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I pre-vecchi

Le reazioni alla sconfitta elettorale di alcune delle persone del PD più vicine a Bersani sono politicamente interessanti, anche per come confermano che in assenza di un ricambio frutto di un’autentica lotta politica, quello basato sulle cooptazioni – che possono essere anche molto azzeccate – per il momento non sta funzionando: sta cambiando un po’ di persone ma pochi modi di fare. Due dei tre giovani “portavoce” scelti da Bersani durante la campagna per le primarie, Alessandra Moretti e Tommaso Giuntella, hanno detto ai giornali cose piuttosto pesanti e impegnative. Moretti è stata la prima a parlare apertamente di sconfitta e a dire che di Bersani si può fare a meno. Giuntella oggi dice che Bersani ha sbagliato la campagna elettorale e che non c’era un coordinatore della comunicazione (comunicazione, bleah, roba di destra).

Poi ci sono i Giovani Turchi. Abbiamo detto di come rifiutino di mettere in discussione la linea politica da PDS che ha portato il PD alle dimensioni del PDS: la linea del “partito forte” che ha prodotto il partito piccolissimo. Oggi sul Foglio c’è un’incredibile conversazione di Claudio Cerasa con Matteo Ricci, amministratore PD turco pure lui, che si spinge a dire che c’è un’intera generazione politica che ha fallito, che “il futuro, oggi, si chiama Matteo Renzi” e che “per il domani i rinnovatori del centrosinistra, tutti, sia quelli che si sono schierati con Renzi sia quelli che si sono schierati contro di lui, debbano dar vita a una sorta di grande coalizione tra rottamatori”. Avete letto bene: non solo Renzi non è più un infiltrato della destra liberista e berlusconiana portatore di idee anni Novanta, ma addirittura la rottamazione non è più un concetto fascista bensì una tesi da abbracciare con entusiasmo. Vedrete che col passare dei giorni, specie se le cose per il governo Bersani – ammesso che nasca – dovessero mettersi male, circoleranno sempre più parole del genere da pulpiti sempre meno sospettabili.

Non è solo istinto di sopravvivenza: questo fenomeno, per quanto sbalorditivo, è peculiare dei partiti della sinistra italiana. È lo stesso fenomeno che dopo il disastro del governo Prodi portò tutti sulla barca dell’unico possibile salvatore della patria – D’Alema per Veltroni, Bersani per Veltroni, Fassina per Veltroni, etc – che poi fu pugnalato e logorato fino alle dimissioni dal giorno dopo le elezioni. In un prezioso e attualissimo libro scritto nel 2007 da Andrea Romano, “Compagni di scuola”, questo fenomeno viene descritto lungamente e vengono fatti molti esempi di questo genere di ricostruzione delle verginità dalla quale Matteo Renzi, se vuole avere un futuro politico degno di questo nome, dovrebbe stare lontanissimo. Questo è un passaggio che racconta cosa accadde dopo la sconfitta del centrosinistra del 2001.

Le parti assunte dai vari protagonisti sono intercambiabili, largamente prive di sostanza politica e tutte definite solo da uno schieramento personale. Dal 2001 in avanti si diventa dalemiani o antidalemiani «a prescindere», come avrebbe commentato Totò. A prescindere dalle idee, dalle parole e da tutto ciò che alimenta normalmente la politica. Quello che conta è schierarsi assumendo una nuova veste all’interno della tribù e abbandonando quella indossata fino a poco prima. Se Fabio Mussi, insieme a molti altri, alla metà degli anni Novanta era stato tra i più convinti sostenitori della «rivoluzione liberale» e del «paese normale» nel nome del ritrovato orgoglio post-comunista, nel 2001 è tra i più implacabili accusatori del dalemismo. Nel passaggio da un furore all’altro, a ogni buon conto, cogliendo il nuovo spirito del tempo si è preoccupato di reinventarsi una patente di anticapitalista. L’unico recinto che non viene messo in discussione né da Mussi né da D’Alema, né dai dalemiani né dagli antidalemiani, è quello del proprio gruppo familiare al quale si appartiene una volta per sempre.