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Davvero il PD poteva fare come la SPD?

Nella discussione pubblica italiana ci sono poche cose sciocche quanto l’uso interno della politica estera. Quella cosa per cui in Spagna vince il centrodestra e il centrodestra italiano gongola, oppure in Francia vince il centrosinistra e il centrosinistra italiano dice “inizia la riscossa!”. È lo stesso meccanismo che ci ha portato, negli anni, a discutere dell’arrivo di “un Reagan italiano”, “un Blair italiano“, “una Thatcher italiana”, “uno Zapatero italiano”, “un Obama italiano”, “un Hollande italiano”, “una Merkel italiana” (cliccate sui link, ci sono molte perle).

L’ultimo di questi riflessi condizionati si deve al risultato paradossale delle ultime elezioni tedesche, nelle quali il partito di Angela Merkel ha preso una montagna di voti ma si è trovato costretto a cercare una “grande coalizione”, dato che il suo alleato si è sbriciolato ed è rimasto sotto la soglia di sbarramento. Le trattative sono durate a lungo e ora centrodestra e centrosinistra hanno trovato un accordo. La SPD ha posto soprattutto una condizione programmatica prima di dare il suo assenso, cioè l’introduzione del salario minimo, e l’accordo dovrà comunque essere confermato dagli iscritti del partito in un referendum. Il riflesso condizionato che vedo molto in giro, specialmente da elettori di area PD, è: non potevamo fare così anche noi? La domanda secondo me è malposta, per le ragioni di cui sopra: il Parlamento tedesco, la legge elettorale tedesca e i partiti tedeschi funzionano diversamente da come funzionano le stesse cose in Italia, il paragone è complicato, più che farci capire meglio la questione rischia di creare confusione. Ma proviamo a rispondere, perché ci sono un paio di cose interessanti.

Sul referendum tra gli iscritti: sì, potevamo di certo. Peraltro la consultazione degli iscritti è uno strumento previsto dallo statuto del PD, quindi niente di assurdo o estemporaneo. Questo desiderio impellente di consultazione suscita forse qualche perplessità, visto che la leadership del PD che ha deciso di fare il governo col PdL era stata votata democraticamente in un congresso e difesa con un certo entusiasmo alle primarie di pochi mesi prima: non è che arrivasse proprio dalla Luna, non è che non ci fosse stato un chiaro meccanismo di scelta e anche di delega. Ma le larghe intese sono un passaggio eccezionale, un referendum non era dovuto ma certamente ci poteva stare.

Sulle condizioni poste all’avversario politico, invece no. Quello che molti qui dimenticano è che rispetto alla situazione tedesca il PD si può paragonare – se proprio vogliamo – alla CDU: il partito che ha preso più voti ma non ha vinto e quindi è costretto a fare qualche concessione. La SPD è invece il partito sconfitto, che ha preso meno voti, a cui non spetta l’iniziativa, e che quindi può porre qualche condizione: quello che in Italia ha fatto il PdL. Il quadro è esattamente ribaltato. Se proprio si vuole paragonare la situazione tedesca a quella italiana, bisognerebbe semmai rilevare che a fronte della fermezza mostrata dalla SPD nonostante i suoi 15 punti percentuali di distacco dalla CDU, il PdL arrivato a meno di 4 punti percentuali del PD avrebbe avuto potere contrattuale e forza politica per chiedere molto di più. E mentre la CDU solo per pochi seggi non è arrivata alla maggioranza assoluta del Parlamento, il PD per pochissimi punti percentuali ha usufruito di un grandissimo premio di maggioranza. Chi era nella posizione di mettere condizioni, insomma, era il PdL; e chi era nella posizione di dover fare concessioni era il PD. La disparità di forza dei soggetti italiani rispetto a quelli tedeschi è probabilmente la ragione per cui il PD non ha potuto sottrarsi alla condizione posta dal PdL, cioè l’abolizione dell’IMU, mentre la concessione fatta dalla CDU alla SPD in Germania è quasi simbolica: l’introduzione del salario minimo riguarderà solo alcuni settori e soprattutto scatterà nel 2017. L’anno delle prossime elezioni federali.