Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Il PD e la mozione “ogni scusa è buona”

L’errore è pensare che la discussione che si sta facendo nel Partito Democratico riguardi il fatto che il segretario del partito sia o no eletto con le primarie. Non è così, anche se una delle parti in causa per evidenti ragioni di opportunità è interessata a mettere la discussione su questo piano. La discussione è un’altra, e riguarda il fatto che questa decisione – che riguarda la natura profonda del Partito Democratico e del suo rapporto col paese, e le ragioni della sua fondazione – debba essere presa da un congresso o da un organismo composto da un centinaio di persone scelte nel 2009. Questo è il punto. Chiunque tenti di spostare la discussione dal secondo al primo piano è molto fuori posizione o è molto in malafede.

Per il resto, si tratta di una discussione che conferma praticamente tutto quello che è noto sui problemi del Partito Democratico. Innanzitutto il trasformismo – non c’è altro modo di chiamarlo – di un pezzo sostanzioso della classe dirigente, che come da storica tradizione cambia atteggiamenti e posizioni con grande rapidità in modo da occupare sempre lo spazio più favorevole alla propria sopravvivenza. Il Franceschini del 2013 dice cose esattamente opposte al Franceschini del 2009, e la cosa divertente è che giustifica il salto mortale col fatto che oggi il sistema politico italiano non è più bipolare – come a dire: beh, mica dipende da noi (ancora più divertente: Franceschini nel 2009 disse che la vittoria di Bersani avrebbe messo a rischio il bipolarismo: tombola!). Questo, come ha scritto Stefano Cappellini, è il mantra che da anni ha tenuto in piedi una classe dirigente determinata a tenersi in piedi a qualsiasi costo.

[La sinistra] riformista, di governo, rischia di uscire di scena uccisa dal doroteismo di una nomenclatura da anni specializzata solo nel mantra del non qui non ora, capace di mascherare i propri insuccessi dietro alibi ogni volta diversi – la non vittoria, la responsabilità nazionale, le avverse congiunture – per sottrarsi al giudizio finale con la stessa scaltrezza di quei capitani d’industria che dissimulano il controllo delle società dietro un impianto di scatole cinesi o complicate filiere di holding estere. Lo stesso i dirigenti del Pd: bisogna salvare Alfano? Questo è l’unico governo possibile, spiegano, e non può cadere, pena il caos. E perché è l’unico governo possibile? Perché non abbiamo vinto le elezioni, si risponde. E perché non le hanno vinte? Colpa del Porcellum, congegnato per perpetuare la paralisi. E il Porcellum, colpa di Berlusconi. La sua mancata riforma idem. Una catena di giustificazioni senza soluzione di continuità, alla cima della quale è impossibile risalire trovando una risposta che riporti la critica e l’assunzione di responsabilità all’interno del gruppo dirigente. Sicché, in ultimo, nessuno è mai davvero chiamato a rispondere.

Ma il problema non è certamente solo Franceschini. Bersani e i suoi, gonfi da mesi di una specie di “orgoglio degli sconfitti” che ha del patetico e del patologico, nei quattro anni in cui hanno avuto in mano il partito non hanno mai nemmeno tentato di cambiare le regole con cui Bersani fu eletto, che oggi – prendiamo atto – considerano assurde. Se ora hanno cambiato idea, promuovano al congresso una candidatura che chieda di limitare l’elezione del segretario agli iscritti: e magari spieghino perché hanno cambiato idea, visto che la stessa mozione Bersani del 2009 non parlava mai di limitare l’accesso al voto agli iscritti bensì “all’albo degli elettori”, e si spingeva addirittura a criticare “l’insensata contrapposizione tra elettori e iscritti”. Poi ci sono quelli a cui brillano gli occhi quando sentono parlare del PCI – si tratta per la maggior parte di persone nate dopo la fine del PCI – e sarebbe interessante capire se il PCI avrebbe affidato una questione di questa importanza storica a un congresso o a una direzione.

La questione è: dopo che per quattro anni Bersani e i suoi non hanno ritenuto opportuno cambiare – o proporre di cambiare – le regole per l’elezione del segretario del Partito Democratico, è il caso che questo venga fatto in fretta e in furia da un segretario provvisorio e da un organo formatosi un’era politica fa e composto quasi esclusivamente dagli artefici della più rovinosa e umiliante sconfitta elettorale della storia del centrosinistra italiano? Cuperlo, Civati, Renzi stanno cercando meritoriamente di mettersi in mezzo ed evitare quello che sarebbe a tutti gli effetti un colpo di mano. Si tratta di gente diversissima tra loro, accomunata da una semplice definizione: sono quelli che verranno dopo. A meno di non cancellare o compromettere il dopo con un trucchetto.