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Una cosa su Julian Assange

I più grandi, limpidi e carismatici attivisti, giornalisti e dissidenti politici della storia hanno sempre affrontato le conseguenze legali delle loro azioni, sfruttando anzi quelle conseguenze come mezzo per creare consenso e seguito attorno alla propria causa e far emergere le contraddizioni del sistema che si vuole combattere. Se Julian Assange si considera un perseguitato politico – dalla Svezia, sic, dal Regno Unito e dagli Stati Uniti – la sua causa e la sua persona otterrebbero credito, popolarità e credibilità enormemente più grandi se il fondatore di Wikileaks affrontasse le accuse che gli sono rivolte – quella di stupro in Svezia e quella eventuale di spionaggio negli Stati Uniti – difendendosi nei tribunali di paesi liberissimi, piuttosto che scappare nel semi-libero Ecuador, paese tutt’altro che amichevole con la stampa, continuando pure a farsi pagare lo stipendio da Vladimir Putin, altro personaggio che con la trasparenza e la libertà dei giornalisti ha poco a che fare.

P.S.: È affascinante la convinzione con cui molti difendono il diritto di una persona di sottrarsi a un’indagine se quella stessa persona ritiene che le accuse siano infondate o pretestuose, il diritto a difendersi dal processo (eventuale) e non nel processo. Immagino che la regola valga Berlusconi escluso.