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Perché la scomparsa dell’estrema sinistra riguarda anche chi non la vota

Qualche giorno fa Marco Bascetta ha scritto sul Manifesto un articolo lucido e un po’ rassegnato su quello che considera “il più cospicuo risultato politico conseguito dal ventennio berlusconiano”, cioè l’antiberlusconismo; dove per antiberlusconismo non si intende, ovviamente, l’essere avversari di Berlusconi, bensì il valutare il merito di ogni questione solo e soltanto in base al danno o all’utilità di quella questione per Berlusconi.

Supponiamo che in uno stato in cui vige la pena di morte dieci persone vi vengano condannate, più una, detestabile e responsabile di gran parte dei mali che affliggono quello stesso stato, ma che ancora dispone di una rete di potere in grado di fare abolire la pena capitale per sé e, in conseguenza, anche per gli altri dieci. Come dovrebbe orientarsi in questo frangente un convinto avversario della pena di morte? Per costui quale sarebbe il principio più importante da difendere? L’intangibilità della vita o l’applicazione della legge, poiché essa esiste e tutti i condannati, quelli senza nome come quello «eccellente», la hanno infranta? E dunque scegliere di sacrificarne dieci per colpirne uno.

Bascetta in questo caso parla della discussione sull’amnistia, strabica quanto era stata quella del 2006 sull’indulto. Non ho nulla da aggiungere al merito della questione – ho scritto molto sia di chi pensa di combattere Berlusconi con i mezzi di Berlusconi sia sull’indulto e le carceri – ma leggendo l’articolo ho pensato quanto preziosa fosse stata in passato la posizione storicamente garantista di una grande fetta dell’estrema sinistra italiana, il suo impegno per le carceri e la rieducazione delle persone detenute, lo sforzo di vederle come “persone” prima che come “detenute”. Quelle posizioni sono state preziose perché moltissimi hanno trovato da quelle parti, dalle parti del Manifesto e dell’estrema sinistra, la loro prima alfabetizzazione politica, la prima militanza, quella che passa dalle prime manifestazioni e le prime letture negli anni del liceo: e anche se poi il più delle volte si finisce altrove – io aggiungo fortunatamente – qualcosa di profondo rimane. Ci pensavo con tristezza perché oggi quell’età della formazione si trascorre dalle parti del Fatto più che da quelle del Manifesto, e alle elezioni magari si vota Ingroia o Grillo. Perché questo sia successo – la strabordante figura di Berlusconi e la conseguente polarizzazione degli schieramenti, l’incapacità dell’estrema sinistra di conservare i principi adeguando metodi e linguaggi al passare del tempo, una serie di clamorosi errori strategici tipo candidare un magistrato nelle elezioni della Grande Crisi – è un argomento che meriterebbe un libro.

(lo so: per una volta, un post nostalgico)