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Osare funziona

Come ho scritto altrove stamattina, prima che ricominciassero i lavori del Parlamento, la candidatura di Laura Boldrini e Pietro Grasso alla presidenza di Camera e Senato è stata la prima buona mossa – la prima vera mossa politica, altro che gli otto punti – che il PD ha fatto dal giorno in cui ha perso le elezioni, forse addirittura dal giorno in cui ha deciso di fare le primarie per scegliere il candidato presidente e i parlamentari. Finalmente si è tirato fuori dall’angolo, finalmente ha impostato il rapporto con i suoi principali interlocutori politici (il Movimento 5 Stelle e i montiani) sul piano della sfida e non su quello del corteggiamento subalterno.

A fronte di una situazione politica enormemente problematica, scegliere Franceschini e Finocchiaro sarebbe stata, con tutto il rispetto, una dimostrazione di straordinaria pigrizia intellettuale, la migliore possibile per gli avversari del PD. Scegliere Boldrini e Grasso – when in trouble go big – è stato un segno di vitalità e intelligenza che ha dato i suoi frutti. Oltre a mettere alle presidenze delle camere due personalità di altissimo profilo, infatti, ha incrinato dopo appena due giorni di legislatura la credibilità e la compattezza del Movimento 5 Stelle e dei montiani, mettendone in evidenza le molte contraddizioni. Credo che questo approccio sia stato adottato troppo tardi perché cambi il destino di questa legislatura, il danno grosso è stato fatto durante la campagna elettorale e non è riparabile. Ma oggi si poteva fare solo questo, per salvare il salvabile, e questo è stato fatto. Bene.

Ci sono altre cose che impariamo dalla giornata di oggi.

La prima è che non appena c’è stata la possibilità di votare su una questione molto limitata, circoscritta, precisa – Renato Schifani o Pietro Grasso? – i due schieramenti che dicevano di voler “decidere volta per volta” hanno deciso di non decidere, preferendo una tradizionalissima scelta di posizionamento politico rispetto a una scelta nel merito, con tutte le responsabilità che questa comporta.

La seconda è la conferma che quando il centrosinistra vuole trovare delle persone di altissimo profilo non può che andare a cercare oltre se stesso e il suo ceto politico, e questo dice molto del logoramento della sua attuale classe dirigente.

La terza è che Bersani si trova sempre di più, suo malgrado, a giocare esattamente la partita che non voleva e che non si era preparato a giocare: doveva vincere e non ha vinto; alle brutte doveva governare con i montiani e non può; alle bruttissime doveva governare col Movimento 5 Stelle e non ce la farà. Ora è stato costretto addirittura a votarsi da solo i presidenti della Camera e del Senato, cosa che non avrebbe voluto fare nemmeno se avesse stravinto: aveva detto che se avesse preso il 51% si sarebbe comportato come se avesse avuto il 49%, è stato costretto a comportarsi da 51% avendo preso appena il 29%. Quanto accaduto oggi non è certo colpa sua, e anzi candidando Boldrini e Grasso ha scoperto il bluff di chi non vedeva l’ora di dire “avremmo votato altri, ma non Franceschini e Finocchiaro”. Presto però, con l’inizio delle consultazioni, anche questo nodo verrà al pettine: e Bersani forse si renderà conto che la prossima mossa coraggiosa, sorprendente e generosa, necessaria a mettere pressione sugli avversari e sul Parlamento, dovrà riguardarlo in prima persona.