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L’abbiamo visto da lontanissimo, il muro

L’unico periodo in cui sono stato iscritto a un partito politico è stato un anno tra il 2009 e il 2010: era il periodo dei piombini, mi interessava partecipare a quello che mi sembrava – già allora – l’ultima possibilità di fare un Partito Democratico come quello immaginato nel 2007. A un certo punto qualcuno con un po’ di tempo e pazienza dovrebbe raccogliere un po’ delle cose che si dicevano e si scrivevano della mozione Bersani, che poi vinse il congresso, in quelle settimane. Si diceva, in sintesi, che avevamo già avuto un partito ancorato a sinistra, identitario ma alla ricerca di alleanze con tutti, “coalizionale”, un po’ nostalgico, basato su una sedicente – e tutta da vedere – solidità territoriale: si chiamavano Democratici di Sinistra, e in quello si sarebbe trasformato il PD. Io, nel mio piccolissimo, lo dissi al Lingotto nel giugno del 2009.

Le elezioni politiche del 2013 hanno dato qualche risposta su quello che è diventato il PD quattro anni dopo. Oggi sulla Stampa c’è un articolo di Elisabetta Gualmini che aggiunge un altro pezzo.

L’indizio di un avvitamento che sarebbe diventato mortale, per il Pd, lo si vede da tempo. È la diretta conseguenza di una strategia di totale chiusura all’interno, dell’ossessione di voler parlare soprattutto ai propri elettori tradizionali, paradossalmente compensata dal massimo dell’eclettismo nelle alleanze esterne. Senza alcun distinguo. Senza disdegnare nessuno (dai radicali all’Udc, da Monti a Grillo, da Maroni a don Ciotti, da Vendola a Montezemolo, da Di Pietro a Grasso). Purché lontani dal nocciolo duro del partito. Qualsiasi cosa fuori. Muri alzati e tolleranza zero dentro.

Dal 2010 in avanti, il Pd ha cercato di allearsi con l’Udc durante le regionali, mentre nel Lazio sosteneva Emma Bonino. Poi è arrivata la foto di Vasto, un matrimonio ufficializzato con la benedizione della Cgil. Saltando qualche passaggio, è venuto il momento del nuovo Centro montiano, alleato naturale prima delle elezioni. Per poi virare a 360 gradi e andare con il cappello in mano di fronte ai 5 stelle nel post-elezioni. Siamo ora alla ricerca, non tanto nascosta, di un accordo con i Barbari sognanti della Lega (sempre più sovraeccitati intorno al progetto della Macroregione del Nord e al conseguente abbandono al suo destino del Sud), con il benestare del Pdl (il cui aiuto tuttavia si continua pubblicamente a rifiutare). Ovviamente, ciascuna di queste «strategie» di coalizione ha comportato un nuovo «posizionamento». Dalla piena responsabilità verso i vincoli europei con Monti, al superamento della sua agenda, dalla difesa delle province ai tagli draconiani della politica.

P.S.: Un’altra cosa ampiamente prevista, durante quel congresso, fu che i due principali avversari Franceschini e Bersani si sarebbero presto alleati, come nella perfetta logica dei compagni di scuola.