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Fare un centrodestra, punto

Quando lo scorso luglio, a fronte della sua annunciata ricandidatura, mi dissi piuttosto sicuro che Berlusconi alla fine non si sarebbe candidato per la sesta volta alla presidenza del Consiglio, lo feci perché nonostante il suo bestiale e patologico egocentrismo consideravo impossibile che il resto del centrodestra glielo permettesse. In un paese-normale, per usare una formula che siamo arrivati a detestare, persino per un conclamato statista una sesta candidatura consecutiva sarebbe considerata una grave e pericolosa anomalia. L’Italia non è quel paese ma pensavo che, se non la ragion di Stato, almeno l’istinto di sopravvivenza avrebbe spinto il centrodestra a non incatenarsi mani e piedi a un personaggio politicamente e anagraficamente logoro e anziano, come minimo. E pensavo che i suoi amici, come fa oggi Giuliano Ferrara, l’avrebbero spinto per primi a non andare a «sbattere la testa contro il muro».

Per un periodo ho avuto ragione. Dopo quel raffazzonato annuncio di luglio, le parole di Berlusconi si sono fatte possibiliste. Poi altri del centrodestra han fatto capire che la decisione era tutt’altro che presa e lui stesso ha molto tentennato, finché il 24 ottobre non è stato diffuso un annuncio solenne in cui Berlusconi diceva, testuale, che “non ripresenterò la mia candidatura a premier” e che il prossimo leader del centrodestra si sarebbe scelto con le primarie. Una cosa da paese-normale, accaduta per il realismo di Berlusconi più che per il suo altruismo: previsione apparentemente azzeccata. Se non fosse che, come sappiamo, la partita non finisce qui: Berlusconi continua a far capire di non aver deciso, azzoppando il già zoppo Alfano e contribuendo a trasformare delle primarie oggettivamente delicate in una specie di circo Togni, con una sola eccezione (ci arriviamo). Finisce come sappiamo: Berlusconi si rimangia tutto, di nuovo azzoppando Alfano e candidandosi alla presidenza del Consiglio per la sesta volta. Questo vuol dire che avevo torto, a oggi: che le persone che oggi compongono la grande maggioranza del centrodestra italiano, forti o no, presentabili o no, responsabili o no, non hanno ritenuto di doversi mettere in mezzo, né per l’interesse del paese, né per la loro ambizione personale, né per istinto di sopravvivenza. Ci ho fatto sopra un po’ di pensieri e, secondo me, è successo per questa serie di ragioni.

Gli entusiasti. I più facili da spiegare: sono a favore di una ricandidatura di Berlusconi innanzitutto i suoi tifosi più accaniti, i pasdaran. Da Micaela Biancofiore che dice che Napolitano ora deve dargli di nuovo l’incarico, a Daniela Santanché, Renato Brunetta, Michela Vittoria Brambilla, eccetera.

I colonnelli. La Russa, Matteoli, Gasparri, eccetera. Possono restare, possono andarsene, ma di certo non possono fare loro il partito di destra moderna ed europea due anni dopo Fini. Il loro futuro non può che essere come il loro passato: accanto a Berlusconi. Ogni possibile svolta rappresenta una possibile minaccia alla loro sopravvivenza politica.

I preoccupati. Il PdL oggi può contare su 332 tra deputati e senatori. Io, che faccio il giornalista, non credo riuscirei a nominarne più di 50. Gli altri li avrò sentiti un paio di volte o forse non li ho sentiti mai. Si tratta con ogni probabilità di persone a cui interessano molte cose ma una più di tutte le altre: essere ricandidati. Guardando le cose dal loro punto di vista, avere di nuovo Berlusconi candidato e capo della coalizione è uno scenario rassicurante rispetto a misurarsi con delle primarie aperte e giocarsi gran parte delle proprie possibilità scegliendo un candidato da sostenere. Inoltre Berlusconi li ha già portati in Parlamento una volta, chi verrà dopo chissà. E poi, chi verrà dopo? Alfano? E poi, pure se Berlusconi dovesse perdere, un consistente numero di parlamentari sarà eletto comunque. Quello che conta, per loro, è chi fa le liste.

Gli opportunisti. Sono quelli politicamente un po’ più solidi degli altri. Si rendono conto che Berlusconi, piaccia o non piaccia, non è eterno ed è da tempo nella fase discendente della sua carriera politica. Si rendono conto che bisogna iniziare a costruire il centrodestra dei prossimi dieci anni e che questo dovrà essere un centrodestra senza Berlusconi. Si rendono conto che devono essere loro a costruirlo, perché sono quelli con più esperienza e notorietà nazionale, perché magari hanno già fatto i ministri, perché hanno l’età giusta. Si rendono conto che sarà un’operazione complicata e dolorosa. Sarà complicata perché il centrodestra italiano non è mai stato così debole e il centrosinistra italiano non è mai stato così forte. Sarà dolorosa perché Berlusconi non vuole accettare di fare il padre nobile e quindi bisognerà rimuoverlo a forza: non sarà un bello spettacolo e qualcuno potrebbe finirci politicamente secco. Si rendono conto che comunque vada sarà un lavoro da fare in vista delle elezioni del 2018, ché quelle del 2013 sono compromesse. Si rendono conto di tutte queste cose, e poi si dicono: ha senso fare tutto questo, rischiare tutto questo, per arrivare alle elezioni con un partito di destra “normale”, neonato e imperfettissimo, e ucciderlo prendendo il 10 per cento, magari resuscitando così Berlusconi? Visto che Berlusconi tiene tanto alla sua candidatura, non è meglio mandare avanti lui, lasciare che sia lui a prendersi questo schiaffone storico e anzi rendere così più facile la sua rimozione? È evidente che il prezzo di questa opzione – la rinuncia a «uccidere il padre» – è fatto dalle giornate che ci aspettano da qui ai prossimi tre mesi e dall’ipoteca che queste metteranno sul futuro, ammesso che poi Berlusconi effettivamente perda le elezioni.

I suicidi. Angelino Alfano, su tutti. Non ha mai avuto il centrodestra in mano ma ha avuto la possibilità di prenderselo come nessun altro. Si è esposto a una figuraccia storica sulle primarie, senza battere ciglio. Silvio Berlusconi, l’uomo che dovrebbe averne l’opinione migliore in tutta Italia, ha detto in pochi mesi che «non ha il quid» e che non è un leader. Alfano, invece che azzannarlo – quello era il momento: se vuoi diventare un leader, comportati da tale e ti seguiranno – ha abbozzato. Persino Dell’Utri gli ha dato dello smidollato. Quando domani o tra qualche anno vorrà candidarsi a qualcosa, dovrà spiegare perché gli italiani dovrebbero fidarsi di lui quando non si è fidato di lui nemmeno Berlusconi. Auguri.

Poi ci sono le eccezioni. Piacciano o non piacciano le sue idee, e a me solitamente non piacciono, l’unico dirigente di rilievo del PdL che ha detto cose inequivocabili sulla follia di una sesta ricandidatura di Silvio Berlusconi è Giorgia Meloni. Lo ha fatto in ogni sede e con chiarezza apprezzabile, specie se confrontata alla pavidità di molti suoi colleghi. È inequivocabilmente di destra e altrettanto inequivocabilmente non è berlusconiana. Ha l’età giusta, da paese-normale, e viene dai partiti: ha fatto politica per più tempo di moltissimi suoi colleghi del PdL. E soprattutto: lei c’è, gli altri no. Da giorni dice apertamente che se il PdL resterà cosi se ne andrà, ha organizzato un’iniziativa il 16 dicembre a Roma insieme con Guido Crosetto. Se ne verrà fuori una specie di correntina ragionevole all’interno del PdL, sarà un fatto politicamente irrilevante. Se, come suggeriscono le cose che dice Meloni, ne verrà fuori un ultimatum su primarie e ritiro della candidatura Berlusconi, o addirittura una scissione, le cose diventerebbero potenzialmente interessanti. Sarebbe una cosa meritoria. Giornate come queste mostrano come a tutta l’Italia, anche a chi non si sognerebbe di votarlo, serva un centrodestra presentabile, europeo, che come tutti i centrodestra europei abbia i suoi momenti alti e i suoi momenti bassi, le sue correnti radicali e le sue correnti moderate, ma che non sia un circo. La sua costruzione sarà un’impresa di difficoltà pazzesca, necessiterà di molto tempo, passerà da qualche risultato bruciante e ha alte possibilità di fallimento. Ma non ci sono scorciatoie. Ogni attendismo strategico, ogni opportunismo, a un certo punto presenterà il conto: se non quello elettorale, quello della storia.