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L’intercambiabilità delle piazze

L’articolo che ho scritto per IL di questo mese parla di una cosa di cui ho scritto anche qui sul blog, in modo disordinato, qualche tempo fa. Di una delle poche cose che negli ultimi trenta, quaranta, cinquant’anni non è cambiata quasi per niente, in Italia: il modo in cui le persone manifestano per le proprie idee. Un format sempre uguale a se stesso, prevedibile, rassicurante, inutile e pericoloso. E che sapremmo già come cambiare.

Sarebbe complicato fare un elenco dei modi in cui negli ultimi cinquant’anni sono cambiate la società, la politica, la cultura, il giornalismo. Servirebbero molti libri e forse non ne verremmo a capo comunque.Nonostante questi cambiamenti epocali e globali abbiano tutti investito l’Italia, con molte sfumature, c’è una cosa che da queste parti non è cambiata per niente: ed è una cosa importante, per la politica, per la società, per il giornalismo, per definire quello che siamo. È il modo in cui le persone manifestano per le proprie idee.

Il 15 ottobre del 2011 milioni di persone in tutto il mondo hanno partecipato alle manifestazioni dei cosiddetti “indignati”. Come sappiamo, quel giorno Roma è stata l’unica città del mondo a registrare scontri e violenze. C’è però un’altra cosa importante. Quel giorno Roma è stata anche l’unica città al mondo in cui i manifestanti – giovani, moderni, internettari – hanno deciso di puntare sul più ortodosso dei cortei e non sull’occupazione simbolica di un luogo pubblico, come era accaduto in Spagna, in Israele, negli Stati Uniti, per non parlare del Nordafrica. Un anno prima il cosiddetto “No B. Day”, la manifestazione contro Silvio Berlusconi organizzata-dal-basso, aveva percorso la stessa strada. Lo stesso vale per la manifestazione della Fiom dello scorso 9 marzo o per quelle autunnali ricorrenti degli studenti. Il discorso non coinvolge solo la sinistra: il centrodestra scelse un identico copione per la manifestazione del 2006 contro Romano Prodi.

Il corteo in Italia è un rito che si ripete sempre uguale a sé stesso, a prescindere da chi organizzi la manifestazione e da quali siano i suoi scopi: spesso anzi quegli scopi sono indistinguibili e i temi dei cortei diventano confusi e intercambiabili. Il format è uguale da decenni.

(continua a leggere sul sito del Sole 24 Ore)