Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Sport, giornali, letteratura

Davide Coppo ha scritto su Studio un articolo che mette insieme un po’ di idee e opinioni su una cosa che lui chiama “letteratura sportiva di qualità” e che a me viene di chiamare “nuovo giornalismo sportivo”: parliamo dell’uso di “tecniche letterarie” per scrivere articoli giornalistici su storie di sport, ricchi di dettagli, descrizioni, racconti. Non è niente di particolarmente nuovo, ma è un genere che sta conoscendo una nuova fortuna. In Italia quelli che negli ultimi dieci anni hanno provato meglio a combinare questi due registri – grandi storie di sport raccontate con tecniche letterarie – sono stati probabilmente quelli di Sfide, ma in tv. Tra i libri qualcosa in italiano esiste, ma molto poco. Sui giornali quasi niente, mi sembra. Metto per iscritto qui l’idea che mi sono fatto, nel mio piccolissimo.

I giornali italiani hanno moltissimi difetti, ma chiunque li legga con regolarità sa fare un piccolo elenco di articoli magnifici, che ha letto e che non ha dimenticato: reportage e storie che ha letto anche molti anni fa ma che non ha rimosso. Se faccio una rapida ricognizione mentale, proprio al volo, editoriali esclusi, a me vengono in mente i due articoli del 2009 di Alessandro Baricco sulla cultura e lo Stato (Repubblica), Oriana Fallaci dopo l’11 settembre 2001 (Corriere della Sera), Fabrizio Gatti da Rosarno nel 2006 (l’Espresso), Concita De Gregorio nel 2001 il giorno dopo il massacro nella scuola Diaz (Repubblica). Ognuno ha i suoi, naturalmente. Si può fare lo stesso con gli articoli letti sui giornali italiani che si occupano di sport? Qualcuno sa elencare cinque articoli eccezionali che ha letto negli ultimi dieci o quindici anni sui quotidiani sportivi italiani? Secondo me no. Me ne vengono in mente alcuni di Beppe Di Corrado, cioè Giuseppe De Bellis, Gianni Mura, Emanuela Audisio, Gabriele Romagnoli, Mario Sconcerti, ma non erano sui giornali sportivi.

Ci sono molti buoni articoli sulla stampa sportiva italiana, naturalmente. Ci sono inviati che sanno raccontare meravigliosamente le partite di calcio, ci sono giornalisti che hanno competenze enciclopediche monumentali, ci sono persone che scrivono molto bene. C’è però un prodotto finale secondo me di qualità che galleggia tra il sufficiente e il mediocre, come se l’asticella fosse sempre posizionata sul minimo sindacale, sul compitino. Perché? Ci sono diverse possibili spiegazioni. C’è un pubblico che ha ancora meno pretese di quello che segue l’economia o la politica. C’è un meccanismo editoriale e industriale che incentiva la produzione di cose brevi e volatili, schiacciate sul qui e ora, e non cose che richiedono più tempo e lavoro: le storie dei calciatori, per esempio, sono affrontate sempre frontalmente, così da vedere soltanto l’ultimo fotogramma, a meno che non rientrino sbrigativamente in topos superficiali come “il ritorno a casa”, “il talento giovane e ingestibile”, “la rinascita”, eccetera. Una delle innovazioni del “nuovo giornalismo sportivo” – che non sostituirà mai le notizie, sia chiaro: è una cosa in più – è smontare la prospettiva: prendere la carriera di Buffon e osservarla lateralmente, tutta in una volta, invece che frontalmente.

Poi c’è un approccio triviale alle rivalità sportive, soprattutto nel calcio, anche tra alcuni giornalisti. C’è una pigrizia che a volte sembra persino più profonda rispetto a quella del giornalismo politico o economico. Dal punto di vista linguistico, letterario, c’è una diffusione patologica e caricaturale di frasi fatte, cliché, gergalità, nomignoli ridicoli, luoghi comuni, sciatterie. Sui quotidiani sportivi italiani l’unico vezzo letterario possibile, chiamiamolo così, è il gioco di parole da seconda media da mettere in ogni dannato titolo di prima pagina. Per non parlare del fatto che ogni attaccante latino è sempre “matador”, l’egiziano è sempre “faraone”, ogni tedesco è sempre “panzer”, l’olandese è sempre “volante”, eccetera. Diciamolo sottovoce, ma diciamolo: danni collaterali del brerismo. Solo che quello di Brera era uno stile, una cifra, una lingua: quello di oggi è uno scimmiottamento che supera in assurdità la lingua degli altri giornali (che già non scherzano). Ecco, a giudicare dai casi di successo del nuovo giornalismo sportivo fuori dall’Italia, ripartire dalla lingua potrebbe essere una buona idea: non si scrive come adolescenti sovraeccitati.

Io non so che genere di futuro abbia questo nuovo giornalismo sportivo in Italia. Tra i libri uno spazio lo troverà, di fatto nel suo piccolo lo ha già; online c’è spazio per tutto e cominciano a muoversi cose piccole ma ambiziose e fatte con cura; sui giornali non lo so. Cosa penso di questo aspetto l’ho detto a Davide Coppo e sta nel suo articolo su Studio.