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The Believers

Quelli che investono nei giornali di carta, nel 2012.

Rupert Murdoch
Fondatore di Newscorp, la seconda società editoriale più grande al mondo, ai giornali che possiede è legata forse la sopravvivenza stessa della sua azienda, almeno per come la conosciamo. L’anno scorso i comportamenti scorretti e illegali di alcuni giornalisti e manager lo hanno costretto a chiudere il News of the World, tabloid britannico con quasi 170 anni di storia. Le inchieste sono ancora in corso e riguardano anche il Sun, ma Murdoch ora ha deciso di difendersi attaccando: il 26 febbraio è uscito il primo numero del Sun on Sunday, nuova edizione domenicale del tabloid. «Il miglior modo per rispondere alle critiche è fare un giornale vincente».

Mike Bloomberg
Ha fondato un colosso mediatico che fornisce ogni giorno informazioni economico-finanziarie a milioni di persone: lui dal 2001 se ne occupa meno – è impegnato a fare il sindaco di New York – ma nel 2009 il suo gruppo industriale ha acquistato Businessweek, settimanale economico-finanziario dal passato prestigioso e dal presente travagliatissimo. Oggi il magazine si chiama Bloomberg Businessweek: è stato rimesso in piedi grazie a un acclamato restyling, a una migliore organizzazione delle risorse e a contenuti con uno sguardo più internazionale. Nel 2011 la raccolta pubblicitaria di Businessweek è salita del 65,3 per cento rispetto al 2010.

Gina Rinehart
Suo padre nel 1952 ha scoperto il più grande giacimento di minerali ferrosi al mondo. Lei ha ereditato la guida del gruppo industriale di famiglia e una barca di soldi, che ne hanno fatto la persona più ricca in Australia. Il mese scorso ha investito 192 milioni di dollari in Fairfax Media, la società che pubblica il Sydney Morning Herald, il più antico giornale australiano, e la Financial Review, il principale quotidiano finanziario australiano. Spiccioli, per lei, e infatti molti pensano che la scelta abbia più a che fare con la promozione delle sue idee politiche – parecchio di destra – che con un vero progetto imprenditoriale.

John W. Rogers Jr
È il capo di Ariel Investment, grosso fondo comune di investimenti americano. Nel 2009 ha raddoppiato la sua quota in Gannett, società editoriale che pubblica 90 quotidiani – tra questi USA Today, il secondo quotidiano americano per diffusione – e quasi 1000 settimanali, nonostante fosse in crisi e nonostante un anno prima un’altra grossa società editoriale in cui Ariel aveva investito, Tribune Co., avesse portato i libri in tribunale. Rogers disse che la crisi dei giornali risentiva soprattutto della congiuntura economica: passerà. “In 26 anni non avevo mai avuto l’opportunità di investire a un costo così basso in società in grado di generare utili veri”.

Alexander Pugachev
Ventisette anni, figlio di un ex oligarca e imprenditore russo vicino a Vladimir Putin, nel 2010 ha comprato France Soir, storico quotidiano nazionale francese, per 50 milioni di euro. Il giornale aveva subìto vari passaggi di proprietà, era indebitato e in grave difficoltà. Pugachev lo ha ridisegnato, ha raddoppiato il numero dei redattori, ha dimezzato il prezzo, ha aumentato le copie diffuse, per un periodo sembrava che ce la potesse fare. Invece non ha funzionato. Alla fine del 2011 ha deciso di mantenere solo la versione online e l’ultima copia cartacea del giornale è uscita il 13 dicembre. Due terzi dei giornalisti sono stati licenziati.

Alexander Lebedev
Uomo d’affari e banchiere russo, ha fatto i soldi investendo accortamente nell’industria aeronautica, è grande amico di Gorbaciov e grande avversario di Putin. Nel 2009 ha comprato il quotidiano britannico Evening Standard per la cifra simbolica di una sterlina, accollandosi i debiti, e lo ha rilanciato trasformandolo in un free press. Un anno dopo ha comprato un altro giornale britannico sull’orlo del fallimento, l’Independent, sempre per una sterlina, affidandone la gestione al figlio trentenne Evgeny. Il giornale è stato completamente ridisegnato e nel 2011 è stato l’unico quotidiano nazionale britannico a vedere crescere la propria diffusione.

Jared Kushner
È americano, è figlio di un grosso imprenditore del settore immobiliare ed è sposato con una delle figlie di Donald Trump. Ha 31 anni, ne aveva 25 quando ha comprato il New York Observer per appena dieci milioni di dollari: il settimanale americano era messo molto male, perdeva da due a cinque milioni di dollari l’anno e Kushner ha dovuto più volte intervenire personalmente per ripianare i debiti. Nel frattempo però ha assunto bravi giornalisti, ha fatto rinnovare il giornale e ampliare le sue attività online. Nel 2011, per la prima volta nella sua storia, la società che pubblica l’Observer ha chiuso l’anno facendo utili. E promette di allargarsi ancora.

Carlos Slim
Imprenditore messicano, è diventato l’uomo-più-ricco-del-mondo grazie alle compagnie telefoniche e qualche anno fa ha iniziato a investire briciole – per lui – nei giornali. Nel 2008 ha acquisito il 6,4 per cento della società che pubblica il New York Times (ma anche l’International Herald Tribune e il Boston Globe), arrivando lo scorso ottobre all’8,1 per cento. Nel 2009 Slim ha anche prestato 250 milioni di dollari al New York Times, che attraversava il suo momento più complicato: gli sono stati restituiti tutti – e col 14 per cento di interessi – due anni e mezzo prima della scadenza inizialmente pianificata, grazie al rafforzamento finanziario della società.

Warren Buffett
Uomo d’affari americano, imprenditore, filantropo, ha una lunga storia di investimenti nell’editoria. Ha cominciato a investire nel Washington Post nel 1973 con la sua holding, oggi ne è il maggiore azionista ed è stato per quasi quarant’anni nel suo consiglio di amministrazione, uscendone solo lo scorso gennaio. A dicembre ha comprato un quotidiano locale, l’Omaha World-Herald, per 200 milioni di dollari. Buffett è di Omaha – “l’oracolo di Omaha”, lo chiamano – ma le ragioni affettive non c’entrano, dice: i giornali possano avere «un futuro dignitoso» e che «ci sono ancora una serie di cose che possono fare meglio di qualsiasi altro mezzo di informazione».

Shobhana Bhartia
In India il mercato dei giornali sta esplodendo, se ne vendono più che negli Stati Uniti e si stampa un quotidiano su cinque al mondo. Una dei protagonisti del settore è Shobhana Bhartia, 55 anni, figlia di una famiglia facoltosa, imprenditrice e manager, deputata del partito del Congresso e presenza fissa nelle classifiche delle donne più potenti del mondo. Dirige HT Media, la società editoriale che ha trasformato e rilanciato l’Hindustan Times, storico quotidiano nazionale in inglese, e nel 2007 ha lanciato Mint, che anche grazie a un accordo esclusivo con il Wall Street Journal in pochi anni è diventato il secondo quotidiano finanziario indiano.