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Casta, caste

Lo scorso giugno ho scritto un articolo per IL sui cosiddetti “professionisti dell’anticasta” in cui parlavo, tra le altre cose, di come l’Italia fosse un paese interamente strutturato in maniera castale.

Le riforme a costo zero, scelta obbligata in tempi di vacche magre, non godono di grande popolarità fra gli italiani. O meglio: ne godono, ma finché riguardano gli altri. Il farmacista preferisce svenarsi dal notaio, aspettare un taxi per mezz’ora, spendere di più per treni e aerei e pagare le commissioni bancarie piuttosto che ritoccare appena i privilegi della sua professione. In un Paese castale ognuno difende il suo piccolo beneficio, e i politici in questo senso svolgono persino un ruolo socialmente prezioso: fanno da capro espiatorio universale. Laddove la risoluzione di problemi complicati richiederebbe sforzi di mediazione e comprensione, “la casta” fornisce una soluzione semplice e popolare a qualsiasi problema di coscienza: la colpa è tutta loro, che sono tutti uguali, e finita lì. Nel corso degli anni, questo genere di sentimento ha sviluppato negli italiani una specie di rabbia strabica. Siamo tutti presi da mille concretissime preoccupazioni quotidiane ma non siamo granché interessati a capire le ragioni di quelle mille concretissime preoccupazioni, ad andare oltre le frasi fatte. E quindi ci siamo avvitati: più ci incazziamo e più le cose non si muovono, e ci incazziamo ancora di più. Contesti sociali del genere non producono niente di buono.

Mi è tornato in mente perché Mario Monti oggi ha sintetizzato lo stesso concetto, che continuo a trovare molto convincente:

«La casta siamo tutti noi cittadini italiani che continuiamo a dare prevalenza più al particolare che al generale e poi ci lamentiamo che il generale funziona male»