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L’idea che mi sono fatto sulla riforma del lavoro

Ci sono molte cose buone nella riforma del lavoro, almeno in quella che abbiamo sotto gli occhi adesso, prima che il Parlamento ci metta le mani: l’estensione di una qualche forma di ammortizzatore sociale ai precari, le norme contro gli abusi dei contratti a termine e le dimissioni in bianco, i congedi di paternità obbligatori, l’allargamento delle tutele dai licenziamenti discriminatori. Questa riforma è probabilmente un passo avanti rispetto alla situazione attuale. Temo però che non sia la soluzione ai problemi del mercato del lavoro in Italia. Temo che il farmaco farà stare un po’ meglio il paziente ma non lo guarirà.

Il dualismo del mercato del lavoro, con quello che comporta in termini di accesso al credito e potere negoziale, rimane sostanzialmente lì. Le tasse sul lavoro, già tra le più alte d’Europa, salgono ulteriormente e salgono ancora di più per i contratti precari. Mi rendo conto che di soldi in giro ce ne sono pochi, ma temo che l’idea di combattere il precariato alzando ancora le tasse sui contratti a tempo determinato – e non abbassandole, invece, per chi assume a tempo indeterminato – si riveli un errore, una misura controproducente, frutto della visione del precariato come conseguenza solo dell’egoismo degli imprenditori e non di precise circostanze economiche. Un fenomeno da combattere con misure punitive e non con riforme strutturali. Come se tutti gli imprenditori utilizzassero i contratti a termine o le finte partite IVA perché perfidi sfruttatori e non perché spesso incapaci di sostenere le spese e gli oneri – dovuti alla tassazione spropositata e alle rigidità dell’articolo 18 sui licenziamenti economici, queste almeno in parte rimosse – di un contratto vero con tutele vere. Gli abusi si combattono con la vigilanza, le pene e il lavoro dell’autorità giudiziaria, ma il nodo della riforma del lavoro doveva essere un altro: permettere a chi vuole assumere di farlo senza essere costretto a scegliere tra pagare una cifra irragionevole di tasse, ammesso che sia in grado, o offrire contratti privi di qualsiasi diritto.

Alzando ulteriormente le tasse sul lavoro, e ancora di più le tasse sul lavoro precario, si corrono due grossi rischi. Innanzitutto la riduzione dei già magrissimi stipendi dei lavoratori precari, ricattabili e privi di potere negoziale: è già successo in passato, quando si è pensato di combattere il precariato alzando le tasse sul precariato, e non ha funzionato. E poi la perdita dei posti di lavoro. Se un imprenditore non ha i soldi per assumere un lavoratore precario a tempo indeterminato, semplicemente non lo fa. Se la legge lo costringe a scegliere tra assumere un lavoratore a tempo indeterminato e non assumerlo del tutto, e non ha i soldi per fare la prima cosa, farà la seconda: non è che inventa i soldi con la bacchetta magica. Senza contare che – a meno che i “vincoli” promessi dal governo siano davvero tosti e inaggirabili, come mi auguro – l’imprenditore sfruttatore potrà continuare ad assumere precari “intercambiabili” lasciando cadere i contratti prima dei tre anni oltre i quali scatterebbe l’assunzione. Posso sbagliarmi, naturalmente, ma a me sembra che con questa riforma il problema del precariato possa diventare solo, forse, un po’ meno allarmante, ma rimanere irrisolto.

La conclusione di questo post dovrebbe essere un augurio che le norme possano essere migliorate in Parlamento, ma non ci credo. E temo anzi che finiremo per rimpiangere persino l’attuale stesura di questa riforma.