Questo sito contribuisce alla audience di IlPost

Perché il PD dovrebbe offrire la guida del governo al M5S e perché non succederà

È passata una settimana dalle elezioni politiche, un’altra passerà da qui all’insediamento delle nuove camere. Di fatto siamo dove eravamo il giorno dopo il voto: ci sono solo due maggioranze possibili (PD-M5S e PD-PdL), Bersani non vuol sentir parlare di alleanza col PdL e continua a ripetere che andrà in Parlamento a proporre “otto punti concreti” rivolti al M5S; il M5S continua a ripetere che non voterà la fiducia a nessun governo che non sia il loro, senza spiragli (e quei pochissimi spiragli, suggeriti o equivocati dalla stampa, vengono puntualmente immediatamente smentiti).

Ognuno è libero di auspicare quello che vuole, ma allo stato attuale non ci sono fatti che facciano pensare che il Movimento 5 Stelle possa dare la fiducia a un governo Bersani o, peggio ancora, fare qualche trucchetto per tenere in piedi un governo Bersani. Quindi, allo stato attuale, Bersani nemmeno ci arriverebbe in Senato a chiedere la fiducia sugli otto punti: Napolitano ha già fatto capire che non ha intenzione di dare l’incarico e far giurare un governo che rischi di andare a sbattere al primo giorno di vita, e come dargli torto. Siccome siamo dove eravamo prima, e con poche possibilità di uscirne, rinnovo la mia idea – offrire la presidenza del Consiglio al M5S – argomentandola ulteriormente. Lo faccio sapendo che si tratta di un esercizio intellettuale su uno scenario che non ha possibilità di verificarsi, ma a questo arriviamo poi. Lo faccio benché la cosa non mi entusiasmi affatto, ma mi entusiasmi ancora meno un nuovo governo tecnico o l’idea di votare domani senza cambiare legge elettorale. E lo faccio premettendo che sono abbastanza convinto di quanto sotto, ma non del tutto sicuro: nessuno è sicuro di niente, in questa situazione, nemmeno quelli che lo sembrano.

Qual è la priorità?
Detto che l’unica maggioranza che il PD ha detto di voler prendere in considerazione è quella col M5S, bisogna innanzitutto mettersi d’accordo su una cosa: se la priorità è fare un governo sostenuto da PD e M5S o se la priorità è fare un governo guidato dal PD e sostenuto dal M5S. Sono due cose diverse. Il fatto che il PD abbia vinto – per un pelo – alla Camera concede a Bersani il diritto di fare la prima mossa, ma non quello di considerarsi indispensabile: siamo una repubblica parlamentare, Napolitano potrebbe dare l’incarico a lui come a un altro, e d’altra parte la storia italiana ha già visto governi di coalizione guidati da esponenti di partiti minoritari della coalizione (su tutti i governi Craxi, per esempio, che prendeva un terzo dei voti della DC: il M5S ne ha presi molti di più, in proporzione).

Se la priorità è fare un governo a guida PD, il discorso inizia e finisce in fretta: ammesso – e tutt’altro che concesso – che Bersani riceva l’incarico, sciolga la riserva, formi un governo e presti giuramento, oggi non possiamo che pensare che in Senato riceverebbe uno schiaffone al primo colpo.

Ma così mettiamo Grillo in difficoltà.
Se la strategia è andare a sbattere per mettere all’angolo il Movimento 5 Stelle, non credo che funzionerebbe: la sconfitta sarebbe solo e soltanto di Bersani, che doveva stravincere e invece ha perso, e non del partito che vuole mandare tutti-a-casa e si comporta coerentemente, nell’attesa di governare solo con i suoi voti. Tra l’altro dopo il fallimento di Bersani lo scenario più probabile non è “elezioni subito” bensì “governo PD-PdL”, cosa che darebbe al Movimento 5 Stelle tutto il tempo di recuperare i consensi eventualmente persi e pure molti altri. Insomma, gli otto punti di Bersani oggi non mettono affatto Grillo in difficoltà, come dimostrano questi giorni in cui ogni offerta è stata respinta a male parole.

Perché proporre un governo guidato dal M5S potrebbe funzionare?
Offrire la presidenza del Consiglio al M5S – non sottobanco ma pubblicamente, solennemente, rumorosamente – sarebbe innanzitutto una mossa politica vera, l’unica in grado di cambiare lo scenario rispetto a quanto uscito dal voto, rispetto a una settimana fa, e fare uscire Bersani dall’angolo. Sarebbe davvero buttare la palla nel campo di Grillo, più di qualsiasi retorico invito a “prendersi le sue responsabilità”. Bersani, che d’altra parte ha già ammesso la sconfitta, direbbe che il M5S è vincitore politico di queste elezioni e ha il diritto/dovere di guidare il governo: il PD prometterebbe di sostenere solo i punti che sono compatibili con le proprie idee, che immagino siano molto simili a quelli che intende proporre Bersani. Gli altri non li voterebbe e non passerebbero, dato che il PD ha la maggioranza assoluta alla Camera.

E se una volta al governo il M5S comincia a fare di testa sua per mettere in difficoltà il PD?
Certo, il M5S potrebbe usare un pulpito così importante per proporre al PD cose indigeribili. Ma la stessa cosa potrebbe fare un governo Bersani con il M5S, che ha ottime ragioni per non fidarsi. Ed è chiaro chi ha il coltello dalla parte del manico, tra PD e M5S, così come è chiaro che nel guaio in cui siamo non esistono situazioni prive di rischi. Se accettasse, il M5S avrebbe il vantaggio di potersi intestare le riforme e dire poi, al momento del voto: vedete? ci volevamo noi per fare questo e quello. Il PD avrebbe il vantaggio di evitare sia un nuovo voto che un governo col PdL, e contribuire in modo insostituibile al cambiamento del paese.

Ma credi davvero che il M5S accetterebbe?
No, non credo. Ma credo che l’offerta li metterebbe seriamente in difficoltà, più di qualsiasi lista di otto vaghissimi punti. E credo che a quel punto sarebbe molto più facile per il PD accusare Grillo di non essersi voluto prendere delle responsabilità: di avere avuto l’opportunità di mantenere le promesse elettorali e di avere declinato.

Lo sai che questo non accadrà mai, vero?
Lo so. Oggi nel PD esistono solo due posizioni. Bersani, i bersaniani e diversi altri per il momento tirano dritti su questa storia degli otto punti, o la va o la spacca: se funziona, bene; se non funziona, niente governi col PdL. Dico “per il momento” perché il rifiuto categorico del governo tecnico in questa fase serve anche a rafforzare l’offerta al M5S: quando questa si squaglierà, verrà meno anche qualche intransigenza sull’ipotesi di un nuovo governo-Monti-senza-Monti. Un gruppetto molto minoritario di vecchi dirigenti e di “anti-bersaniani” pensa invece che, fallito l’esperimento Bersani, ci si debba affidare a Napolitano e alla sua probabilissima proposta di governo tecnico.

Mi rendo conto delle difficoltà che comporta l’idea di offrire il governo al M5S. Bersani ha impostato tutta la sua campagna elettorale contro i populisti e finirebbe per offrire il suo sostegno al re dei populisti. Ma d’altra parte, non lo sta già facendo? Il fallimento di Bersani è quello certificato il 24 e 25 febbraio: le altre sono solo conseguenze. Gli anti-Bersani si fidano molto di Napolitano e molto poco sia di Grillo che dei tentativi di leggere il Movimento 5 Stelle come il frutto politico di un PD troppo poco di sinistra, soprattutto in vista del prossimo congresso. Insomma: salvo grandi sorprese, non succederà.