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Mannò, mattipare, maddai

Le elezioni statunitensi sono uno dei temi giornalistici su cui circolano più luoghi comuni, probabilmente per la somma tra la loro grande rilevanza internazionale e la relativamente scarsa competenza di chi ne parla il più delle volte. Tutti voi avrete avuto uno o più amici e colleghi che spiegavano sempre come uno come Barack Obama non sarebbe mai diventato presidente, ma ti pare, un presidente nero, “lo ammazzano prima” (sentito con le mie orecchie, e non scherzava). Poi c’è il luogo comune immortale: le elezioni americane le vince chi ha più soldi. Smentito più volte, l’ultima dal flop della candidatura del ricchissimo Mitt Romney alle primarie repubblicane del 2008. E in parte anche da queste primarie: Romney è anche questa volta il candidato finanziariamente meglio dotato, ma non ha versato alla sua campagna nemmeno un dollaro (nel 2008 aveva tirato fuori addirittura 44,6 milioni di dollari). Ha più soldi perché è stato in grado di raccoglierne più di quanti ne hanno raccolti i suoi avversari: così come nel 2008 Obama, partendo da zero, aveva ottenuto più risorse di Hillary Clinton. La vittoria di Romney delle primarie repubblicane, diventata scontata con il ritiro di Rick Santorum, smentisce un altro luogo comune facilone circolato tantissimo in Italia, sulla stampa e non solo: Romney non vincerà perché è mormone, gli americani non si fidano dei mormoni, figurati poi i repubblicani, gli evangelici lo asfalteranno, eccetera. Invece non solo Romney ha vinto le primarie con la mano sinistra: lo ha fatto senza che il mormonismo sia stato per un giorno la questione al centro della campagna elettorale, senza che i suoi avversari – non proprio rispettosi e teneroni – lo attaccassero su questo tema, senza subire particolari danni in termini di fiducia e consenso a causa della sua religione. Avanti il prossimo.