Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Le primarie, la sinistra e gli alibi

Oggi Aldo Cazzullo scrive sul Corriere della Sera che le primarie in Italia funzionano male perché gli elettori scelgono sempre il candidato “più simpatico, identitario, vicino alla sensibilità dei militanti, portatore della linea più dura, pura, radicale” e non quello che “ha più chances di battere gli avversari”. Cazzullo parla solo delle primarie “vere”, quelle con un risultato davvero in discussione, e non di quelle che nel 2005 e nel 2007 hanno visto vincere Prodi e Veltroni. Il dibattito è interessante e vale la pena discuterne, dato che quello descritto da Cazzullo è sicuramente un possibile negativo effetto collaterale delle primarie: per esempio negli Stati Uniti se ne parla spesso soprattutto da sei anni, da quando l’emersione di un forte e poco tollerante movimento di estrema destra – i tea party – ha fatto sì che candidati impresentabili vincessero le primarie repubblicane alla Camera o al Senato per poi schiantarsi alle elezioni vere. Insomma, Cazzullo fa un’ipotesi realistica: secondo me, però, non descrive quello che è successo in Italia con le primarie.

Non si spiegherebbero altrimenti, infatti, per fare un po’ di esempi, i risultati di Ferrante nel 2006 a Milano, di Renzi nel 2009 a Firenze, di Fassino nel 2010 a Torino, di Ferrandelli nel 2012 a Palermo e dello stesso Ambrosoli l’anno scorso in Lombardia. Posti diversi, contesti diversi, candidati diversi, ma in tutti questi casi i vincenti non furono affatto i “portatori della linea più dura, pura, radicale”, non furono i più di sinistra in campo: Ferrante fu sfidato addirittura da Dario Fo; Renzi nel 2009 era già Renzi ed era già fumo negli occhi per i militanti duri e puri; Fassino, politico di lunghissimo corso, aveva contro due candidati della sinistra radicale; Ambrosoli si fa davvero fatica a etichettarlo come “duro, puro, radicale”. E anche i casi di Prodi e Veltroni ci dicono qualcosa, per quanto le loro vittorie fossero certe: il primo stracciò, tra gli altri, Fausto Bertinotti, molto più “duro, puro e radicale” di lui; il secondo viene oggi considerato da una parte consistente dei militanti del PD come – semplicemente – portatore di idee di destra. Insomma, non mi sembra vero che gli elettori scelgono sempre il candidato “più simpatico, identitario, vicino alla sensibilità dei militanti, portatore della linea più dura, pura, radicale”.

Io credo che – tra moltissime possibili eccezioni, sia chiaro – per vincere le primarie del centrosinistra servano, oltre naturalmente a un candidato forte, capace e con una buona storia, tre cose: una grande organizzazione, quindi grandi risorse; il sostegno almeno di un pezzetto dei grandi partiti; un profilo politico compatibile – non per forza in linea, ma compatibile – con quello che è “lo spirito del tempo” nella base del centrosinistra, diciamo. Se si fa un’analisi partendo da queste tre cose, forse si arriva a una risposta alla questione che pone Cazzullo.

Oggi lo spirito del tempo è, per ragioni note e comprensibili, timoroso e “anti-capitalista”. Quello dei militanti dei partiti di sinistra è desideroso di “innovare nella tradizione”, rassicurando e proteggendo le identità storiche. Ancora: non credo che il corpo elettorale delle primarie si possa allargare più di tanto. Persino Renzi, che in questo è formidabile, ci è riuscito poco: molte persone che forse lo avrebbero votato alle politiche probabilmente non sono interessati a partecipare a quello che vedono come un rito interno al centrosinistra. C’è poi un’altra cosa importante, anche se un po’ spiacevole da dire: la corrente liberal del PD attraversa purtroppo una fase di relativa povertà politica. Ci sono diverse persone promettenti ma mi sembra manchi una classe dirigente che non sia reduce dai governi Prodi, che sappia fare squadra, che sia visibile e popolare: non esiste la versione liberal dei Giovani Turchi, insomma, non esistono grandi punti di riferimento nazionali a parte il padre nobile Veltroni, politicamente logoro, per cui tutto si riduce a mi-piace-Renzi e non-mi-piace-Renzi. Secondo me è per questo che, ultimamente, i candidati più canonicamente considerati “di sinistra” alle primarie sono avvantaggiati rispetto agli altri: non servono alibi. È una situazione contingente, per quanto duratura: non una regola.