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Cinque cose sulle rassegne stampa online

Le associazioni degli editori hanno chiesto alle istituzioni che ospitano delle rassegne stampa sui loro siti Internet – governo, Camera, Senato, vari enti e ministeri – di rendere le suddette rassegne stampa accessibili solo ai propri impiegati e non più a tutti indistintamente. E per questa ragione sta nascendo qualche nervosismo online e sui social network, con linguaggi e argomenti secondo me discutibili.

1. Ho pochi dubbi sul fatto che la richiesta degli editori sia miope dal punto di vista industriale, come praticamente quasi tutte le rivendicazioni della categoria negli ultimi anni (lo stesso si potrebbe dire dei giornalisti, ma è un altro discorso). Gli editori dovrebbero inventarsi dei metodi per far arrivare i contenuti dei giornali a chi oggi non li sfiora nemmeno e invece chiedono di rimuovere quelli esistenti, per quanto rudimentalissimi. È pacifico che la chiusura delle rassegne stampa non farà guadagnare a nessuna testata un numero minimamente significativo di lettori.

2. Che si facciano passare le rassegne stampa online gratuite come un diritto inalienabile dei cittadini è una sciocchezza. Se il punto è che chi le realizza è un ente pubblico, allora potremmo chiedere a quell’ente di proporci rassegne e anteprime di qualsiasi prodotto informativo e culturale. I giornali sono prodotti che vengono venduti. Si lasci decidere a loro quali contenuti pubblicati sulla versione cartacea mettere sulla versione online: ci sono molti approcci possibili al tema, è giusto che ogni azienda possa decidere quale adottare.

3. Evitiamo le analogie inutili, già che ci siamo. Basta dare un’occhiata alla rassegna stampa della Camera dei Deputati per capire che non ha senso paragonarle alle rassegne stampa televisive o a quelle radiofoniche. Ogni giorno un quotidiano come il Corriere della Sera si ritrova 30 suoi articoli, praticamente quasi tutto il giornale, disponibili gratuitamente online: io penso che questo gli faccia più bene che male, ma penso che sia diritto del Corriere della Sera decidere se e come diffondere online i propri contenuti. La rassegna stampa è un’altra cosa: lettura dei titoli e di alcuni passaggi di alcuni articoli, racconto e spiegazione dei contenuti fondamentali.

4. È curioso che tra i più indignati per la decisione degli editori ci siano molti giornalisti che lavorano per quotidiani cartacei, così come immagino qualcuno possa trovare curioso che io – che ho lavorato sempre e solo per redazioni online – trovi legittima la richiesta degli editori e sbilenche le proteste. Credo che c’entri anche un po’ la vanità, come ammette Marco Sarti su Linkiesta: lo stesso meccanismo che porta alcuni miei colleghi a mandare il pezzo a Dagospia, la sera, e poi magari non avere niente da dire se il sito del proprio giornale non lo pubblica o se lo pubblica monco, se non addirittura lamentarsi in caso di pubblicazione.

5. Tutte le volte che ho avuto bisogno di consultare online una copia in pdf del New York Times, del Wall Street Journal, del Guardian, eccetera, non l’ho mai trovata attraverso canali legali. La “censura” non c’entra.