura sportiva non potrà mai sostituirsi al raccontare le notizie), ma da rivedere in contenuti e forme. A coloro che, come Davide, hanno intrapreso questa forma, dico: costruite la domanda. È una forma di comunicazione da scoprire, ma che può contare su una richiesta ancora latente ma presente. Questo tipo di letteratura ha già un suo spazio, quello degli scaffali di una libreria e dell’online. Ma creare una domanda, significa anche educare i lettori, far apprezzare un modo diverso di raccontare ciò che amano. Un futuro sui giornali, ad oggi, è difficile da immaginare, almeno quanto il futuro stesso dei quotidiani sportivi. Proprio per questo, forse, sperare in un tentativo di adozione, di commistione, non è forse così assurdo.